Raccontare (ovvero un post un po’ divagante)

C’è una frase, in un libro che ho letto da poco, che avevo messo da parte nella mia mente e che oggi è tornata fuori.

Come al solito ho cercato la frase nel libro in questione e, come al solito non l’ho trovata. Come al solito mi sono stancata di cercarla e ho cominciato a scrivere.

Quindi non potrò citarla per bene come avrei voluto, ma la riferirò come meglio posso.

Il libro è “Un cuore così bianco” di Javier Marìas, autore spagnolo di cui ho certamente già parlato perché è uno dei miei autori preferiti.

Ci colpisce, in ciò che leggiamo quello che in qualche modo tocca qualcosa dentro di noi, che ci assomiglia, che sembra dire qualcosa che anche noi avremmo voluto dire, o qualcosa a cui anche noi abbiamo pensato.

La frase in questione dice più o meno che ognuno di noi ha alcune persone, tre, quattro, cinque, a cui sente l’esigenza di comunicare, di raccontare quello che gli succede nella vita. A cui desidera dire se sta bene o se sta male, se è felice, se gli è successo qualcosa di bello o di brutto. Questo perché la nostra vita ci sembra essere reale ed avere un senso solo se la raccontiamo.

Così mi sono ritrovata a pensare che è vero. Che per lo meno è vero per me.

Mi capita spesso di sentire l’esigenza di raccontare gli eventi, i piccoli eventi, della mia vita a qualcuno.

Penso che se mi succede una cosa anche piccola che mi rende felice, anche se solo per un attimo, e non ho nessuno a cui raccontarla, la felicità che provo svanirà, non sarà vera.

Proprio per questo motivo racconto, soprattutto agli amici, una valanga di cose. Sono una narratrice alluvionale. Solo i miei più cari sopportano queste mie intemperanze narrative.

Così solo a loro racconto anche le cose più insignificanti, quelle che mi vengono in mente in un attimo e subito passano attraverso la mia bocca per raggiungere le loro orecchie. Altrimenti mi sembra che i pensieri si spengano e muoiono.

Le persone che non mi vogliono abbastanza bene da sopportarmi o che non mi conoscono abbastanza, restano interdette di fronte a questi racconti che a loro non dicono nulla.

Mi può capitare di raccontare che mentre tornavo in ufficio ho visto una bambina con i capelli biondi e le scarpette rosse che cercava di tenere il passo della mamma che la tirava camminando troppo veloce.

Mi sento rispondere: – embè?

Giusta obiezione, in definitiva.

Io rimango un po’ frustrata da questa incomprensione e mi ritiro in buon ordine: – no niente solo lo volevo dire così.

Tutta questa digressione per dire che penso noi esistiamo in quanto narratori di noi stessi agli altri.

La nostra vita non sarebbe abbastanza vera neanche se non potessimo raccontarla. Questa è la potenza e la necessità del nostro raccontare. Del nostro vivere e poi ripercorrere subito la nostra vita nei racconti.

In questo senso siamo tutti narratori, c’è che ci riesce meglio chi peggio, ma la narrazione è ciò che rende la nostra vita presente a sé stessa e agli altri.

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