Archivi per il mese di: gennaio, 2004

Nostalgie, ovvero un post con premessa

Premessa: ieri, un post di fiammiferaia, mi ha fatto venire uno strano sentimento. Ma a pensarci bene non doveva essere poi così strano se l’ho individuato subito. Era nostalgia.
O almeno ci somigliava.
Dico che ci somigliava perché era quel tipo di nostalgia che ti prende anche se non hai in quel momento qualcosa in concreto di cui essere nostalgico. Qualcuno la chiama nostalgia di un posto dove non sono mai stato.
Non so se mi spiego, ma penso di si.
Allora ho pensato alle cose di cui ho nostalgia.
Fine della premessa e inizio del post.
Per molti anni della mia infanzia e poi dell’adolescenza sono andata in vacanza nel posto che, per me è stato il più bello del mondo. Aveva, ed ha tutt’oggi, il buffo nome di Acquafredda. Oltre ad essere un luogo dove il tempo ha la magnifica virtù di passare così lentamente che sembra che non passi affatto, l’unica e vera meraviglia di questo minuscolo paese è la sua spiaggia di sassi bianchi,  dove sono praticamente cresciuta, imparando a camminare su ciottoli e scogli come una capretta.
Quella spiaggia è l’immagine della mia infanzia.
Quel mare blu, immenso e limpido e, proprio al centro dello sguardo due scogli, che avevamo soprannominato le “Bocche di Bonifacio” tra di loro c’era uno spazio che formava uno specie di stretto passaggio di acque e, poco lontano, ma ci voleva un canotto o un natante di fortuna per arrivarci, c’era la “Grotta dei piedi verdi” che aveva un fondale per cui, tutti i piedi che ci si poggiavano risplendevano di verde madreperla.
In questi posti ho passato un milione di giorni d’estate, e nei miei ricordi tutto è inondato di quella luce bianca, estiva, implacabile a volte, e del colore blu del mare, nume tutelare di quei momenti lunghissimi, quando sembrava che il tempo e il suo scorrere non avessero veramente senso, quando le estati erano infinite e le vacanze non ti sfuggivano tra le dita in un istante.
Ancora oggi, che non ci sono andata più da tanti anni, mi capita di sognare di tornarci, di avvistare in lontananza quegli scogli e di sentire il rumore incessante delle piccole onde che si infrangono sulla riva. Il più delle volte mi sveglio con la sensazione di avere molte lacrime nello stomaco, immagino che sia nostalgia.

 











Piove (esempio di post inutile)

E’ arrivata la bufeera – è arrivato il temporaale…

Il giorno della marmotta

Il problema del giorno della marmotta mi appartiene da tempo.

Lo rivelo pubblicamente solo ora (ma qualche amico già conosce il mio segreto) perché il film “È già ieri” con Antonio Albanese, che è uscito nelle sale da pochi giorni, ne è il remake.

Non so se ricordate quel delizioso film con Bill Murray che si intitolava proprio così.

Il protagonista, mandato a seguire il rito del risveglio della marmotta in un paesino dell’america rurale, preso in una specie di incantesimo, si ritrovava a vivere ogni giorno sempre lo stesso giorno, quello della marmotta appunto.

Anche io, da un po’ di tempo a questa parte,  ho la destabilizzante impressione di vivere il mio giorno della marmotta.

Provo a spiegare, ma credo che il concetto sia chiaro a tutti quelli che fanno una vita normale.
Mi sveglio la mattina sempre alla stessa ora, mi vesto e parto per la mia giornata percorrendo gli stessi passi che ho lasciato poggiati  a terra la sera prima, i quali a loro volta ricalcavano quelli che avevo già ripercorso la mattina precedente e così via, come una specie di Pollicino che non si perde mai.

Arrivo al lavoro, dico più o meno la stessa frase di buongiorno al capo, accendo il computer, controllo la posta, ora controllo anche il blog, e poi comincia la sequenza delle parole e gesti quotidiani, sempre uguali.

Ore 13.00 pausa pranzo, vado a mangiare i miei soliti panini nel solito posto, alle 15.00 in punto sono di nuovo pronta per cominciare il secondo round della giornata. Alle 19.00 se ci riesco,spengo il computer svuoto il cestino e scappo come una lepre, faccio tutto il percorso a ritroso arrivo a casa, faccio la doccia, ceno, mi prende il colpo di sonno post prandiale.

Mi riprendo un paio d’ore dopo, quando è giunta l’ora di prepararmi i panini per il giorno dopo e andare a letto.

Non è raccapricciante tutto questo?

Non è il mio giorno della marmotta?

Per di più Bill Murray si fidanzava con Andy McDowell alla fine del film, io neanche questo.

Non che Andy McDowell sia mai stata il mio tipo, però che diamine, c’è un limite alla sopportazione.

Che dire, aspetto che si spezzi l’incantesimo? Forse devo rapire la marmotta anche io. Devo prima trovarla però, potrebbe essere un problema in effetti,  a Napoli non è che ce ne siano tante di marmotte.

Se rapissi che so, un piccione, potrebbe andare lo stesso?

 

 


Luisa Sanfelice

Speravo di vedere qualcosa di meglio delle solite fiction senza senso che ormai imperversano sui nostri teleschermi.
Mi sono detta, i fratelli Taviani, la Storia, la Repubblica Napoletana, ne verrà fuori una buona cosa.
Mai valutazione fu più errata.
Soprattutto la Storia era la grande assente ingiustificata.
Ma dov’è andata a finire, mi dicevo guardando fotogramma dopo fotogramma le inutili avventure di un’inutile Luigia (perchè questo è il suo nome non Luisa) che per quattro ore non ha altra battuta che dire ti amo a chiunque, a suo fratello, a suo marito, al suo Salvato.
Sulla Casta non ho niente da dire perchè poverina non è che si possa pretendere più di tanto.
Il buon Giannini junior ha raggiunto picchi espressivi alla Raul Bova.
E ho detto tutto.
Ma la Storia? Niente, non si capisce niente: di come è successo che ad un certo momento qualcuno abbia deciso di cacciare un re; di chi lo abbia deciso; del fatto che sia stata una rivoluzione fatta dalla corte e dagli intellettuali dell’epoca ( di cui non si fa un solo nome) che alla fine vennero tutti condannati a morte, soprattutto di come finì che questa Repubblica non ce la fece a sopravvivere.
La Povera Eleonora Pimentel Fonseca che fa due apparizioni in cui sembra una velina, la cui unica funzione è morire in gonna corta chiedendo delle mutande.
Mi dispiace per i fratelli Taviani ma qui non mi sembra che abbiano saputo fare meglio dei fratelli Vanzina.












 Incontri ravvicinati di uno strano tipo        

Mi rendo conto di raccontare sempre storie da autobus, ma il fatto è che ci passo dentro una buona parte delle mie giornate lavorative.
Stasera tornavo a casa.
Stanca da farmi schifo da sola.
Mentre aspetto il maledetto mezzo pubblico (che qui l’azienda municipale si chiama ANM – acronimo di All’ aNema e chi t’è Muort. Che è la frase che tutti gli utenti ripetono tra i denti mentre si gelano varie parti del corpo a scelta durante l’attesa. Per la traduzione consultare la pagina 777 di televideo).
Mi dico, ma come fanno le donne normali a lavorare tutto il giorno, ad avere sempre i capelli biondi e fluenti al vento, le scarpe con i tacchi, le gonne alla moda, le calze che non si smagliano mai?
Io con i miei jeans e le scarpe da ginnastica, arrivo a sera che mi fa male tutto e mi accascio dopo cena davanti ad una  tv che non riesco mai a vedere perché il sonno mi coglie sempre prima che qualsiasi immagine possa passarmi davanti agli occhi.
Fine della digressione.
Salgo sul mio autobus di linea insieme ad una signora anziana con bastone. Il nostro mezzo di trasporto è pieno come un carro bestiame.
Un ragazzetto di questi moderni è amabilmente stravaccato su un sedile, masticando gomma e mandando messaggini al cellulare. Mi viene malauguratamente in mente di dirgli:
Io: vedi che c’è una signora in difficoltà a cui potresti lasciare il posto? (mi riferivo alla donna con bastone)
Lui: mmphffff (alzando gli occhi dal cellulare per guardarmi senza avere l’aria di avermi veramente visto)
Signora: grazie grazie ( rivolgendosi alternativamente da me al lui nella speranza di sedersi)
Io: allora che dici la facciamo sedere la signora?
Lui: e vabbè siediti và?
A me!!!
Pensava che la signora in difficoltà fossi io! Io! Quando la donna con bastone si è finalmente seduta al suo posto, mi sono prima stupita, poi indignata, ma alla fine mi sono allarmata.
Va bene che ero stanca, va bene che con tutta probabilità in quel momento non ero al massimo del mio sex appeal, ma pensare che fossi io la signora anziana che voleva sedersi, mi sembra troppo.
Sono tornata a casa con il morale sotto i piedi ed una decisione presa: mai più mi farò paladina di chicchessia, ognuno si conquisti da solo il suo posto a sedere.


















C’è qualcosa che non capisco, Charlie Brown

Oggi mi sento un po’ perplessa.
Chi vuole può immaginarmi con quella faccia alla Charlie Brown, quando gli vengono gli occhi come due parentesi tonde, una a destra l’altra a sinistra, a sottolineare una certa dose di sconcerto.
Mi sa che mi sta anche venendo la testa rotonda.
Oggi potrei essere la bambina con la testa rotonda.
Che giornata!





2525

Passo di qui e noto che sono arrivata a 2525 accessi, è buffo il 25 è il mio numero preferito!

Cielo

In giornate come questa, seguendo i percorsi quotidiani, mi accade talvolta di alzare gli occhi e guardare il cielo.
Mi piace trovarlo perfetto , blu, uniforme, neanche una nuvola ad increspare quella che sembra una superficie solo leggermente morbida.
Allora gli occhi si rilassano, provano il piacere di guardare, finalmente, qualcosa di blu, luminoso e ordinato.
Passato l’attimo torno al mondo che si trova al piano di sotto.
Riappare la città, con il suo muoversi scomposto ed incessante.
Le persone si spostano, dirigendosi nei luoghi delle proprie vite.
Sono indaffarati, incazzati, o solo si domandano, in sottofondo, come sia possibile che la vita sia tutta lì, che non ci sia altro che un inutile tran tran quotidiano.
Tutti sotto questo cielo così bello, tutti a chedersi la stessa cosa, a darsi forse, risposte diverse.
Verrebbe voglia di fare qualcosa, che so, un gesto, un sorriso, che tutti possano vedere, che tutti possano percepire come una speranza, perchè poi, dopo, possano rimettersi in moto con l’animo appena un po’ più lieve.
Dovrebbe venire da questo bel cielo blu; immagino che so, una di quelle scritte bianche su sfondo azzurro. Una cosa così.
Una cosa del genere.
Invece no.
Questo cielo non ha occhi.
E’ come la statua di uno qualunque dei nostri dei in una chiesa qualsiasi, bella ma senza sguardo.
Così niente succede.
Lui resta lassù, al piano di sopra, noialtri quaggiù, al piano di sotto.
E’ sempre così con quelli che stanno all’attico, non ci si può scambiare neanche due parole, mi sa che tengono staccato anche il citofono.


















21 grammi

Ieri sera sono andata al cinema sfidando il sonno, la fame, il gelo a vedere questo film.
Che dire, ancora non lo so. So che ci penso da ieri ma in definitiva non mi è piaciuto.
Buone tutte le interpretazioni, ma la storia è in fin dei conti anche banale e si cerca di nobilitalrla a livello narrativo, spostandosi continuamenta avanti ed indietro nel tempo.
Mi è sembrata un’occasione persa, begli attori buona scuola di regia ma niente cuore, solo il volere avere l’aria di dire qualcosa a proposito dei massimi sistemi.
Ci penserò ancora probabilmente, perchè qualcosa mi ha colpito, credo le immagini forti e una macchina da presa che si comportava come la scimmia sulla schiena degli attori.
Charlotte Gainsburg si conferma una delle attrici che preferisco.






 ANM

La mia principale occupazione, durante tutta la giornata di oggi, è stata correre dietro agli autobus.
Ho cominciato stamattina, quando, per qualche inspiegabile ragione, per motivi insondabili legati alla mutevolezza dell’animo umano, l’autista, pur trovandomi io al posto giusto, al posto che mi compete in quanto pedona, cioè alla legittima e vieppiù segnalata fermata dell’autobus, mi ha ignorato, letteralmente e pur avendomi visto, ha preferito tirare dritto passando innanzi ai miei stupiti e progressivamente infuriati occhi. Così io gesticolando e smadonnando gli sono corsa dietro.
Non conoscerò mai il motivo di tale insano gesto.
Ho proseguito a metà mattinata, quando, stufa di aspettare un autobus dal nome mite, pollicino, ma infido come tutti gli altri appartenenti alla sua categoria, ho pensato di avviarmi a piedi. In questi casi la statistica vuole che dopo una ventina di metri percorsi il succitato infido automezzo passi e così, per la seconda volta, gambe in spalla, gli sono corsa dietro.
La partita si è tragicamente conclusa stasera, all’agognata uscita dall’ufficio.
L’autobus che mi deve riportare a casa mi sfreccia davanti.
Lo inseguo, urto i passanti, falcio un bambino con l’ombrellino rosso che mi cammina ignaro davanti, vorrei urlare, richiamare l’attenzione dell’ottuso autista, ma un residuo di decenza, me lo impedisce.
L’ottuso autista mi vede, sembra indeciso, sembra pensieroso, rallentare o non rallentare? Ma poi in un attimo, prende una decisione, con un ghigno satanico che gli si disegna sul volto, mi guarda accelera e se ne và.
Al fischio dell’arbitro le squadre tornano negli agognati spogliatoi con un punteggio fallimentare: ANM 3 – bartleby 0.
E dire che compro tutti i mesi l’abbonamento, bastardi!