Questa chiesa si sta spostando!

Ieri pomeriggio tutto lo staff dello studio si è dovuto recare al matrimonio di una collega.

Dopo aver passato tutto il giorno prima ad organizzare i turni per non chiudere lo studio tutto il pomeriggio, appurato che il capo sarebbe rimasto a fare la guardia e sarebbe venuto solo al ricevimento, che un collega sarebbe invece andato solo in chiesa e poi sarebbe tornato a dare man forte al capo, che io ed un’altra titolare saremmo invece andate sia in chiesa che al ricevimento, si parte.

La premessa doverosa in realtà sono due premesse.

La prima è che la chiesa si trovava in un paese a tutti sconosciuto della periferia della città.

La seconda è che dovevamo essere lì alle tre e mezza del pomeriggio e che alle tre e venti ero ancora a casa ad aspettare che mi citofonassero.

Finalmente salpati confidavamo nel classico ritardo della sposa per introdurci in chiesa all’ultimo momento.

Scopriamo invece che la missione è molto più perigliosa.

Ci perdiamo già da subito.

Avevamo la solita mappina con le informazioni su come raggiungere il luogo sacro, ma come sempre in questi casi l’estensore della mappina aveva saltato un passaggio principale, uno svincolo sull’autostrada.

Come dio vuole imbocchiamo una strada dal nome sinistro “asse mediano” (ma mediano fra che cosa?).

Si trova l’uscita del luogo designato, Melito di Napoli, non pensando che qui i paesi che si succedono l’uno all’altro constano tutti di un lungo viale principale e di nessuna indicazione su dove ti trovi, ma soprattutto sono per lo meno in due ad avere un piazzale con una chiesa che si chiama Santa Maria degli angeli.

L’idea di chiedere agli indigeni si rivela subito insidiosa.

Ogni interpellato risponde: “in fondo a sinistra” e il successivo: “in fondo a destra”.

In macchina si oscilla tra lo sconforto e l’ilarità.

L’autista, che per nostra fortuna è un ragazzo calmo e di buon carattere, invece di imprecare tutte le madonne che conosce in ordine alfabetico, elabora una teoria: la chiesa si sta spostando secondo una traiettoria tangenziale alla nostra vettura; l’unica cosa da fare è tagliarle la strada, oppure confonderla con un’andatura zigzagante in modo che lei, in dubbio sulla direzione da prendere, si fermi e noi la si possa individuare dal campanile che non riuscirà a nascondere per sempre dietro i palazzi.

Così facciamo.

Ignoriamo le indicazioni che ci continuano a mandarci in fondo a sinistra e a destra e, guizzanti come un branco di faine, scendiamo dalla macchina, ci sparpagliamo come insegnano ai marines da sbarco per offrire agli indigeni poco più che un bersaglio mobile, e chi trova per primo la chiesa fa il verso del cuculo in amore per chiamare gli altri.

La tattica si rivela vincente.

Ma entriamo in chiesa alle 17,20, mentre il parroco sta dicendo “andate in pace”.

Ci mescoliamo ai presenti con l’aria svagata ed innocente di chi ha assistito a tutta la funzione.

Notiamo, non senza una certa soddisfazione, che coloro che davvero hanno sopportato l’interminabile rito erano più scioccati di noi dai cantori parrocchiali che avevano imbracciato le chitarre e cantato Laudamus te o Mio Signore per un’ora e mezza.

La sposa esce emozionata tra il solito lancio di riso.

Noi ci confondiamo tra la gente giurandoci che manterremo per sempre il segreto della nostra assenza.

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