Archivi per il mese di: settembre, 2004

Gisella

Entrarono passando attraverso uno di quei cancelli girevoli, una alla volta, inserendo un gettone di plastica azzurra dentro una fessura.

Appena superato l’ostacolo si diedero di nuovo la mano, la donna grande e la donna piccola.

Era mattina, faceva caldo, l’aria era appiccicosa di scirocco, e la mano che si tenevano l’una con l’altra, sudava un po’.

Si fermarono, poco più avanti, ad un chioschetto sovrastato da un ombrellone arancione che vendeva noccioline, patatine e anche dei pescetti da dare agli animali.

Con un cartoccio di pesciolini che potevano essere alici, si avviarono, seguendo le frecce blu, a cercare le foche.

Quando trovarono la grande vasca, di foche sembrava non esserci neanche l’ombra, ma appena cominciarono, dubbiose, a lanciare i pesciolini nell’acqua, le videro arrivare nuotando, con il naso in aria e gli occhi languidi.

Facevano quel loro verso, una specie di oh- oh- oh- come a dire guarda guarda chi sta arrivando!

– Hanno un naso bellissimo – disse la piccola sorridendo – tondo e umido, vorrei averlo uguale, o almeno mi piacerebbe poterlo toccare.

Fece un pausa e prese un’aria agitata, frettolosa – Andiamo però lo sai che Gisella ci sta aspettando, finiremo per farla arrabbiare, poi ci tiene il broncio e finisce che non mantiene la promessa.

La giraffa Gisella, infatti, le stava aspettando.

Passeggiava, altera e bellissima, nel suo recinto con la staccionata bassa, resa ancora più bassa dalle sue gambe, lunghe e dinoccolate.

Sembrava una modella, andava su e giù, ancheggiando provocante, con un passo da regina delle pianure africane.

Quando le due donne arrivarono presso la staccionata, Gisella, forse per punirle del ritardo o per darsi un po’ di arie da diva, continuò a passeggiare, guardando lontano con i suoi occhi liquidi, sembrava ignorarle.

– Gisella! Siamo qui! Siamo arrivate anche oggi, tutte e due! Ehi Gisella! – chiamò la bambina.

Il rito della visita alla giraffa si ripeteva da alcuni mesi, da una volta, una domenica che gironzolando per lo zoo, Giulia e Luvi l’avevano vista per la prima volta.

Luvi ne era rimasta incantata.

Quelle gambe ed il collo così lungo, quel passo morbido e sinuoso.

Ma anche Gisella era rimasta colpita da Luvi. Le era arrivata vicina e aveva abbassato la testa fino ad arrivare quasi vicina all’orecchio della bambina.

Che occhi aveva. Neri umidi, languidi con le ciglia lunghe, un oceano di dolcezza.

Luvi disse – mi ha detto una cosa. Ma non so se ti posso dire che cos’è, va a finire che la giraffa si arrabbia. In compenso mi ha detto che si chiama Gisella.

Fu così che cominciarono a frequentarsi assiduamente, una donna grande, una piccola ed una giraffa dal lungo collo.

La domenica mattina Luvi si svegliava, si preparava in fretta e voleva correre allo zoo.

Il segreto patto fra loro due continuava a restare irrivelato.

Era ormai settembre e l’indomani ci sarebbe stato il fatidico primo giorno di scuola della bambina, lei non era poi così entusiasta di affrontare questa prova.

Gisella voltò la testa e sorrise. Sì proprio così. O almeno, sembrò sorridere. Si avvicinò e parlò di nuovo all’orecchi della bambina.

– Domani mi accompagna lei a scuola, le avevo detto che altrimenti non ci sarei andata. Mi lascia lì e poi se ne torna a casa sua, in Africa. Ha detto che la stagione è adatta per viaggiare, fa un po’ più fresco, e ha deciso di andarsene, si annoia qui, le sue amiche la stanno aspettando.

Giulia sorrise, che fantasia aveva la sua piccolina.

Il mattino dopo Luvi si alzò e, preparandosi, guardava continuamente fuori dalla finestra. Ad un certo punto disse – Mamma fai presto, Gisella è arrivata, facciamo tardi!

Lungo il viale in effetti, c’era Gisella, che veniva avanti sussiegosa, con il suo passo da regina, tra le macchine stupite e gli automobilisti ammutoliti.

Le due donne, quella grande e quella piccola, uscirono dal portone sotto lo sguardo stralunato del portiere e aspettarono che Gisella si accucciasse per farle salire in groppa.

Cavalcarono per le strade guardando tutto da quella buffa altezza.

Ogni cosa sembrava diversa, ridimensionata, meno importante. Anche il portone della scuola sembrò piccolino a Luvi quando arrivarono lì davanti, e la bambina per niente intimorita, fece il suo ingresso nella sua nuova vita salutando con la mano la mamma e Gisella.

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Qualche amico

Oggi mi sentivo un po’ in affanno.
Ho provato una lieve sensazione di vuoto.
Avrei voluto qualche amico vicino.
E la cosa buffa è stata che ho cominciato a girare tra i miei blog preferiti, per leggere notizie dei loro autori.
Così ho capito che cercavo un amico fra coloro che considero amici.
Anche se sono amici virtuali.
Anche se della maggior parte di loro non conoscerò mai il viso.
Ho pensato che si può essere amici anche così.
Per questo, da oggi, quindi con notevole ritardo, ho cambiato nome ai miei link.









Corpo di una balena!

Ragazzi, sto leggendo Moby Dick!
E’ davvero bello poetico ed emozionante.
Vi farò sapere, per il momento la Pequod è appena salpata.



La notte

A volte, la notte, magari ad un’ora tarda, tornando da una serata con gli amici, in macchina, mi piace andare.

Con lo stereo che suona canzoni conosciute, meglio se la vecchia musica che sentivamo da ragazzetti.

E andare.

Piano girovagare in macchina.

Con la consapevolezza che, prima o poi, una curva dopo l’altra, si arriverà a destinazione, al solito approdo della casa, del letto accogliente.

Sperando tuttavia, di non arrivare per niente.

Con gli amici intorno, cantare tutti insieme la stessa canzone, forse ricordare le stesse cose.

Con la macchina che va.

Come se fosse una carrozza o un’astronave, con la città quieta intorno, solo il regolare rumore del motore che affronta con calma le curve dolci di una delle nostre colline.

Il panorama che fa capolino, l’attimo di pausa fra una canzone e l’altra.

E la speranza, irrealizzabile e proprio per questo più limpida, più sfavillante in un angolino del cuore, di non arrivare mai a casa, di continuare ad andare, nella sospensione del tempo e dei pensieri, nell’assenza del domani.

A volte, la notte, mi piace vagare, in macchina, senza volere arrivare più.

Neri però

L’idea sarebbe quella di andare, andare.
E poi fermarsi su una spiaggia e passare il resto della vita a costruire castelli di sabbia.
Neri però.
Bellissimi, barocchi,dalle architetture astruse.
Su una spiaggia di Stromboli allora.
Andare…






Bianconiglio

Finalmente sembra che stia cambiando il tempo, che stia arrivando l’autunno. Un vento un po’ più fresco del solito che accarezza le braccia e ci fa sentire che l’aria sta cambiando.

Questo mi conforta, sembra darmi una direzione, perché in questi giorni non riesco davvero a trovarla.

Il tempo sembra essersi impigliato.

Il mio tempo, quello degli altri non so, non mi sembra, anzi, a dire il vero, è proprio il raffronto tra il mio tempo e quello altrui a crearmi questo tipo di imbarazzo.

Il mio tempo sto cominciando ad immaginarmelo come quei pupazzi a molla a cui si dà la carica, che sanno camminare solo in avanti e solo fino a quando incontrano un piccolo ostacolo, allora continuano a camminargli contro fino a che la molla non si scarica.

Me lo immagino come uno di questi pupazzetti, il mio tempo, magari a forma di coniglio, il bianconiglio di Alice nel paese delle Meraviglie, con l’orologio d’oro nella tasca del panciotto rosso.

Comunque sia, deve avere incontrato un ostacolo invisibile, qualcosa di soprannaturale.

Qualcosa che solo la Maga Magò arricciando il naso potrebbe vedere.

Lei, dopo aver sbagliato un paio di incantesimi ed aver creato un po’ di confusione, scoprirebbe di che cosa si tratta e magari risolverebbe il problema.

Se da sola non sarò capace, toccherà chiamarla.

Magari apparirebbe in ufficio, nel momento più inopportuno, a sparpagliare con un solo tocco di bacchetta, le carte e le scartoffie di anni di lavoro certosino.

Ma, in definitiva qual è il problema, mi starete per dire, con l’aria annoiata di chi la sa lunga sulle lamentele altrui.

Niente, vi rispondo, un po’ imbarazzata dal tono accusatorio di chi pensa che non faccio altro che lamentarmi per cose inesistenti; niente, ripeto, fissandomi la punta delle scarpe, è che… insomma… in realtà l’ho scritto nel post precedente (e non dite che mi ripeto, che mi gettate nello sconforto). È che per un attimo avevo creduto, avevo sperato che potesse cambiare, migliorare tutto, anche di poco.

Forse erano le vacanze, forse erano gli occhi buoni sotto citati, forse è stato che mi sentivo bene, insomma qualunque cosa fosse, aveva funzionato per un po’.

Ma poi le cose hanno preso la solita piega, la fatica del quotidiano mi ha ripreso, gli effetti benefici della vacanza stanno finendo, il ragazzo in questione non mi si fila neanche di striscio, i soliti amici hanno altri pensieri per la testa che occuparsi di me (questo perché il loro tempo procede come dovrebbe e le loro vite si evolvono secondo corsi normali), insomma ecco qui, ecco che c’è.

Che faccio? Chiamo Maga Magò va, che è meglio!

Momenti del tutto ingiustificati

Dopo un temporaneo, quanto ingiustificato momento di ottimismo, in cui avevo, senza ragione e senza logica apparente, creduto che tutto sarebbe andato meglio, mi trovo costretta a verificare che, no, in effetti no, è proprio tutto come sempre!


Trouble

I never meant to cause you trouble…

No, non avevo intenzione di causare problemi.

Soprattutto a me stessa.

No non volevo.

Eppure…

Finisce sempre nello stesso modo.

Io verso di te.

Tu verso di me o verso qualcun altro.

Ognuno che segue un verso suo, un suo itinerario, non c’è modo di farli coincidere se non per un attimo.

Mi giri intorno come una folata di vento.

Ti vengo addosso come una foglia portata dallo stesso vento che sei tu.

E poi? E poi null’altro.

Perché dovrebbe esserci dell’altro?

Ringraziamo chi ci sentiamo di ringraziare per il fatto di essere vivi, io, te, ed avere provato per un attimo il piacere di una folata di vento fresco che ci girava intorno.

Nessuno voleva causare problemi.

Un’annusatina che sa di fresco.

Tutto qui niente di più.

Perché non mi accontento, come sarebbe intelligente fare?

L’intelligenza non ha niente a che fare con l’improvvisa apertura dello spazio, lo so.

Cosa dico poi.

Bisogna essere capaci di separare, di impacchettare, di collocare, di mettere in prospettiva.

Non si può essere così, mettere tutto insieme alla rinfusa e sperare che funzioni; non funziona infatti.

Non c’è tempo abbastanza per guardare, non c’è tempo che basti per pensare, tutto troppo poco, troppo presto, vedere annusare sorridere andarsene,  ritornare a tutto quello che di normale c’era prima.

Non c’è tempo e nessuno, tranne me si aspetta che ci sia, nessuno ha bisogno di un po’ di tempo in più, sarebbe un vero disastro, se ce ne fosse di più, se le cose rallentassero quel tanto.

E stiamo ancora ad aspettarci cose fantasiose alla mia età?

Qui si tratta di crescere quel po’ che faccia diventare tutto normale.

Giusto, sacrosanto.

Non mi sembra impossibile no?

Un’altra di quelle famose cose facili ma in realtà complicatissime.

In un tempo, finito parecchio tempo fa, “un futuro invadente, fossi stato un po’ più giovane, l’avrei distrutto con la fantasia, l’avrei stracciato con la fantasia”, oggi ci provo, forse mi riesce ancora!

Il Che aveva gli occhi buoni

La prima volta che lei lo vide, lui era di spalle.
Indossava una giacca militare con una piccola bandiera cucita su di una spalla.
Lei lo avvicinò accompagnata da un’amica che lo conosceva, e che, chiamandolo, lo fece voltare.
Aveva gli occhi verdi, sorridenti, ed una barba volutamente incolta.
Alto, bruno,lei pensò che somigliasse ad un giovane Che Guevara.
Come sempre capitava, al momento delle presentazioni, appena sentito il suo nome, lei immediatamente lo dimenticò. In cuor suo cominciò a chiamarlo Che.
Lui era allegro, ma dava l’impressione di essere timido o quanto meno riservato, di poche parole.
Lei, rimasta sola con la sua amica, le menifestò tutto il suo entusiasmo: è carino, disse, sembra simpatico, ha gli occhi buoni.
Da parte di lei, rilevare che un uomo aveva gli occhi buoni era davvero un grande segno di interesse. Lei gli uomini li cercava nei loro occhi.
Li guardava, cercava quello che avevano dentro, e poteva scoprirlo solo frugando loro tra le loro ciglia.
Negli ultimi anni la ricerca, la scansione della retina, come diceva lei scherzando, era stata infruttuosa.
Il più delle volte, negli occhi che le capitava di incrociare, non ci trovava proprio niente.
Né bontà né cattiveria, né intelligenza né stupidità, una stupefacente mancanza di vita.
Qualche volte una strana, passiva aggressività.
Il Che aveva gli occhi buoni.