Un amico

Non mi ricordo la prima volta che lo vidi.
Se ci penso ho la sensazione che sia sempre stato lì.
I particolari tornano agli occhi, uno dopo l’altro, e così rivedo i capelli, sempre spettinati, sempre tormentati dalle mani che infilava nei riccioli, componendoli e ricomponendoli in forme che lo rendevano via via  più buffo. Rivedo gli occhi neri dalle ciglia lunghe, delle persiane, diceva. Ascolto ancora una volta la sua bella voce. Con quella voce mi parlava in continuazione, non smetteva mai, e quando non aveva più niente da dire, allora mi leggeva. Tanto, di tutto, giornali, riviste musicali, testi universitari e, soprattutto romanzi.
Per dirottare i pensieri, i ricordi, su qualcosa che non facesse male.
Come Sherazade, che raccontava per salvarsi la vita, lui raccontava per salvare la mia.
Per confondere le acque, perché i pensieri si perdessero in mille rivoli, invece di seguire il sentiero che mi solcava la mente, come la riva di un fiume impietoso che separa il qua dal là, il prima dal dopo.
Ciò che ricordo con più chiarezza e con più commozione è quella lunga teoria di sere e di notti, nella sua camera da letto di studente, nel letto singolo in cui dormire in due è un gioco di prestigio per sfruttare ogni angolo disponibile. E lui che, nel letto o su una sedia, o seduto sulla moquette blu, mi leggeva questi immensi romanzi, da Delitto e castigo, a L’idiota, da Anna Karenina a Per chi suona la campana a Tenera è la notte.
Tutto quello che c’era da dire, tutto l’affetto, la preoccupazione che aveva per me, l’angoscia che provava per la sua vita o l’allegria per tutto quello che di inaspettato si aspettava di vedere, tutto si trovava lì dentro, in quei libri, nella sua voce.
Mi ha guarito, un poco ogni giorno. Tante cose le devo alla sua pazienza, alle sue mani che un po’ gesticolando, un po’ tormentandosi i capelli, la barba o qualunque cosa trovasse a disposizione sulla sua faccia, costruivano e disfacevano paesaggi immaginari, e alla sua voce, serena morbida, protettiva.
Era più grande di me.
Adesso io sono più grande di lui.
Oggi lo ricordo, senza un  buon motivo, perché per ricordare gli amici di motivi non c’è bisogno.

 












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