Welcome!

Welcome” c’era scritto sullo stuoino. Lei lo guardava senza ancora posarci sopra i piedi. La scritta era nera in corsivo tutta circondata da rametti e foglie d’edera.

Bruttino, a dirla tutta, come stuoino.

Benvenuta.

Era l’unica cosa che avrebbe voluto sentirsi dire; per il momento stava scritto a terra.

La porta era ancora chiusa, il campanello ancora non aveva suonato, lei ancora non aveva neanche tolto la mano destra dalla tasca del cappotto, per suonarlo, una buona volta, quel campanello.

A vederla, osservandola dalla guardiola come faceva il portiere, ad esempio, oppure quel passante, fuori, sulla strada, che aveva girato distrattamente la testa, avrebbero detto che era esitare quello che stava facendo, usando un termine un tantino letterario, quel suo restare ferma sulla soglia, con le mani sprofondate nelle tasche e gli occhi fissi sullo stuoino, brutto tra l’altro, con i piedi indecisi se calpestare o no l’edera della scritta.

Ma lei non si sentiva esitare, piuttosto quella parola Welcome, inadatta tutto sommato ad uno stuoino italiano e ancora meno adatta al carattere della persona che abitava al di là della porta, aveva sviato il corso dei suoi pensieri.

Aveva immaginato ogni cosa, ogni particolare.

Quanto tempo, quanti giorni e notti, quanti respiri, quanti battiti del cuore, quanti pensieri e quanta aria attraverso i pensieri.

Quante parole aveva pensato di dire e quante volte le aveva ripetute, migliorandole, lisciandole, allontanandosene per guardarle meglio, come si guarda un quadro, e poi avvicinandosi di nuovo per sistemare meglio un accento, una pausa, una virgola, perché tutto fosse perfetto.

Quanta fatica.

Ed ora, che si trovava in piedi davanti ad una porta di legno, solo ora capiva.

Capiva che le parole vanno dette subito, quando ce n’è bisogno.

Che se non vengono tirate fuori come vengono, come sono, alla rinfusa magari, magari stropicciate, con tutti gli aggettivi fuori posto, si rovinano, deperiscono.

Marciscono come le foglie che cadono dagli alberi in autunno. Se restano troppo a lungo ad aspettare una mano che le salvi, un gesto, diventano una insondabile poltiglia.

E lo stesso fanno i sentimenti, anche loro si trasformano in una indistinta fanghiglia, e non ci sono più parole per spiegarli.

Quindi no, non era affatto esitazione la sua, ma anzi proprio il suo esatto contrario, la fine del dubbio, la serena consapevolezza che quella scritta, su quel brutto stuoino, non stava aspettando lei.

 

 

Annunci