Guccini

Ieri sera, l’atteso concerto di Guccini.
Atteso per me perché dal vivo non l’avevo mai visto, ma come ho notato dall’affluenza e dall’eterogeneità del pubblico, anche da molti altri.
Tra il pubblico c’era veramente di tutto dai quindicenni con i capelli rasta e le bandiere rosse, ai cinquantenni che tornavano a trovare la loro gioventù e quello in cui avevano creduto.
Quanto a me, io volevo vedere quell’omone, con la sua voce tonante, l’erre arrotata, montanaro per gioco e per nascita.
Ed appena si sono spente le luci è arrivato, tranquillo, coma se fosse nel salotto di casa sua, con la bottiglia di vino rosso appoggiata da un lato, dalla quale ogni tanto si faceva un goccetto.
E parlava sorrideva, cantava le sue belle canzoni, le sue parole piene di poesia delle piccole cose.
Ha cantato dei personaggi che hanno costruito il nostro immaginario: Odisseo, Colombo, Cirano che in una canzone che mi emoziona molto giunto al fin della licenza tocca.
Dei grandi musicisti che erano con lui voglio ricordare il grande chitarrista Juan Carlos “Flaco” Biondini, Vince Tempera e Ellade Bandini meraviglioso batterista.
Fin qui un modesto resoconto del concerto, da ora in avanti una, altrettanto modesta considerazione sul pubblico.
Ho scoperto infatti che esistono gli ultras anche per Guccini, come ci sono per la Roma la Lazio il Milan.
Questo mi ha fatto fare delle considerazioni sul genere umano che non mi sono tanto piaciute.
Avevo proprio dietro a me e per sfortuna anche davanti alcuni infervorati amanti del caro Francesco.
Sapevano a memoria tutte, ma proprio tutte le parole delle canzoni.
Questo, che potrebbe sembrare un merito, dato che le canzoni in questione sono lunghe ed articolate e piene di parole veramente belle e poetiche, è stato in fin dei conti un grave demerito, in primo luogo perché, con mio grande fastidio me le hanno urlate tutte, ma proprio tutte nelle orecchie, ma soprattutto perché, e questo è ciò che mi ha fatto pensare più di tutto, il conoscere e l’amare quella musica e quei testi, non li aveva minimamente ingentiliti, migliorati, o che so io.
Erano dei mostri che non hanno fatto altro che bere, che dire cazzate mentre Guccini parlava, e dato fastidio a tutti i vicini che cercavano inutilmente di emozionarsi facendosi rapire dal momento.
Ora, io ho sempre creduto che le parole sono l’unica cosa che abbiamo, che fanno di noi quello che siamo.
Io non sarei niente, e di certo non sono niente senza le mie parole.
E le parole che ascolto, che leggo che amo e che diventano parte di me, le scelgo perché in qualche modo mi sento rappresentata, mi sento simile a queste parole che ho scelto per farmi accompagnare nel cammino.
Così ho pensato a come fosse possibile che quei mostri ottusi, pur avendo passato tanti momenti della loro vita in compagnia di quelle parole fossero rimasti così, appunto mostri.
Quelle persone e questi pensieri sono stati l’unica nota stonata di una serata fatta di emozione di divertimento. Sono tornata a casa contenta e con il sorriso che si era fatto strada tra le mie orecchie e non voleva andarsene a dormire.




















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