Archivi per il mese di: novembre, 2004

 

Una candelina

Oggi è un giorno in cui accendo una candelina.
Sfrego uno zolfanello, uno sfrigolio, l’odore piacevole dello zolfo, e poi una luce, prima molto intensa e poi piccola e calda.
La mia candelina è accesa.
La immagino bianca e rossa, a strisce, come quei bastoncini di zucchero che non fanno più.
C’è da festeggiare il compleanno di questo mio blog.
È già passato un anno da quel giorno in cui, seguendo un impulso improvviso, cliccai qua e là e mi ritrovai qui.
In questo mondo fatto di parole.
Parole mie, di altri, di tanti.
Un mondo fatto di parole potrebbe essere il mio preferito; negli altri mondi non ci so vivere molto bene.
C’è sempre qualcosa di troppo o di troppo poco.
C’è sempre qualcosa che scappa che sfugge.
Mi trovo a cercare di essere come mi sembra che dovrei, a fare quello che mi dicono che dovrei, ma non riesco mai del tutto, ho sempre qualcosa di fuori posto.
In questo mondo fatto di parole, illuminato qua e là da una candelina, da un sorrisino costruito con i due punti e la parentesi, forse trovo uno spazio in cui mi muovo più comodamente, come se la blogsfera fosse un mare profondo in cui nuotare, dove si può scegliere se galleggiare, ascoltando il rumore della risacca o immergersi tra profondi borbottii dell’apnea.
Eppure vorrei trovare uno spazio nel mondo vero in cui sentirmi altrettanto comodamente a casa mia.
Uno spazio di oggetti parlanti e luci tenere.
Ora la spengo questa candelina bianca e rossa, con un soffio.
Esprimo il desiderio, e continuo a scrivere, vediamo dove si arriverà.



















Vorrei

Stasera vorrei addormentarmi nella grande mano di un gigante.

In un giorno disarmato

E’ successo ancora – pensava guardando il cielo blu di quella mattina qualunque.
Succede infatti, che una mattina, una mattina ordinaria, sotto un cielo qualsiasi, uno alzi gli occhi e pensi:” è successo ancora”.
Cosa devo fare – si diceva – ricominciare daccapo?
Questa volta no, è finito il tempo dell’entusiasmo, della credulità, della sciocca incoscienza.
E se non lo fosse devo fare in modo che finisca.
Ogni volta ho fatto lo stesso stupido errore.
Per ritrovarmi poi, dopo mesi o anni, allo stesso punto da cui ero partito.
Ancora una volta ho messo il mio destino, la mia serenità, la mia speranza, nelle mani di altri.
Non che fossero mani sbagliate, no, erano assolutamente delle buone mani.
Ma la vita ha i suoi percorsi e noi siamo costretti a seguirne le tappe.
Altrimenti ci ritroviamo come creduli salmoni a risalire una corrente che ci sospinge incessantemente indietro.
Il mio infantile bisogno di affetto, di copertura, di caldo, di casa, ha fatto in modo che cedessi ad altri un potere sulla mia vita.
Quello di darmi quelle cose di cui avevo bisogno.
Potere non richesto e certamente non voluto.
Chi vuole prendersi una tale responsabilità?
Così, adesso che le mani si aprono per distaccarsi, io capisco che ho fatto ancora il solito passo falso.
Non dovevo consentire che la mia vita dipendesse da un abbraccio, dalla presenza di qualcuno che non sono io.
Per meritevole che sia.
Per questo mi sono ritrovato, in un giorno disarmato, a guardare un cielo qualunque, un cielo cieco, senza occhi, e a pensare:”è successo ancora”.



















Sensazioni

Settimana pesante.
Mi sento la testa stranamente vuota.
Vorrei riempirla di parole ma non ci riesco.
Mi turbinano nella mente, ma nessuna di esse si ferma abbastanza da produrre una frase compiuta.
Così vivrò questo sabato ventoso in attesa che le parole ricomincino a fermarsi da me, anche solo per bere una cosa insieme.





Come si scrive…

… il suono di uno sbadiglio?
Di uno sbadiglio di noia, di sonno, di pigrizia, di stanchezza.
Di uno sbadiglio che vorrebbe essere un’alzata di spalle.
Di uno sbadiglio che è insieme protesta e richiesta di attenzione.
Insomma di una cosa così.
Come si scrive?







Miriam

Mi piace che faccia buio più presto ormai.

Non piace a nessuno ma a me sì.

Mi piace la strada bagnata, traslucida dopo tanta pioggia, e il flap flap delle falde del mio impermeabile che danno il ritmo ai miei passi.

L’unica cosa è che attraversare la strada al buio, con i fari delle automobili che mi accecano leggermente, mi fa un po’ paura.

Deve essere il gatto che c’è in me.
Mentre attraverso la strada e sono ormai arrivata proprio al centro, si risveglia, e mi fa desiderare di fare un balzo all’indietro, improvviso, per ricadere sul marciapiedi da cui sono partita.

Per fortuna gli automobilisti si fermano per fare attraversare una bella donna.

A parte questo piccolo inconveniente mi piace camminare di notte.

Dovrei affrettarmi perché la strada è lunga, devo arrivare lontano.

Quasi quasi salgo un po’ più in alto: il rumore del traffico stasera è insopportabile.

Certo non ci sono proprio i tetti che preferirei io, quelli spioventi, con le tegole, che posarci le zampe è una goduria.

In questa città i tetti sono piatti, ricoperti di questa roba nera che non so come si chiama, l’impermeabilizzazione.
Camminarci sopra è semplice, non c’è nemmeno un po’ di brivido, non devo neanche stare in equilibrio, le vibrisse e la coda servono a poco, non devo fare passettini leggeri e silenziosi, non è che ci sia tutto questo divertimento.

Incontro i piccioni che mi guardano stupiti e volano via in un grande sbatacchiare di ali; per divertirmi posso fare qualche agguato per vedere se mi riesce ancora di prenderne qualcuno.

Ma non ho tanto tempo da perdere, il viaggio di stasera è lungo, la mia meta la vedo alla mia sinistra, in questa sera lustra di pioggia.

È una sagoma scura ed imponente, antico nume tutelare che da un momento all’altro può perdere la sua millenaria pazienza, davanti a lui le luci dei paesi nati ai suoi piedi ed il nero profondo del mare.

Guardo le stelle, che sorgono ad una ad una, si sta facendo tardi.

Meglio che mi affretti, non possono cominciare senza di me.

Questo tetto mi sembra abbastanza alto, devo fare un salto e recitare la formula.

Non mi ricordo mai qual è quella giusta.

Ok allora salto.

Opps!

Ecco lo sapevo, ho sbagliato ancora: possibile che non abbia ancora imparato a trasformarmi in qualcosa di meglio di un pipistrello?

Pazienza!

Il Vesuvio è lì che mi aspetta e le mie colleghe saranno già tutte arrivate.

Ah comunque, tanto per precisare, volevo dire che non è halloween la festa delle streghe!
  




La marmotta

Il mio modello di vita in questo momento.

Il giorno dei bersagli mancati

L’8 novembre è stato il giorno dei bersagli mancati.

Forse gli dei volevano dirmi qualcosa.

Ho messo un pietra sopra ad una mia falsa aspirazione.

Ho deciso di cancellare, dalla rubrica del mio cellulare, il numero di telefono di un ragazzo a cui avevo inutilmente pensato da un po’ ti tempo a questa parte.

Sono uscita dall’ufficio per risolvere tre problemi e non ne ho portato a casa nemmeno uno.

Una persona che aveva appena ventilato l’ipotesi che ci saremmo potuti vedere mi ha fatto sapere che non gli era possibile.

Ho incontrato il mio ex fidanzato e avrei voluto che mi dicesse qualcosa di vero, qualcosa di sé, della sua vita e che mi chiedesse qualcosa di me.

Non lo ha fatto.

Abbiamo parlato per più di mezz’ora come se non ci fossimo mai separati ma non ci siamo detti niente di niente, solo fiato, aria e parole che volevano essere neutrali. Come sempre è stato, come sempre sarà.

Credo che gli dei avessero perfettamente ragione.


 



Strali

Oggi è un giorno che cerco di tenermi stretta.
E acquattata.
Sopra la mia testa volano fulmini e saette, scagliati dai numi che sovraintendono alle mie ore diurne.
Mi abbasso rapida e gli strali si conficcano nel muro bianco alle mie spalle.
Resisto, mi tengo stretta.





Antoine De Saint- Exupéry

Tutto cambia nell’universo se, in qualche luogo,non si sa dove,
una pecora che non conosciamo ha,
sì o no,
mangiato una rosa.