Carver

Dopo anni passati a sentire dire cose su Raymond Carver, e soprattutto a sentire dire: “leggete tutto quello che ha scritto il maestro Carver”, e dopo molta diffidenza da parte mia, un giorno mi sono decisa ed ho preso in libreria una raccolta di racconti, “Da dove sto chiamando”.
Il primo approccio è stato entusiasmante; ogni parola mi lasciava stupita, scoprivo la straordinaria capacità di far percepire stati d’animo sfuggenti, di mostrare il vuoto, e di mostrarlo usando le poche parole risparmiate da questo vuoto, che è quello delle vite della gente comune, che forse è quello delle nostre vite.
Ma l’aspetto della scrittura di questo scrittore che mi stupiva ogni volta era la capacità di sintetizzare il senso di inanità, che aleggia e pervade ogni racconto, nel finale.
Un finale di due o tre frasi al massimo, che, bang, mi lasciavano inchiodata per un attimo sulla pagina.
Mi impedivano di alzare subito gli occhi e di chiudere il libro o di passare al racconto successivo, mi tenevano lì con il respiro interrotto per un attimo.
L’entusiasmo mi ha accompagnato per una metà del libro, per una quindicina di racconti.
Poi ho cominciato a sentire che queste storie non mi lasciavano nessun ricordo, che non diventavano in qualche modo parte di me, che non aprivano una finestra nella mia vita.
Sono storie che raccontano l’estraneità. E sono tutte molto simili tra loro.
Anche i personaggi sembrano distinguersi solo perché hanno nomi diversi.
Alla fine le storie si confondono l’una con l’altra e non lasciano ricordi di sé, se non un diffuso senso di angoscia.
Ho fatto fatica ad arrivare in fondo al libro e l’ho fatto solo per il senso di dovere che ho nei confronti dei libri.
Non sopporto di lasciarli a metà. Mi sento che mi guardano dalla libreria e che bisbigliano, come i fantasmi che non riposano in pace e tornano a tormentare i vivi. Come se si sentissero offesi dall’essere stati lasciati lì, incompresi e incompiuti.
Quindi l’ho finito a fatica.
Quello che mi sento di dire alla fine di questa lettura è che quello che mi è rimasto è una lezione di scrittura. Come se avessi seguito un corso.
Carver aveva questa dote di misurare attentamente le parole, di sceglierle con il contagocce, nella scrittura ed in particolare nei dialoghi, si sente un ritmo ben preciso, ogni parola è al posto giusto per creare un battito sotterraneo ma perfettamente percepibile, che accompagna il lettore e lo spinge, letteralmente, ad andare avanti.
Non consiglierei quindi la lettura di questi racconti a che vuole semplicemente svagarsi o leggere un autore americano, bensì a quelli che hanno interesse nella narrativa e magari scrivono qualcosa, perché la lezione di stile è tutto quello che c’è di davvero notevole nell’opera di questo maestro.   
















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