Archivi per il mese di: marzo, 2004

Scapolare

Poichè omero ha detto che non conosceva la parola in questione, mi è venuto il dubbio, che in realtà non esistesse.
Ho pensato che fosse un uso dialettale o prettamente marinaresco napoletano.
Così al vocabolario.
Adoro cercare parole sul vocabolario, m’incanto, mi ci perdo, mi delizio.
Scapolare:lat pop. excapulare “liberarsi dal cappio”. Riuscire a scampare da un pericolo, da una situazione difficile o rischiosa ed evitare un possibile danno.
E quindi questo è il significato che calza perfettamente con quello che volevo dire nel post precedente.
Ma c’è poi un altro significato che è quello marinaresco: liberare un oggetto (àncora, catena, cavo) da un ostacolo che ne impedisce il libero movimento.
Adoro il vocabolario e soprattutto adoro la lingua italiana!








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Giro di boa

Sto cercando di scapolare la boa che segna il percorso di questa metà settimana,arrivata a quest’ora, forse, celapossofare!

Carver

Dopo anni passati a sentire dire cose su Raymond Carver, e soprattutto a sentire dire: “leggete tutto quello che ha scritto il maestro Carver”, e dopo molta diffidenza da parte mia, un giorno mi sono decisa ed ho preso in libreria una raccolta di racconti, “Da dove sto chiamando”.
Il primo approccio è stato entusiasmante; ogni parola mi lasciava stupita, scoprivo la straordinaria capacità di far percepire stati d’animo sfuggenti, di mostrare il vuoto, e di mostrarlo usando le poche parole risparmiate da questo vuoto, che è quello delle vite della gente comune, che forse è quello delle nostre vite.
Ma l’aspetto della scrittura di questo scrittore che mi stupiva ogni volta era la capacità di sintetizzare il senso di inanità, che aleggia e pervade ogni racconto, nel finale.
Un finale di due o tre frasi al massimo, che, bang, mi lasciavano inchiodata per un attimo sulla pagina.
Mi impedivano di alzare subito gli occhi e di chiudere il libro o di passare al racconto successivo, mi tenevano lì con il respiro interrotto per un attimo.
L’entusiasmo mi ha accompagnato per una metà del libro, per una quindicina di racconti.
Poi ho cominciato a sentire che queste storie non mi lasciavano nessun ricordo, che non diventavano in qualche modo parte di me, che non aprivano una finestra nella mia vita.
Sono storie che raccontano l’estraneità. E sono tutte molto simili tra loro.
Anche i personaggi sembrano distinguersi solo perché hanno nomi diversi.
Alla fine le storie si confondono l’una con l’altra e non lasciano ricordi di sé, se non un diffuso senso di angoscia.
Ho fatto fatica ad arrivare in fondo al libro e l’ho fatto solo per il senso di dovere che ho nei confronti dei libri.
Non sopporto di lasciarli a metà. Mi sento che mi guardano dalla libreria e che bisbigliano, come i fantasmi che non riposano in pace e tornano a tormentare i vivi. Come se si sentissero offesi dall’essere stati lasciati lì, incompresi e incompiuti.
Quindi l’ho finito a fatica.
Quello che mi sento di dire alla fine di questa lettura è che quello che mi è rimasto è una lezione di scrittura. Come se avessi seguito un corso.
Carver aveva questa dote di misurare attentamente le parole, di sceglierle con il contagocce, nella scrittura ed in particolare nei dialoghi, si sente un ritmo ben preciso, ogni parola è al posto giusto per creare un battito sotterraneo ma perfettamente percepibile, che accompagna il lettore e lo spinge, letteralmente, ad andare avanti.
Non consiglierei quindi la lettura di questi racconti a che vuole semplicemente svagarsi o leggere un autore americano, bensì a quelli che hanno interesse nella narrativa e magari scrivono qualcosa, perché la lezione di stile è tutto quello che c’è di davvero notevole nell’opera di questo maestro.   
















Ommioddio

Vi prego, ditemi che non è così!
Si mette l’ora legale questo sabato?
Io detesto l’ora legale.
Mi altera il bioritmo.
Ma perchè dobbiamo avere quelle terribili giornate che non finiscono mai, tutta quella luce.
Ma cosa dovremo mai vedere dico io?
Le città più illuminate sono, più sono brutte.
Si vede la sporcizia, le crepe nei muri, le buche a trerra, per non parlare delle persone.
La notte ci rende tutti più belli.
Ditemi che non è così, io odio l’ora legale!











Happy Feet

Grazie ad un bel post di Personalità Confusa che mi ha fatto venire la voglia di ripescare certe suggestioni, stamattina, mentre infuriava lo sciopero generale, che mi costringeva ad andare a piedi al lavoro, i predetti, cioè i miei piedi, invece di smadonnare contro il governo e contro le scarpe scomode, volavano accompagnati dalla musica di Paolo Conte!
Happy Feet!


Pausa pranzo

Oggi, nella fattispecie adesso, in questo preciso momento, passo la mia pausa pranzo in studio.
La tristezza mi prende allo stomaco.
Apro il pacchetto di domopack in cui ieri sera ho avvolto quattro quartini di frittatina di riso.
Li guardo con un misto di disperazione e di desiderio dovuto alla fame.
Anche loro sembrano guardarmi, sembrano volermi dire: – sì, lo sappiamo che non è proprio come mangiare a casa, seduti a tavola, da persone civili, ma noi ci mettiamo tutta la nostra buona volontà, avanti facci un sorriso!
Ma che tristezza!
Fuori piove a dirotto, così che dopo non potrò naeanche scendere a fare due passi, a prendere un caffè.
Dentro i quartini di frittatina mi guardano mogi dal loro pacchetto.
Che faccio? Mangio?
Ok mangio, ma protesto.
Mangio protestando silenziosamente contro la pioggia (che notoriamente è colpa del governo, il quale a sua volta è notoriamente ladro) e contro il mio lavoro (che notoriamente è colpa mia) quindi sono allo stesso tempo scioperante e crumira. Accidenti in che situazione mi sono andata a mettere.
E oggi è solo martedì!
Come si dice, chi comincia bene…













Così mi accorgo che…

…bisogna stare attenti a ciò che si dice.
Ero dall’estetista che infieriva su di me con la ceretta, nemmeno fosse stata una macchina da guerra, spalmare e strappare, spalmare e strappare, non un attimo di esitazione, e son cose che possono cambiare la concezione della vita di una donna.
Alla radio passa It’s my life dei No Doubt e lei per chiacchierare mi fa – ti piace? A me molto, mi piace anche Gwen Stefani che è proprio forte.
Io, pedante come sempre, le rispondo che piace anche a me, ma in effetti è una cover di una canzone dei Talk Talk e che l’originale la trovo più bella.
La ragazza mi guarda con fare interrogativo.
Capisco che non li ha mai sentiti nominare e racconto che erano una band che fu famosa nella prima metà degli anni ottanta, che il cantante era un tipo davvero strano con dei denti da coniglio feroce, il nasone e molti capelli, che facevano dei bei video eccetera eccetera.
Lei continua a guardarmi, si vede che mi vorrebbe fare una domanda, ci ripensa e poi me la fa lo stesso.
Ma quanti anni hai?
Le rispondo, ne ho trentatré.
Mi guarda ancora più incredula di prima.
Ma non l’avrei mai detto, sembri proprio una ragazzina.
Questo significa che una ragazzina non sono più.
Che abbia ragione la mia implacabile estetista?
La morale è che non si può mai prevedere che cosa, che discorso, ti tradirà rivelando in un attimo al tuo giovane interlocutore che non sei quello che sembri, che millanti una giovinezza che non hai.
Attente donne!
Figuriamoci se le dicevo che “Light my fire” non è di Will Young ma dei Doors!

 
















Fine settimana

Ce l’ho fatta anche stavolta.
Ieri sera finalmente sono tornata a casa.
Era venerdì. Era pure la festa del papà, nonché onomastico del mio genitore ed io avevo non solo dimenticato di fargli gli auguri ma anche di portargli un regaletto.
Comunque venerdì.
Praticamente il mio sabato del villaggio.
La sera in cui torno a casa e respiro meglio. Mi dico – visto? È finita anche questa. Ora posso mettermi in stand by.
E stamattina mi ritrovo con un migliaio di cose da fare, da sistemare, da vedere, che si accumulano lentamente durante tutta la settimana, ed io che vorrei solo restare a letto a leggere tutta la mattina, finisco per alzarmi, far la lista delle cose da fare ed uscire più o meno di corsa.
Ora sono in pieno cazzeggio al computer e la domanda che mi pongo è la seguente: ma se anche il sabato e la domenica sono due giorni in cui all’incirca faccio sempre le stesse cose, perché cavolo li aspetto con tanta ansia?
Forse perché c’è sempre bisogno di aspettare qualcosa, per piccola che sia, per avere la sensazione di un po’ di respiro.
Comunque finalmente fine settimana.










New York

Che città, pensavo.
E queste strade, sono davvero enormi, lunghe e dritte come fusi, con gli incroci veramente quadrati.
Ma guarda, allora è vero che dai tombini viene fuori un fumo bianco, pensavo succedesse solo nei film.
Sta’ un po’ a vedere che sarà vero anche che nelle fogne c’è una colonia di coccodrilli bianchi.
E camminavo camminavo, una giornata nella città dei miei sogni, con gli occhi che non erano capaci di stare fermi un istante, e saltavano, impazziti di gioia, da un negozio ad un palazzo, da una strada ad un grattacielo.
Vorrei salire sull’Empire State Building, pensavo, ma non si può mai sapere cosa può succedere attraversando la strada distrattamente, di corsa per non fare tardi ad un appuntamento, potrei fare una brutta fine, così decisi di cambiare direzione.
Entrai nella libreria Rizzoli, sulla 57esima strada di Manhattan, e chi c’era che vagava indeciso tra gli scaffali? Robert de Niro, oppure qualcuno che gli somigliava davvero molto.
E se io fossi Meryl Streep e se ci innamorassimo perdutamente ma senza futuro?
Uscita fuori, mentre ancora pensavo a cosa avrei fatto se avessi conosciuto De Niro in libreria, per poco non mi scontrai con un uomo alto e dinoccolato, vestito da cowboy con una buffa espressione sul viso, accompagnato da un piccoletto zoppicante.
Incredibile, pensai, in questa città si incontrano uomini da marciapiede come se niente fosse, si vede che nessuno ci fa caso, tranne me che sono evidentemente una turista.
Mi stava venendo fame, e guarda caso, ero proprio vicina alla sala da thè Russa.
Camerieri vestiti di bianco e divani di velluto rosso.
Al tavolo accanto al mio notai una donna, non tanto giovane, che portava grandi occhiali dalla montatura pesante e capelli rossicci dall’acconciatura retrò. A guardare bene era bruttina, a guardare meglio sembrava proprio un travestito.
L’uomo che era con lei le porgeva un astuccio di quelli che, nei film, contengono anelli di fidanzamento e la chiamava con un diminutivo, Tootsie, mi sembrava dicesse.
Dopo l’ottima cena pensai di andare al cinema, ne scelsi uno e aspettai che lo spettacolo precedente finisse.
Ne venne fuori una piccola folla ordinata, ma ad attrarre la mia attenzione fu una coppia piuttosto male assortita:lui piccoletto, calvo, con gli occhiali, sento che si chiama Alvy, Alvy Singer. Se non avessi sentito il suo nome penserei che è proprio uguale a Woody Allen, e lei, ma non sembra Diane Keaton?
Li seguo.
Loro parlano e camminano, camminano e parlano.
Alla fine trovano una panchina, si seggono, è quasi notte ormai, e il panorama che vedo, con loro stagliati davanti a me in siluoette, è il ponte di Brooklyn, mi mozza il fiato, sembra quasi un poster.

Io a New York non ci sono stata mai, ma omero mi aveva chiesto di dargli un aiuto per scrivere un pezzo sulla città; ho pensato di farlo così.




















Domande

Mia sorella mi ha chiesto che cos’è un blog? Che senso ha? E che cavolo ci scrivi sopra?
Ma perchè non scrivi un romanzo poi, che mi sembra più serio!
Belle domande.
Mi ha messo un po’ in crisi.
Questi parenti…