Archivi per il mese di: maggio, 2004

Mettiamola così

Sono stanca, stufa e vorrei andare in vacanza.
Eccheccappero!


Dedicato

Questo post è dedicato a chi si riconoscerà.

C’era una volta un piccolo gruppo di fedeli compagni.

Avanzavano nella notte tenendosi stretti contro le insidie de mondo.

Arrivarono così a combattere una battaglia inaspettata.

Prima di schierarsi per la lotta fecero un piano d’azione.

Si dissero: “vinceremo ma dobbiamo restare uniti, non dobbiamo temere nulla perché siamo insieme, la strategia risulterà vincente!”

Entrarono sul campo di battaglia.

Ad un primo sguardo sul nemico già schierato, si guardarono ed in cuor loro concordarono sulle parole pronunciate un istante prima.

Ma cosa accadde all’avvento del messaggero del nemico che chiedeva di incrociare alfine le armi iniziando però con un piccolo spuntino?

Più della fedeltà poté la fame, la strategia andò a farsi benedire, la sconfitta fu inevitabile. Il nemico neanche si accorse che c’era stato un combattimento.

Si libò fino a tarda notte.

 

 

Dubbio

Sto rinnovando la patente.
E neanche guido.
Questo mi sembra un chiaro sintomo.
Nella mia vita c’è qualcosa che non va!




Polvere

Ricordo le pietre bianche, tonde, leggermente polverose, calde della spiaggia della mia infanzia.

La sera, dopo essere state al sole implacabile tutto il giorno, regalavano il loro lento torpore.

Vorrei sentirle ancora nelle mani.

 

Risveglio

Stamattina gli uccelli avevano molto da dirsi.
Mi sono svegliata e appena un attimo dopo avere ripreso conoscenza, le mie precchie si sono trovate immerse in un animato cinguettio.
Chi sa cosa si dicevano, forse tra di loro commentavano la bella giornata, come facciamo anche noi mentre aspettiamo l’autobus che ci porta al lavoro.
Uscita di casa vedo addirttura un po’ di rondini, che lanciano quel fischio stridulo che è la loro voce personale.
Tutto questo per dire che spero che siano di buon auspicio, tutti questi volatili, che mi portino un po’ via sulle loro ali.
Perchè il mondo visto da quaggiù non è che sia un gran che, magari dall’alto migliora.






Questa chiesa si sta spostando!

Ieri pomeriggio tutto lo staff dello studio si è dovuto recare al matrimonio di una collega.

Dopo aver passato tutto il giorno prima ad organizzare i turni per non chiudere lo studio tutto il pomeriggio, appurato che il capo sarebbe rimasto a fare la guardia e sarebbe venuto solo al ricevimento, che un collega sarebbe invece andato solo in chiesa e poi sarebbe tornato a dare man forte al capo, che io ed un’altra titolare saremmo invece andate sia in chiesa che al ricevimento, si parte.

La premessa doverosa in realtà sono due premesse.

La prima è che la chiesa si trovava in un paese a tutti sconosciuto della periferia della città.

La seconda è che dovevamo essere lì alle tre e mezza del pomeriggio e che alle tre e venti ero ancora a casa ad aspettare che mi citofonassero.

Finalmente salpati confidavamo nel classico ritardo della sposa per introdurci in chiesa all’ultimo momento.

Scopriamo invece che la missione è molto più perigliosa.

Ci perdiamo già da subito.

Avevamo la solita mappina con le informazioni su come raggiungere il luogo sacro, ma come sempre in questi casi l’estensore della mappina aveva saltato un passaggio principale, uno svincolo sull’autostrada.

Come dio vuole imbocchiamo una strada dal nome sinistro “asse mediano” (ma mediano fra che cosa?).

Si trova l’uscita del luogo designato, Melito di Napoli, non pensando che qui i paesi che si succedono l’uno all’altro constano tutti di un lungo viale principale e di nessuna indicazione su dove ti trovi, ma soprattutto sono per lo meno in due ad avere un piazzale con una chiesa che si chiama Santa Maria degli angeli.

L’idea di chiedere agli indigeni si rivela subito insidiosa.

Ogni interpellato risponde: “in fondo a sinistra” e il successivo: “in fondo a destra”.

In macchina si oscilla tra lo sconforto e l’ilarità.

L’autista, che per nostra fortuna è un ragazzo calmo e di buon carattere, invece di imprecare tutte le madonne che conosce in ordine alfabetico, elabora una teoria: la chiesa si sta spostando secondo una traiettoria tangenziale alla nostra vettura; l’unica cosa da fare è tagliarle la strada, oppure confonderla con un’andatura zigzagante in modo che lei, in dubbio sulla direzione da prendere, si fermi e noi la si possa individuare dal campanile che non riuscirà a nascondere per sempre dietro i palazzi.

Così facciamo.

Ignoriamo le indicazioni che ci continuano a mandarci in fondo a sinistra e a destra e, guizzanti come un branco di faine, scendiamo dalla macchina, ci sparpagliamo come insegnano ai marines da sbarco per offrire agli indigeni poco più che un bersaglio mobile, e chi trova per primo la chiesa fa il verso del cuculo in amore per chiamare gli altri.

La tattica si rivela vincente.

Ma entriamo in chiesa alle 17,20, mentre il parroco sta dicendo “andate in pace”.

Ci mescoliamo ai presenti con l’aria svagata ed innocente di chi ha assistito a tutta la funzione.

Notiamo, non senza una certa soddisfazione, che coloro che davvero hanno sopportato l’interminabile rito erano più scioccati di noi dai cantori parrocchiali che avevano imbracciato le chitarre e cantato Laudamus te o Mio Signore per un’ora e mezza.

La sposa esce emozionata tra il solito lancio di riso.

Noi ci confondiamo tra la gente giurandoci che manterremo per sempre il segreto della nostra assenza.

Raccontare (ovvero un post un po’ divagante)

C’è una frase, in un libro che ho letto da poco, che avevo messo da parte nella mia mente e che oggi è tornata fuori.

Come al solito ho cercato la frase nel libro in questione e, come al solito non l’ho trovata. Come al solito mi sono stancata di cercarla e ho cominciato a scrivere.

Quindi non potrò citarla per bene come avrei voluto, ma la riferirò come meglio posso.

Il libro è “Un cuore così bianco” di Javier Marìas, autore spagnolo di cui ho certamente già parlato perché è uno dei miei autori preferiti.

Ci colpisce, in ciò che leggiamo quello che in qualche modo tocca qualcosa dentro di noi, che ci assomiglia, che sembra dire qualcosa che anche noi avremmo voluto dire, o qualcosa a cui anche noi abbiamo pensato.

La frase in questione dice più o meno che ognuno di noi ha alcune persone, tre, quattro, cinque, a cui sente l’esigenza di comunicare, di raccontare quello che gli succede nella vita. A cui desidera dire se sta bene o se sta male, se è felice, se gli è successo qualcosa di bello o di brutto. Questo perché la nostra vita ci sembra essere reale ed avere un senso solo se la raccontiamo.

Così mi sono ritrovata a pensare che è vero. Che per lo meno è vero per me.

Mi capita spesso di sentire l’esigenza di raccontare gli eventi, i piccoli eventi, della mia vita a qualcuno.

Penso che se mi succede una cosa anche piccola che mi rende felice, anche se solo per un attimo, e non ho nessuno a cui raccontarla, la felicità che provo svanirà, non sarà vera.

Proprio per questo motivo racconto, soprattutto agli amici, una valanga di cose. Sono una narratrice alluvionale. Solo i miei più cari sopportano queste mie intemperanze narrative.

Così solo a loro racconto anche le cose più insignificanti, quelle che mi vengono in mente in un attimo e subito passano attraverso la mia bocca per raggiungere le loro orecchie. Altrimenti mi sembra che i pensieri si spengano e muoiono.

Le persone che non mi vogliono abbastanza bene da sopportarmi o che non mi conoscono abbastanza, restano interdette di fronte a questi racconti che a loro non dicono nulla.

Mi può capitare di raccontare che mentre tornavo in ufficio ho visto una bambina con i capelli biondi e le scarpette rosse che cercava di tenere il passo della mamma che la tirava camminando troppo veloce.

Mi sento rispondere: – embè?

Giusta obiezione, in definitiva.

Io rimango un po’ frustrata da questa incomprensione e mi ritiro in buon ordine: – no niente solo lo volevo dire così.

Tutta questa digressione per dire che penso noi esistiamo in quanto narratori di noi stessi agli altri.

La nostra vita non sarebbe abbastanza vera neanche se non potessimo raccontarla. Questa è la potenza e la necessità del nostro raccontare. Del nostro vivere e poi ripercorrere subito la nostra vita nei racconti.

In questo senso siamo tutti narratori, c’è che ci riesce meglio chi peggio, ma la narrazione è ciò che rende la nostra vita presente a sé stessa e agli altri.

Alanis

In questi due giorni l’ascolto di “So-called chaos”, il nuovo CD di Alanis Morissette.

È un buon album. Buona musica bei suoni.

Ma mi aspettavo qualcosa di più.

Premetto che secondo me il suo capolavoro è stato il suo secondo album:”Supposed former infatuation junkie” che trovai, ormai nel lontano 1998, veramente innovativo, ispirato, profondamente sentito. Era un disco difficile, nato dopo una profonda crisi anche spirituale.

Questo nuovo lavoro segue molto da vicino la scia del precedente “Under a rug swept”.

Chitarre in  primo piano, un po’ di elettronica e anche un sitar in un pezzo, ma in verità lo trovo un po’ abusato come strumento.

I testi restano molto interessanti, e sono secondo me il punto di forza di tutta la musica di Alanis, trattano temi intimistici da una particolare angolazione che sembra quella dell’analisi psicologica.

I pezzi che mi hanno colpito e che ho trovato più validi, più forti sono tre, vabbè diciamo quattro: Out is through, Not all me, This grudge, Everything che è il singolo che adesso si ascolta in radio.

Il giudizio è sicuramente buono, data soprattutto la musica che si ascolta in giro, anche se l’entusiasmo che mi causò con i vecchi lavori e che mi ha fatto quasi consumare i CD, non è più lo stesso.

Peanuts

Ho fatto il Peanuts test.
E’ venuto fuori che il personaggio dei Peanuts a cui assomiglio è Linus.
Lo sospettavo!
La copertina già ce l’ho!

 




Evvai

Stamattina ho fatto una corsa alla Feltrinelli.
Per comprare un CD stavolta.
Oggi è uscito “So called chaos” della grande Alanis Morissette!
L’ho comprato sulla fiducia, per l’antico amore che mi lega a lei, per i bellissimi album precedenti.
Così avrò tutto il weekend per imparare a scoprirlo.
Vi saprò dire.