Il percorso è sempre lo stesso.
I passi sanno già dove dirigersi. Al mattino non ci sono variazioni, indosso il cappotto piumato e mi lancio sulla strada all’inseguimento dell’autobus. Poi la metropolitana, poi l’uscita sulla prima piazza, poi il sentiero fino alla seconda piazza.
Stamattina, forse i pensieri mi hanno dirottato, forse l’aria del mattino era torbida, forse la stella polare stava ancora dormendo. Sono uscita sulla piazza e ho cambiato il mio sentiero. Camminando sui sanpietrini, che pure testimoniavano che ero nel posto giusto, sono arrivata, invece che al mio lavoro, nei pressi di un laghetto. Sì il laghetto era proprio quello, quello mio e di molti altri. E ho visto le anatre. Sì le anatre erano lì proprio loro, in formazione, pronte a partire, erano in attesa di un segnale o di qualcosa che solo le anatre possono sapere. Guardavano e si guardavano fa di loro, tranquille. Anche io le guardavo, le avevo riconosciute. Ho capito cosa aspettavano. Forse una questione di fuso orario, semplicemente, dal Central Park a Piazza Dante, lo scarto sul percorso è parecchio. Poi uno starnazzare, un frullare di ali, un cenno di saluto e sono partite, da qualche parte andranno, le anatre, quando d’inverno si ghiaccia il laghetto, chi sa dove. Tutto sommato una cerimonia sobria per salutare un vecchio amico. Ciao vecchio mio. Grazie.
* Questo post lo scrissi il 27 gennaio 2010. Nella migrazione da Splinder, che è stata molto faticosa e laboriosa, non so perché, è saltato. Oggi, lo riposto, anche per ricordare un anniversario.

“Mi sentite?”

“Mi sentite?”

Una voce flebile e lontana chiamava. Sembrava che fosse all’interno di qualcosa.
Pete si guardava intorno, nel retro del negozio di alimentari di suo padre, ma non riusciva a capire da dove venisse. Guardò sotto il tavolo, nell’armadio degli utensili, nella credenza, sotto il sacco della farina, sotto quello dei cereali. Poi pensò ch poteva essere stato lo squittio di un topo e, un po’ allarmato si allontanò.
Il padre era intento a servire una cliente grassoccia e nervosa e non badò molto a lui.
Pete uscì dal negozio e si diresse verso casa.
Mentre faceva i compiti svogliatamente, ripensava a quella piccola voce: “Potete sentirmi? C’è qualcuno che mi sente?” No, non poteva essere un topo.
Il pomeriggio successivo sgattaiolò di nuovo sul retro del negozio. Sembrava tutto tranquillo. Gironzolò un poco, sollevando oggetti, spostando barattoli, ma nulla accadde, la voce non si faceva più sentire. Stava proprio per andare via, deluso, quando, ancora una volta sentì: “Aiuto, c’è qualcuno?” Veniva dal sacco delle noci.
“Sì, ci sono, mi chiamo Pete, ti sento, tu chi sei?”
“Liberami Pete, ti prego, sono chiusa qui dentro, sono al buio, liberami, fa’ presto!”
Pete spostò il sacco, con enorme fatica, ma sotto non c’era niente, la voce, e la ragazza a cui apparteneva, doveva essere chiusa in una noce.
Ma come fare a scoprire quella giusta? Nel sacco ce ne saranno state centinaia. Bisognava fare in fretta, la voce sembrava esausta e triste, bisognava trovare la noce giusta.
Allora Pete cercò un sacco vuoto e cominciò a prendere le noci una ad una, picchiandoci sopra con lo schiaccianoci, chiedendo. “Sei qui? Rispondi, sei qui?” le prime noci e nemmeno quelle successive risposero, allora lui le ripose nel sacco vuoto e ne prese delle altre, e così ancora e ancora, non trovava niente.
Quel lavoro durò molto a lungo, si fece buio e Pete dovette tornare a casa con suo padre. Si era riempito le tasche di noci per continuare la ricerca quando si fosse chiuso nella sua cameretta. Quella voce così triste lo preoccupava.
Il giorno dopo e quello dopo ancora non riuscì a trovare nulla. Il quarto giorno, finalmente la noce che aveva in mano rispose: “Sì, sono qui!”
Pete la aprì con delicatezza. Ne uscì una piccola ragazza, tanto piccola che si sedette comodamente sul palmo della mano di Pete e si stiracchiò e si sistemò i capelli arruffati.
“Grazie, finalmente mi hai liberato. Ero chiusa lì dentro da quando sono nata, tanti e tanti anni fa. All’inizio stavo bene, mi sentivo protetta, pensavo che il mondo fosse quella noce e io credevo di non poterne uscire mai. Poi sono cresciuta e la noce è diventata stretta, mi muovevo a stento. Ho provato a liberarmi da sola ma non ci sono mai riuscita, meno male che sei arrivato tu, ero disperata.”
Pete la guardava incredulo.
La ragazza era molto bella, aveva lunghi capelli rossi e la pelle quasi trasparente, sembrava una statuina d’avorio.
“Ma, ora che sei fuori dalla noce, come farai? Dove andrai, piccola come sei?”
“Ci ho pensato a lungo, sai, chiusa nella mia noce, al mio futuro, e sarà di certo molto difficile, ma volevo essere libera a tutti i costi. Vorrei avere una mia piccola casa, vorrei aspettare il mio piccolo marito che ritorna dal lavoro, vorrei avere il nostro piccolo bambino. Sono sogni piccoli, lo so, di una persona piccola per di più, ma forse per questo non sono degni di avverarsi?”
“Sì, certo che lo sono, solo, dovresti trovare qualcuno come te” disse Pete “io non ne ho mai viste altre di persone così piccole venire fuori dalle noci, mio padre le vende, sai, le noci, ma io mai, in tutta la vita, ne avevo sentita una chiedere aiuto come hai fatto tu”.
La ragazza si sedette sulla mano di Pete, lo guardò, e poi cominciò a piangere.
“Non piangere, ti prego, non piangere, facciamo così, ti porto da mio padre, in negozio, lui di noci se ne intende, non si sa mai abbia una soluzione”.
Così Pete si mise in tasca la ragazza, e un po’ preoccupato per quello che avrebbe dovuto dire, uscì entrò nel negozio del padre.
Lo trovò indaffarato a fare i conti della giornata e a segnare gli ordini di merce per il giorno dopo.
“Hmm, papà, avrei bisogno di te, di chiederti una cosa.”
Al racconto del figlio il padre sorrideva.
Quando Pete tirò fuori dalla tasca la ragazza, il padre annuì.
“Sono contento figliolo che sia accaduto anche a te di fare questa scoperta miracolosa; devi sapere che è successo anche a me, e a tuo nonno per primo. Ognuno di noi, un giorno, proprio come è successo a  te, ha sentito una vocina che veniva da una noce, l’ha aperta e ha liberato un  membro dell’antico popolo delle Noci. Queste creaturine nascono nelle noci e alcune di loro stentano ad uscirne fuori. Hanno bisogno di un piccolo aiuto, che gli diamo noi, aprendo il guscio che li contiene. Adesso devi portare a termine il tuo compito accompagnando la ragazza al suo villaggio. Troverai la strada, come l’abbiamo trovata io e tuo nonno.”
Così Pete e la ragazza si allontanarono alla ricerca del villaggio degli abitanti delle Noci.
Il viaggio non fu lungo come Pete immaginava. Al villaggio lo accolsero come un benefattore che riportava una figlioletta smarrita. La ragazza, che si chiamava Ilia prima di lasciarlo e unirsi ai suoi simili, lo baciò lungamente sul naso.
“Potrai tornare qui da noi quando vorrai, appena metterò su una casetta tutta mia ti manderò un invito a cena, lo troverai in una noce”

 

E ogni cosa, ogni cosa cominciò a volare quel giorno, presa da un vento fortissimo, raffiche di vento caldo e morbido, che portavano via ogni cosa: gonne, capelli e cappelli, ombrelli, bambini piccoli, tutti venivano catapultati in aria dal vento.
Ma il bello di quel giorno lì è che tutti ridevano.
Nessuno si preoccupava.
Le donne non si curavano di tirarsi giù le gonne, o di recuperare i bambini presi nei vortici, o di acciuffare gli ombrelli che scuffiavano.
Tutti erano presi da un’allegria, ma proprio un’allegria incontenibile.
E in mezzo a quel pasticcio di vestiti colorati, tutti si divertivano di quella giostra inaspettata e mai vista prima.
Una mamma prese al volo un bambino per mano, ma si accorse che non era il suo, che il suo era rimasto attaccato a un lampione e giocava con le lampadine.
Un signore che aveva perso l’ombrello si coprì la testa con il ciuffo ribelle di un platano che gli fluttuava proprio accanto.
Il lecca lecca di una bambina con le treccine prese dal vento si appiccicò al naso di un vigile urbano che aveva perso il blocchetto delle multe e inseguiva svolazzando un motorino per fischiargli una contravvenzione.
Che giornata fu quella per tutta la città.
Quando la sera il vento calò, tutti tornarono a terra, e nessuno si fece male.
Che divertimento quel giorno.
I giornali del giorno dopo ne avevano riportato la notizia, ma in un modo davvero curioso, le pagine appena stampate volarono via dalle mani dei lettori.

La città si è svegliata stamattina per ritrovarsi impacchettata, come infilata in una calza di nylon.
È tornato lo scirocco. Lo scirocco che fa abbaiare i cani, frusciare gli alberi e innervosire le donne che vanno a fare la spesa.
Me, lo scirocco mi fa impazzire.
Vento caldo e appiccicoso che fa volare sabbia, fa bruciare gli occhi.
Le finestre delle case, i finestrini delle automobili e degli autobus non riflettono più la luce, si impolverano di deserto, si macchiano di pioggia arancione.
Quando arriva lo scirocco la città sembra rigurgitare insofferenza.
Dalla mia finestra entra  una musica martellante in sottofondo. È il suono dell’assemblea permanente della scuola occupata con cui condivido la vista del vicolo che ci separa.
Fanno un suono cupo, di microfoni o megafoni, un suono da emergenza, un suono da mobilitazione, di ansia, di sigarette che rendono l’aria irrespirabile, come la polvere del deserto,  sotto la voce dei microfoni un ritmo martellante, come di tamburi africani.
Suono perfetto per questa giornata di scirocco, vento antico, implacabile e ritmo tribale, pulsante.

Giochiamo a poker!
Come a poker – rispondo io,  cui la parola poker fa venire in mente solo le ginocchia di mio padre e un tavolo rivestito di verde, e poi qualche serata affogata nel fumo delle sigarette e nelle vane chiacchiere delle donne che, sedute su divani poco distanti dal tavolo da gioco, aspettavano di tornare a casa.
Si dai giochiamo, siamo giusto in quattro!
Giusto, siamo in quattro, quindi non posso tirarmi indietro se non voglio rovinare la festa a tutti.
E allora, dopo un’esaustiva spiegazione dei punti e delle carte e del curioso linguaggio adoperato in tale circostanza della vita, cominciamo.
Mi vengono messi davanti una bella serie di pezzetti di plastica colorati, con cui da piccola giocavo a pulce, quelli che sono sicura di adoperare di più sono i tondini rossi, quelli che valgono 10 centesimi ognuno; ne abbiamo poi da 50 centesimi e da 1 euro (un intero euro! Roba da giocatori incalliti e avvoltolati nel vizio fino alle orecchie!).
Frunc (è il rumore delle carte quando sono mischiate) frunc, frunc.
Sguish (sarebbe il rumore che le carte fanno quando sono distribuite, ma in realtà il tavolo è un po’ felpato, quindi niente sguish), e io mi ritrovo con cinque carte in mano che mi dicono piuttosto poco.
Ma, impavida ragazza, io tento!
Chi può “aprire”? (io direi di no, nel dubbio aspetto per vedere cosa succede, cosa fanno gli altri, come al ristorante quando si è in dubbio su quale posata prendere).
Qualcuno, infatti “apre” e via, si va.
Ma, è tutto qui?
Allora è facile, il difficile è non perdere tutti i soldi in un colpo solo!
E allora io, insisto!
Data la mia nota attitudine a fare le facce, a Ros. seduta di fronte a me, basta guardarmi, dopo una mano dice: “a Bart è arrivata prima una coppia abbastanza buona, per cui ha sorriso, quando ha cambiato le carte, non le è venuto quello che sperava, per cui ha storto la bocca”.
Tragicamente vero.
Sento che la mia carriera di giocatrice avrà una breve durata.
Si riparte, ci sono quelli che aprono (ricordiamoci di chiudere, magari l’acqua e il gas, alla Troisi) e poi fanno strani versi, io sono di turno dopo D. che dice “cip” mi viene da dire “ciop” lo so è scontato, ma non mi so trattenere. Quando dicono parola, mi ammutolisco.
Perdo già due poste, quando, ormai abbandonata ogni speranza vinco un paio di mani!
Incredibile. Scopro pertanto che giocare è divertente.
Alla fine dei conti, ammucchiando le mie pulci e scopro, non solo di avere ripianato le perdite, ma addirittura di essere in attivo di 5 euro!
Ammazza, che giocatrice palluta che sono!
Quando giochiamo di nuovo, non volete la rivincita?

A M. e R. per il buon tempo trascorso insieme.

Un momento di malinconia.

La domenica sera, anche quando ero bambina, mi procurava lunghi attimi di tristezza, nostalgia, rimpianto, ansia per il successivo giorno di scuola.

Avrei voluto che il tempo si fermasse e, contemporaneamente, che andasse al galoppo, perchè quelle ore del crepuscolo erano belle e brutte insieme.
Erano belle perchè mi tenevano attaccata agli ultimi momenti della giornata di festa, ma erano brutti per lo stesso motivo.
La domenica, la festa, sempre attesa e sempre deludente era già finita.
Ancora oggi la domenica sera mi fa lo stesso effetto.
Stasera mi sento così.
Vorrei qualcosaa che non ho.
Eppure mi sembra di avere tutto quello che posso desiderare, anche se in una forma ancora complicata.
Forse un giorno, guardandomi indietro apprezzerò questi tempi di fatica, di continui arrivederci, di treni presi e da prendere, forse li ricorderò con nostalgia.
Adesso è il giusto momento di malinconia domenicale.
Me lo godo fino in fondo.

Ascolta.
Qui il silenzio è blu.
Blu cobalto.
Piano, progressivamente si scurisce, diventa sempre più nero, profondo.
Sembra possibile immergersi in un silenzio come questo.
Le orecchie lo immaginano, ne fanno una figura concreta, tangibile, assomiglia ad una coperta di velluto oppure al mare di notte.
Posso dire di stare ascoltando un silenzio nero e denso come la polvere di carbone.
I grilli gli cantano una canzone.
Io vengo da un luogo molto rumoroso, che non tace mai, che non smette mai di produrre suoni sgradevoli, strepiti, urla di uomini, di automobili, di lavori in corso, di qualunque cosa l’umanità sia in grado di rendere rumore.
Così, quando sto qui, le mie orecchie cantano silenziosamente di gioia.
Ogni tanto un uccello fa il suo verso. Alcuni sono curiosi, altri fanno un po’ paura. Ma nessun verso può mai essere spaventoso come il rumore prodotto dagli uomini.
Ho trascorso notti di gratitudine per il silenzio ricevuto come un dono da poco, che invece è preziosissimo. Ho ricordato la mia infanzia silenziosa, ho dimenticato il mio presente ingarbugliato e strepitante.

Il caldo non mi dà tregua.
Parto fra due giorni per raggiungere il mio amore.
Vorrei raggiungerlo su un picco di montagna, al fresco, nell’aria frizzantina, ma l’importane è stare insieme.
Buone vacanze a tutti.
Se mi legge, anche se non mi legge perchè ha cose molto più importanti da fare, un abbraccio forte a Mansardasulmare che è sempre, sempre, nei miei pensieri.

E così sta finendo un altro anno.

Ho sempre sostenuto che il capodanno non dovrebbe essere il primo gennaio, ma il primo settembre.
Secondo il mio modo di vivere il tempo, l’anno comincia il primo settembre e finisce il 31 luglio (come quando andavo a scuola, in realtà non sono molto cambiata da allora).
Agosto praticamente non esiste, è il mese fantasma, potrebbe non essere inserito nel calendario.
Quindi mi sento come se stessi facendo il conto alla rovescia per la fine dell’anno: 10…9…8…
E’ stato un anno importante e faticoso, pieno di sorprese, di felicità inaspettata e anche di difficoltà inaspettate.
Ho vissuto una felicità che non credevo possibile e lo devo ad un uomo meraviglioso che ha fatto irruzione nella mia vita.
Ho vissuto momenti di grande preoccupazione e di rabbia quando pensavo di avere perso il lavoro.
Poi ancora sollievo e gioia quando sono stata assunta in via definitiva, e poi ancora rabbia quando immediatamente ho pagato lo scotto dell’assunzione con un maggiore carico di lavoro non retribuito.
Ho avuto meno tempo di scrivere sul blog, e soprattutto meno ispirazione, ho letto meno libri, ma ho vissuto un po’ di più.
Ora, arrivata alla fine, mi guardo indietro e mi dico che è stato un anno che non mi aspettavo.
Mi lascia piccole certezze, grandi incertezze, molta stanchezza.
Soprattutto molta stanchezza.
Ora non penso ad altro che ad andare un po’ in vacanza col mio amore e a dimenticarmi di tutto e tutti per dedicarmi solo a lui e un poco anche a me.

Finalmente era arrivato l’ultimo giorno.

Era la fine di luglio. Faceva molto caldo.

L’asfalto cittadino era così rovente che sembrava di vedere l’aria tremolare in lontananza, come fanno i miraggi nel deserto.

La città si stava svuotando con velocità.

Nello studio si facevano i preparativi per la chiusura: si cambiava il messaggio della segreteria telefonica, che avrebbe annunciato le ferie; si studiavano soluzioni un po’ empiriche per le piante, nel tentativo di non ritrovarle secche a settembre, si mettevano in ordine le scrivanie, finalmente libere dalle scartoffie.

Il telefono già non squillava più.

Ognuno che entrava o usciva salutava allegramente dicendo: “Allora fate buone vacanze!”

Quando finalmente i preparativi furono tutti finiti e arrivò il momento di salutarsi e chiudersi la porta dietro le spalle, provammo la curiosa sensazione che si prova quando una famiglia, magari litigiosa, si separa per un periodo, una sensazione di straniamento.

Uscii in strada, da sola.

La luce della sera estiva mi procurava, come sempre, una leggera punta d’ansia.

Feci pochi passi in direzione della fermata dell’autobus che mi avrebbe portato a casa.

Era quasi ora di cena.

Una volta salita a bordo, mi sedetti e mi misi a guardare scorrere, fuori dal finestrino, il percorso che facevo tutti i giorni all’andata e al ritorno dal lavoro.

Piano piano si fece strada in me una sensazione di sollievo, di allegria, di leggerezza.

Pensai: liberate i pesci, aprite le gabbie, usciamo fuori.

La sensazione di sollievo che provavo quando finiva la scuola o sostenevo un esame all’università.

La sensazione che il tempo, finalmente, potesse passare senza nuocermi, senza portare con sé la minaccia dell’avvicinarsi del giorno dopo.

La clemenza nello scorrere del tempo, finalmente, dopo mesi lunghissimi in cui era stato semplicemente inesorabile.

Questa sensazione, breve e bellissima, di sollievo, non l’ho più provata da allora, pure se ogni anno, alla fine, sono arrivate, in un modo o nell’altro le vacanze, sempre desiderate.

Anche quest’anno fra un po’ arriveranno le vacanze, dopo un anno di lavoro, faticoso e molto logorante. Vorrei sentirmi, solo per un istante, come mi sentii allora, seduta a guardare fuori da quel finestrino.