Archivi per il mese di: agosto, 2004

Ci siamo

È arrivato il drammatico momento.

Domani si torna al lavoro. Come sempre le vacanze sembravano lunghissime, infinite, ma no, non era vero, sono cominciate e finite in un attimo.

Domani si ricomincia a correre fino alle prossime vacanze.

Mi sento come quando andavo a scuola, la domenica pomeriggio.

Tanta era l’angoscia di una nuova settimana di tormento che già il pomeriggio della domenica mi sembrava l’anticamera dell’inferno.

Mi nascondevo sotto un tavolo e da lì, come uno struzzo, speravo che il tempo che passava inesorabile non mi trovasse, non mi vedesse e non mi portasse via.

Stanotte dormirò male, agitata, mi sveglierò spesso per guardare l’orologio luminoso sul comodino e dirmi che c’è ancora un po’ di tempo che ho ancora qualche ora.

Possibile che non passi mai questa sensazione di dover rispondere ad un mondo che mi vuole in un modo mentre io sono tutta diversa, così da dovermi costringere ad affannare per fingere, almeno fingere, di rispondere ad un modello che mi sta di volta in volta largo o stretto e che comunque sia, non mi andrà mai bene per niente.

Così ci siamo.

E dire che settembre è uno dei miei mesi preferiti, con quell’aria di rinascita, la sensazione che tutto ricomincia, i propositi per l’anno nuovo, l’aria che si fa fresca, la sera che arriva più presto.

A guastare tutto, insieme al ricominciare del resto del mondo, c’è anche il mio.

Credo che mi nasconderò di nuovo sotto al tavolo.

Un luogo comune

L’isola azzurra. Capri.

Sbarcare ogni volta produce la stessa impressione, come se lo sguardo si aprisse, se gli occhi vedessero di più e più lontano. Le immagini si riempiono di giallo e di blu. Soprattutto di blu.

Capri è un luogo comune.

Per tutto il mondo, per chi c’è stato e anche per chi non c’è stato mai.

Per noi che ce l’abbiamo di fronte a casa, sdraiata in mezzo al mare come una donna in posa.

Per le migliaia di giapponesi ridenti che sbarcano ogni giorno per restare un giorno soltanto.

Per gli inglesi che usciti all’improvviso sole, perdono il loro sussiego e cominciano a lanciare gridolini starnazzanti di entusiasmo britannicamente mal trattenuto.

È difficile raccontare un luogo comune su cui chiunque sia sbarcato si è sentito in dovere di dire quanto è bella.

Io, che quest’isola non l’ho mai molto amata, nel rivederla dopo alcuni anni ho ritrovato intatti i sentimenti contrastanti che suscita in me, amore e odio, o quanto meno, fastidio.

Allo sbarco ti accoglie con studiato sussiego, come a voler dire che per restare devi accettare le sue regole.

Come una regina pezzente, in vendita, ti ammette al suo cospetto a patto che ti senta un estraneo temporaneamente accettato in un paradiso a pagamento.

I capresi si sono dati la parte di cortigiani dell’isola regina. Vendono a caro prezzo sé stessi ed i loro servizi, con l’aria contegnosa di chi concede una sbirciatina furtiva alle stanze reali.

Non c’è accoglienza né vera ospitalità: l’isola ti fa sentire sempre e comunque un estraneo. Tutto è in vendita, ma non si può comprare il sorriso sincero dei suoi abitanti, che ti trattano, come un ospite sgradito che si spera vada via presto e che lasci una generosa mancia al cameriere.

È l’isola che si incarica però, di farti dimenticare l’ospitalità prezzolata dei suoi miseri abitanti.

È lei l’incanto la magia, il miracolo che in ogni momento si distende agli occhi.

La luce straordinaria, che impregna di sé ogni colore tanto da dare l’impressione che siano gli occhi a respirare.

Le strade contornate da una meravigliosa vegetazione ricca, verde, abbondante.

Il vento leggero che rende lieve il caldo schiacciante dell’estate mediterranea.

L’apparizione improvvisa al termine di una lunga passeggiata, del Faro di Punta Carena, quieto anche tra i flutti che diventano rapidamente ali bianche di piccione.

Le architetture bianche e semplici delle case, piccole, basse, che non disturbano le linee tortuose delle strade strette strette, che bisogna percorrere con la perizia dei movimenti propria degli spiriti abitatori delle grotte e dei boschi.

La malia della regina incantatrice, non ti lascia fino a che non salpi dall’isola quando l’ultimo cortigiano ti porta i bagagli fino all’aliscafo, tendendo la mano per ricevere la mancia.      

 

Il gioco del mondo

Se vi va di leggere un mio piccolo commento sul romanzo di Julio Cortazàr, Il gioco del mondo, potete trovarlo sul bel blog di Giulio Pianese, Letture e Riletture, che ringrazio per avermi pubblicato.

Frammenti

Occhi verdi come i miei, ma portati in alto come una bandiera allegra, miti, sorridenti che parlano romano.
Camicia bianca sulla pelle.

Pelle buona, calda, abbronzata.
Desiderio di toccare, di posare una mano, di fermare lo sguardo.

Gesto sempre interrotto prima di compiersi.

Volevo un cenno, una piccolissima sospensione nel tempo, un fremito, un’esitazione nella voce.
Allora il mio gesto non si sarebbe interrotto poco prima del contatto caldo, si sarebbe compiuto, posato e riposato, si sarebbe abbandonato al fluire di un respiro, per poi sciogliersi desiderando subito ricominciare.

Il tempo poco, che correva come incanalato in un imbuto, verso un finale prevedibile e previsto.

L’attesa dell’epilogo scontato, con lo stomaco contratto, con la stupida speranza che basti la speranza.

Da quel momento l’iridescente bolla di sapone scoppiata, le parole da complici si fanno generiche, gli occhi divagano, le mani non sanno più fermarsi.

Ma quel cenno lo volevo ancora, lo cercavo ancora lo aspettavo ancora.

L’imbuto del tempo sempre più stretto, la corsa lungo una discesa ripida.

Adesso qui.

Due occhi verdi come i miei.

 




Vacanze (titolo classico per questa stagione)

Cari tutti,
me ne vado qualche giorno in vacanza, in montagna per la precisione.
Ci ritroviamo prestissimo da queste parti.
Buone vacanze a tutti voi!