Libeccio

Libeccio.

Nella piazza l’obelisco di marmo acquista contorni netti, taglienti. I leoni che sono ai suoi piedi sembrano nervosi stamattina, hanno gli occhi accesi dal vento.

Il cielo si fa grigio velocemente, il libeccio porta pioggia, umidità e nuvole gonfie.

Mentre da un negozio di gioielli mi arriva un odore di incenso, chiudo gli occhi, perdo l’equilibrio, e la città diventa Africa.

Le palme si inclinano docili verso sud-ovest.

Una donna anziana, vestita di stracci, con una grande borsa a tracolla piena di niente, parla da sola, un momento sorride, quello dopo inveisce, chi sa contro chi.

Un cane color biscotto, accucciato sulla soglia di un negozio, fiuta qualcosa nell’aria che si muove, si mette seduto ed ulula, a lungo con il naso umido puntato verso l’alto. Una volta sola, poi si rimette a pisolare.

Ad un ometto basso e rotondo sono volati via alcuni fogli e nella foga di raccoglierli e rimetterli insieme si scontra con la sua cravatta blu, che, risvegliata dal vento, con un colpo di coda, ha deciso di andarsene per altre direzioni, autonoma.

Gocce di pioggia, svagate,senza una direzione senza un piano d’azione, volteggiano nell’aria, si fanno portare per un po’ e poi cadono, più o meno a casaccio.

Nella piazza percorsa tante volte ho perso la traiettoria, non so più dove vado. Vado altrove, seguo il vento di libeccio.

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