Archivi per il mese di: ottobre, 2004

Già lo so

Da un momento all’altro,
senza il minimo preavviso,
sarà ancora Natale!



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Welcome!

Welcome” c’era scritto sullo stuoino. Lei lo guardava senza ancora posarci sopra i piedi. La scritta era nera in corsivo tutta circondata da rametti e foglie d’edera.

Bruttino, a dirla tutta, come stuoino.

Benvenuta.

Era l’unica cosa che avrebbe voluto sentirsi dire; per il momento stava scritto a terra.

La porta era ancora chiusa, il campanello ancora non aveva suonato, lei ancora non aveva neanche tolto la mano destra dalla tasca del cappotto, per suonarlo, una buona volta, quel campanello.

A vederla, osservandola dalla guardiola come faceva il portiere, ad esempio, oppure quel passante, fuori, sulla strada, che aveva girato distrattamente la testa, avrebbero detto che era esitare quello che stava facendo, usando un termine un tantino letterario, quel suo restare ferma sulla soglia, con le mani sprofondate nelle tasche e gli occhi fissi sullo stuoino, brutto tra l’altro, con i piedi indecisi se calpestare o no l’edera della scritta.

Ma lei non si sentiva esitare, piuttosto quella parola Welcome, inadatta tutto sommato ad uno stuoino italiano e ancora meno adatta al carattere della persona che abitava al di là della porta, aveva sviato il corso dei suoi pensieri.

Aveva immaginato ogni cosa, ogni particolare.

Quanto tempo, quanti giorni e notti, quanti respiri, quanti battiti del cuore, quanti pensieri e quanta aria attraverso i pensieri.

Quante parole aveva pensato di dire e quante volte le aveva ripetute, migliorandole, lisciandole, allontanandosene per guardarle meglio, come si guarda un quadro, e poi avvicinandosi di nuovo per sistemare meglio un accento, una pausa, una virgola, perché tutto fosse perfetto.

Quanta fatica.

Ed ora, che si trovava in piedi davanti ad una porta di legno, solo ora capiva.

Capiva che le parole vanno dette subito, quando ce n’è bisogno.

Che se non vengono tirate fuori come vengono, come sono, alla rinfusa magari, magari stropicciate, con tutti gli aggettivi fuori posto, si rovinano, deperiscono.

Marciscono come le foglie che cadono dagli alberi in autunno. Se restano troppo a lungo ad aspettare una mano che le salvi, un gesto, diventano una insondabile poltiglia.

E lo stesso fanno i sentimenti, anche loro si trasformano in una indistinta fanghiglia, e non ci sono più parole per spiegarli.

Quindi no, non era affatto esitazione la sua, ma anzi proprio il suo esatto contrario, la fine del dubbio, la serena consapevolezza che quella scritta, su quel brutto stuoino, non stava aspettando lei.

 

 

Ho sempre amato il vento

Ho sempre amato il vento.
Mi mette allegria nei pensieri, mi entra negli occhi e nelle orecchie. Il vento fresco che accarezza la pelle dopo un’estate troppo calda.

Ma oggi sembra che sia proprio questo vento a mettermi addosso uno stato di agitazione.

No non è colpa del vento, lo so bene, lo so.

Lo aspetto da tanto che ormai non sapevo neanche più se lo desiderassi ancora.
E oggi sto andando ad incontrarlo.
Pensavo che avrei avuto la sensazione di incontrare il mio destino, ma non so, adesso, se è questo quello che provo.

Quante volte ho camminato per queste strade pensando, fantasticando, immaginando. E l’oggetto di tutta questa attività è sempre stato lui.

Mi chiedo come abbia fatto a convincerlo a venire qui, lui che da tempo ha deciso di mettermi in una zona d’ombra della sua vita, io che mi ci sono lasciata mettere. E neanche ho dovuto convincerlo, gli ho detto vediamoci, e lui, proprio lui, ha detto si.

Sospetto di sapere il perché, ma adesso il gioco dei perché non mi interessa.
Lui è qui.
Già respira le stessa aria che respiro anche io, lo stesso vento allegro.

I pensieri non stanno fermi un minuto,sarà colpa di questo vento.
Ricordo quando lo conobbi, mi esplose dentro come una bomba a frantumazione.
In un istante solo, schegge di lui si conficcarono ovunque dentro di me. Da quella sera, con lentezza, ma progressivamente, come in una reazione chimica innescata ed inarrestabile, cominciò ad abitarmi.

Mi chiedevo che tipo fosse, gli raccontavo di me, ascoltavo la sua voce, lo portavo con me durante le giornate, gli facevo vedere la mia città. Eppure non pensavo realmente che l’avrei visto ancora.

Il sesso ed il desiderio sono venuti molto dopo. Molti mesi dopo che ormai questa cosa aveva cominciato ad accompagnarmi con discrezione.

E per la seconda volta fu un’esplosione.

In un attimo, inaspettato eppure mai così voluto, me lo trovai addosso, sopra, dentro.
Se ne andò con la leggerezza con cui era arrivato e mi lasciò stordita.

Mi sembra che sia passato un secolo da allora, ed in effetti le cose sono cambiate senza mai cambiare veramente.

Io sono cambiata, forse anche lui.
È cambiato il panorama della mia vita, anche se non si è allargato ma solo ristretto, comunque è diverso da quello che era allora.

Così mi aspetta ormai, anche se come al solito sento di essere io ad aspettare lui.

Eccolo arriva da laggiù, sembra una persona che stia camminando tranquillamente, per i fatti suoi, non ha l’aria di uno che sta andando ad un appuntamento a cui tiene, mi ha visto, sorride.

Mi sembra invecchiato, forse stanco.
Chi sa se sta pensando di me la stessa cosa, come mi vede, e chi lo sa.

Chiacchieriamo come se ci fossimo lasciati ieri ed io lo guardo, gli do la mano perché devo essere sicura che ci sia.

Mi porta nell’albergo dove si è fermato.

È la prima volta e l’ultima insieme, è adesso e mai insieme, è lui sono io siamo quelli di ora e di allora.

Chiudo gli occhi, ma li apro subito perché voglio vederlo, vorrei avere più gambe più braccia, per annullare anche il poco spazio che resta fra noi, vorrei che riempisse ogni angolo di me, che entrasse in me completamente.
Che mi riempisse la bocca, la gola il respiro.
Quando torno ad avere occhi e fiato, fuori dalla finestra si sta facendo buio.
Nella stanza i contorni delle cose si fanno rarefatti, vedo la sua schiena, è sdraiato a pancia sotto, mi faccio più vicina perché voglio ancora sentire il suo peso su di me, lui mi copre, sento il suo respiro regolare.
Ecco il posto dove vorrei restare per tanto tempo, sotto di lui, stremata morbida, protetta da tutto il resto del mondo.

– Andiamo a mangiare – mi dice dopo un po’- ho fame.

Siamo di nuovo due, andrà via un’altra volta, forse se n’è già andato.















Lasciarsi correre

Oggi sono nervosa.
Ma neanche nervosa è la parola adatta.
Mi sento stizzosa, bastian contrario, vorrei puntualizzare tutto con tutti.
Con gli amici che mentono, con i nemici che nicchiano, con quelli che mi intralciano il passo per la strada.
Una sensazione abbastanza fastidiosa, di irritazione.
Me lo diceva anche l’oroscopo ieri mattina, che ho le stelle e i pianeti tutti arruffati.
Mi diceva di lasciar correre, di aspettare che si riallineino.
Proprio quello che vorrei fare.
Vorrei proprio lasciar correre tutto quello che ho intorno.
Vorrei lasciarmi correre io finalmente, lontano, senza voltarmi indietro più.
Ma dato che non lo farò e, come sempre, lascerò correre, speriamo che i pianeti arruffati si districhino alla svelta, che da queste parti, a causa loro, e non solo, tira una brutta aria.











L’Iliade

In questi giorni ho rispreso a leggere alcuni passi dell’Iliade.
Ho scritto un post su questo argomento su questo blog a cui collaboro.
Così colgo anche l’occasione per fargli un pochino di pubblicità!



Il mio week end

In una parola.
Che poi parola non è.
Bleah!



La doccia Zen

Qui piove che dio la manda.

E’ sabato e ho tutto il tempo di fare quello che mi va.

E allora che faccio?

Quasi quasi mi faccio una bella doccia bollente.

La chiamo la mia doccia zen, calda lunga e profumata.

Un po’ alla Gaber ora che ci penso, anche se lui si faceva una shampoo, questione di gusti.

Scelgo con cura il bagnoschiuma da usare, direi che miele e crusca potrebbe essere appropriato, proprio quello giusto per farmi un pochino di coccole da fine settimana.

Preparo la crema idratante con cui farmi un bel massaggio e, voilà, di sicuro l’umore migliorerà.

Per il resto della giornata e della serata, meglio non fare previsioni.

E’ tornato

Ieri sera tornavo a casa dal lavoro.
La sera era scesa già da un po’. Pensavo che le giornate tornano ad accorciarsi.
Arrivo al solito angolo della strada e un profumo improvviso, mi fa sorridere e voltarmi.
E’ tornato l’omino delle caldarroste.
Che meraviglia, che emozione.
Quel profumo intenso, caldo, fragrante, a cui non ho mai saputo resistere, neanche una volta.
E ritrovarsi con il cartoccio bollente fra le mani, e il desiderio di mangiare le castagne più forte delle dita che si bruciano.
Ora non so se l’omino sia sempre lo stesso, ogni anno.
Mi piace pensare che sia lui, che si mette al solito angolo di strada, immutabile, ogni anno in questo periodo, a portare il profumo dell’autunno.









Preghiera

La giornata sgrana veloce le sue ore davanti ai miei occhi, consumandosi in un rosario di riti quotidiani.
Parole, gesti, il caffè caldo a metà mattina, il finto litigio per chi lo deve offrire.
Ogni grano che gira fra le mani è una casella dello schema in excel che si riempie del numero giusto, il numero che formerà il totale della fine della giornata.
La luce artificiale dà al fluire un ritmo alterato, spersonalizzato, cristallizzato.
Suonano alla porta, squilla il telefono.
E’ lunedì, è giovedì, domani è sabato.
In questo giro di giostra che mi porta continuamente ad un inizio da cui mi ero appena staccata, mi trovo ogni minuto in un altrove virtuale.
Ma domani è sabato, sì, domani è proprio sabato.








Non lo so

– Dove ti fa male?
Buona domanda. Non lo so, non so rispondere.
Però lo sento, questo dolorino fastidioso, silente, sotterraneo, eppure continuo, incessante.
Anzi non è affatto un dolorino.
Me lo sento da qualche parte, tra il cuore e lo stomaco e non va via non so più da quanto tempo.
A volte me lo dimentico, ma lui, a ben vedere, non si è mai mosso di un millimetro, è sempre lì, a tenere la posizione.
Ma dove mi fa male?
Non lo so, non lo so dire.