Archivi per il mese di: aprile, 2004

Stasera

Stasera concerto di Guccini.
Sono curiosa e felice. 
I concerti mi emozionano sempre.
Domani saprò dirvi.




Libri

Sono in pausa pranzo e sono appena tornata da un giro in libreria.
Il risultato è un bel pacchetto rosso con tre libri dentro:
Quando Teresa si arrabbiò con Dio di Alejandro Jodorowsky;
Il gioco del mondo di Julio Cortàzar;
Auto da fè di Elias Canetti.
Il primo mi stava aspettando da alcuni anni, da quando un giorno in liberia ne lessi lo spumeggiante incipit: “Nel 1903 mia nonna Teresa, madre di mio padre, si arrabbiò con Dio e anche con tutti gli ebrei di Dnepropetrovsk, in Ucraina, perchè continuavano a credere in Lui malgrado la micidiale inondazione del fiume Dneper”.
Del secondo non so molto tranne che è stato uno scrittore argentino molto amato che è seppellito a Parigi.
In questo caso a convincermi ad acquistare il romanzo è stata questa frase:”[…] appena la luce di cenere e di olivo sospesa sul fiume mi lasciava distinguere le forme, subito la sua figurina sottile si disegnava sul Pont des Arts […]”.
E per Elias Canetti nutrivo una certa curiosità dopo aver letto alcune frasi di uno dei suoi diari.
Stasera tornerò a casa pregustando la scoperta di nuovi mondi fantastici, che come per magia, si distenderanno ai miei piedi dopo che avrò, come per un rito magico, fatto frusciare le pagine, annusato l’odore della carta nuova nuova, passato le dita sulle copertine lisce e scelto il primo dei tre.











Confessione di Alonso Chisciano
(Fossati – Lamberti Bocconi)

Giro nel mio deserto e sto tranquillo
ho solo il vento per barriera
Ah, che cavaliere triste
in realtà avevo dato il cuore
alla luna
e la luna l’ho barattata col temporale
e il temporale con un tempo ancor meno normale
e il tempo stesso con una spada
che mi accompagnasse
fuori dei confini di quello che è reale.
E più mi accorgo di amare l’ignota destinazione
più lungo sterpi e rovesci
non ritorno.
A me, a me, a me
una pazzia d’argento
al mio cavallo una pazzia di biada
Ah, come hai potuto pensare
di cambiarci la strada
che se la morte è soltanto un mare
vedi, mi ci tuffo vestito
Ahi, polvere delle mie strade
Ah, scintille del mio mare inaridito
come hai potuto pensare
di spogliarmi proprio adesso
giro nel mio deserto e fa lo stesso
Per non scalfire il tuo senso morale
ma dentro
caro il mio ingegnoso narratore, dentro,
dentro è tutto un altro carnevale
Mi porto dietro latta, legni
l’antico arsenale
carambole di fantasmi io conservo
conservo pezzi di temporale
le chiacchiere sul mercato
che vergogna, che spavento
la normalità eterna
Risvegliarmi un’altra volta senza fiato
fra il pianto scemo del barbiere
e il sudore muto del curato
io qui vedo l’orizzonte
e faccio finta di accettare
le predizioni della scimmia che indovina
Io, tirar di scherma con la grandine, le dame.
Ah, che compagnie infelici
cavalieri di specchi, minestre di radici
dormo nella follia
e tutto il teatro con me
Ma senti che odore di carta e incenso
da una parte ti dico grazie
e dall’altra continuo
solo e senza corpo a scornarmi con il vento.

Vorrei avere la stralunata grazia di Don Chisciotte, per battagliare contro l’irrisione del vento.
Non ce l’ho.
Così ho postato qui questo bellissimo testo, per avere un po’ l’illusione che sia un poco mio.






















































Se

Stasera tornavo a casa.
Uno splendido tramonto. L’aria azzurra. Piccole strisce bianche di nuvole si tingevano di un tenue rosa. La collina di Posillipo  che sembrava ritagliata dallo sfondo si stendeva, pigra, davanti a me.
Per un momento ho provato piacere.
Ho pensato: se non fossi stanca;
se fossi in compagnia;
se non avessi lavorato come un asinello tutto il giorno;
se domani non dovessi ricominciare daccapo;
se non ci fosse traffico;
se non ci fossero tutti questo motorini che mi sfrecciano da tutti i lati tagliandomi la strada;
se le strade fossero tranquille e poco frequentate;
se i pochi frequentatori delle strade fossero educati e silenziosi;
si potrebbe proseguire, percorrere le curve morbide e sinuose della collina, seguire la strada come viene, arrivare al limite della punta, a Capo Posillipo; si potrebbe fermarsi, togliersi di dosso il peso della giornata, della giacca troppo pesante, della borsa da postino piena di scartoffie che mi porto dietro non so più da quanto tempo e si potrebbe respirare l’aria delicatamente azzurra.
Si potrebbe sorridere dal di dentro.
Si potrebbe vivere un po’.
Se questa fosse una città normale, sarebbe il paradiso.
Se io fossi giusto un po’ più di buon umore sarebbe tutto più facile.

 
















Gatta

In un’altra vita, lo so, sono stata un gatto.
Anzi una gatta.
Ero la gatta di una nobildonna inglese. Abitavamo a Londra, quando la stagione invernale richiedeva la presenza in città delle dame dell’alta società, per poi ritirarci in campagna quando arrivava l’estate, e lì ricevevamo ospiti illustri, pittori che ci ritraevano in posa, me e la mia padrona e scrittori, che ci dedicavano le pagine delle loro prose o i loro versi.
Ma a me piaceva stare a Londra, perché, di tutta la grande casa, il mio posto preferito era il davanzale della finestra che dava sulla strada.
Mi piaceva stare a guardare fuori, la gente che passava, le carrozze, i garzoni dei fornitori delle case importanti che consegnavano la merce.
Sognavo di aprire la finestra e di saltare sul tetto di una carrozza, e da lì di sgattaiolare in groppa ad uno dei cavalli, di farmi strada in perfetto equilibrio felino fino alle sue orecchie e di sussurrargli: “Dai scappiamo, corri al galoppo, andiamo a vedere Hide Park a primavera!”.
Ma questo era solo un piccolo sogno, perché in realtà non mi sarebbe piaciuto per niente uscire dalla mia adorata casa.
Perfino il trasferimento in campagna per l‘estate mi costava fatica: abbandonare le mie cose, la mia poltrona davanti al camino,l’armadio con la biancheria profumata di canfora dove mi piaceva a volte andare a nascondermi.
Ero una gatta sognatrice però, mi piaceva immaginare grandi avventure sui tetti di tegole, fra i piedi degli spazzacamini.
Di quello che ero mi sono rimaste tutte le caratteristiche: la pigrizia, che mi fa passare serate accoccolata nel mio cantuccio preferito, l’udito da gatta che mi sentire ogni più piccolo rumore, e con cui tengo sotto controllo l’andamento della casa.
I miei amici, per prendermi in giro, mi dicono che, come i gatti, non so attraversare la strada.
Infatti a metà del percorso mi prende sempre un momento di titubanza e cerco qualcuno che mi prenda per mano e mi porti dall’altro lato, soprattutto se è notte ed i fari delle automobili mi abbagliano.
Ancora oggi, comunque, guardando fuori dalla mia finestra sogno di vedere una carrozza per saltarci sopra ed arrivare, al galoppo fino ad Hide Park, tornando in dietro in perfetto orario per la cena, of course!













Zeno

Ieri sera, con alcuni amici e con molti altri  rappresentanti di quello che si chiama pubblico pagante, mi sono tuffata nei pensieri e nei ricordi del buon Zeno Cosini, progenitore della nutrita schiera degli inetti  letterari (e non) del nostro secolo.
Che bello ritrovare questo caro personaggio, nella bella interpretazione di Massimo Dapporto (che per me è stata una lieta sorpresa).
Finalmente l’incertezza, il dubbio, il sentimento della propria incapacità di essere come gli altri, che viene sdoganato, che viene vissuto ad alta voce da uno come tanti.
Il piacere di ritrovarsi nei vani e pittoreschi tentativi di smettere di fumare; nel buffo corteggiamento della donna sempre sbagliata; nel rapporto conflittuale con padre suocero e cognato.
La vita di tutti noi, poveri mortali, perseguitati dalle immagini di quelli bravi, di quelli fighi, di quelli che non devono chiedere mai, considerata con intelligente ironia da uno Svevo che ho sempre immaginato se la ridesse sotto i baffi (anche se forse i baffi non ce li aveva per niente).
Insomma un piacere ed un sollievo dal mondo che ci circonda.

 






Giochino

Riprendo dal post di spock:
1. Prendi il libro più vicino;
2. Aprilo alla pagina 23;
3. Trova la prima frase degna del benchè minimo interesse;
4. Posta il testo della frase nel tuo blog insieme a queste istruzioni.
Eseguo alla lettera, ecco cosa ne viene fuori:
” Scivolando in camera da letto, alzò il bicchiere verso il ritratto di suo padre appeso alla parete: L.B. Berger di profilo che medita sui misteri del cosmo, sopportandone il peso.”

Solomon Gursky è stato qui di Mordecai Richler ed. Adelphi







La leggenda della pastiera

Qui, dalle nostre parti, la pastiera è affar serio.
Ogni famiglia vanta una piccola variante della ricetta, ogni mamma o nonna ritiene di fare la miglior pastiera napoletana.
Si fanno assaggi, paragoni, chi passa il grano, chi la fa con la crema gialla, chi senza, alla fine è tutto un fiorire di chiacchiere e di vanagloria che circola in questi giorni nelle nostre case.
Anche io non sono da meno, sia perché anche io ritengo di fare la miglior pastiera al mondo, sia perché sono depositaria di una leggendaria ricetta che, si tramanda in famiglia, apparteneva al mio bisnonno.
La leggenda fa più o meno così:
Era una notte buia e tempestosa
(incipit di tal fatta sono sempre adatti al racconto di una leggenda, snoopy docet), quando il mio giovane bisnonno, che in quella vigilia di Pasqua di tanti e tanti anni fa, era di leva in marina trovandosi pertanto sopra una nave attraccata nel porto.
Date le sue buone capacità culinarie egli si offerse di fare la pastiera per l’equipaggio e così fece.
Il giorno di Pasqua, per onorare le truppe, la monarchia, impersonata dalla regina Margherita di Savoia (quella della pizza per intenderci), salì a bordo per portare i suoi saluti ai militari e, festeggiando assaggiò la pastiera preparata dall’emozionato bisnonno.
Giubilo e gaudio, il dolce fu tanto gradito che la regina chiese, al sempre più onorato bisnonno, di fargliene avere una al palazzo reale.
Da allora la fama si espanse a macchia d’olio, tanto che ogni anno a Pasqua l’affaticato bisnonno doveva preparare la pastiera per la numerosa famiglia, per amici, conoscenti e vicini di casa che lo pregavano di fargli assaggiare la pastiera della regina.
L’antica ricetta si è tramandata di padre in figlio fino ad arrivare a me che non ho mai conosciuto né il bisnonno né la nonna, madre di mio padre e morta prima che io nascessi.
Ma ogni anno, a Pasqua, mentre, come oggi pomeriggio, ripercorro con la memoria i gesti che faceva la mia amatissima zia, che ora non c’è più, mi sento legata ad un sottile filo di seta, invisibile ma resistente, che mi ricorda in primo luogo lei, mia zia, che ho amato tanto e che è stata un po’ la nonna che non ho avuto, e poi mi tiene attaccata a un qualche cosa di fragile ma vivo che è una famiglia ed una tradizione.
Naturalmente la ricetta non la posso svelare perché sarebbe alto tradimento familiare, ma vi assicuro, se mi concedete la vanagloria, che ne viene fuori una pastiera …da leccarsi i baffi!
Buona Pasqua a tutti.















La ragazza con le scarpe rosse

Una coda qualunque all’ufficio postale.
Una signora dice: ” io sono in fila dietro la ragazza con le scarpe rosse”.
Guardo a terra, distrattamente, quasi senza intenzione, sicuramente pensando ad altro.
Ohibò sono io la ragazza con le scarpe rosse.
Le mie vecchie scarpe da ginnastica.
Strana sensazione, riconoscersi dal di fuori.






Sparring partner

Ho questa canzone che da giorni mi rigira nella testa.
Non riesco a mandarla via.
La posto qui, perchè è bellissima, ma dovete immaginarla con la musica che fa, più o meno, paraparapa papa papa, paraparapa papa papa…

E’ un macaco senza storia,
dice lei di lui,
che gli manca la memoria
in fondo ai guanti bui…
ma il suo sguardo è una veranda,
tempo al tempo e lo vedrai
che si addentra nella giungla,
non incontrarlo mai…
Ho guardato in fondo al gioco
tutto qui?…ma sai
sono un vecchio sparring partner
e non ho visto mai
una calma più tigrata,
più segreta di così,
prendi il primo pullman, via…
tutto il resto è già poesia…
Avrà più di quarant’anni
e certi applausi ormai
son dovuti per amore
non incontrarlo mai…
stava lì nel suo sorriso
a guardar passare i tram
vecchia pista da elefanti
stesa sopra al macadàm…

Paolo Conte

Ma soprattutto vi sfido a dirmi che cos’è il macadàm!