Archivi per il mese di: dicembre, 2004

Gaber

Ieri sera, mentre saltellavo per canali mi sono imbattuta in un programma su Giorgio Gaber su rete 4 (rete 4!?!?).
Naturalmente mi sono fermata e ho avuto la fortuna di ascoltare ancora una volta : Qualcuno era comunista.
Ogni volta, ma proprio ogni volta che la sento mi commuovo.
Anche ieri sera.
Così stamattina ho pensato di postarla qui.

Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.
Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà. … la mamma no.
Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.
Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.
Qualcuno era comunista perché aveva avuto una educazione troppo cattolica.
Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.
Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.
Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.
Qualcuno era comunista perché prima… prima…prima… era fascista.
Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano.
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.
Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.
Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.
Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.
Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.
Qualcuno era comunista perché la borghesia, il proletariato, la lotta di classe…
Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.
Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI TRE.
Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione. Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.
Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.
Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo secondo Lenin.
Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sé la classe operaia. Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.
Qualcuno era comunista perché c’era il grande partito comunista.
Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista.
Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.
Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggior partito socialista d’Europa.
Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi, solo in Uganda.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.
Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica eccetera, eccetera, eccetera…
Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.
Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.
Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.
Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno; era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso. Era come… due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici.
E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo.















































Affogare in città

Ho preso tanta di quella pioggia, tutta la mattina in giro con il mio ombrelluccio, che mi basta per tutto il 2005!
Argh!



Brucolandia

Amore a prima vista.
Ieri sera, mentre tornavo stanca dal lavoro, pensando che ancora non ho comprato tutti i regali di natale, sono entrata in un negozio per farmi venire qualche idea.
L’ho visto subito.
Marolino, ciuffo biondo, sguardo biricchino, cappuccio da rapper calcato sulla testa, gran sorriso.
Ho cercato di stargli lontana, mi sono detta, no, non farlo ancora, alla tua età, questa è una cosa da bambini, da ragazzini al massimo.
Ho cercato di allontanarmi continuando a curiosare tra gli scaffali, cercando di ignorarlo.
Ma la mia attenzione era catturata.
A tradimento, tradendo soprattutto, anzi soltanto me stessa, con una rapida mossa mi sono avvicinata, l’ho afferrato e l’ho portato con me alla cassa.
Lui mi stava aspettando.
E’ un bruco, piccolo morbido di peluche.
E’ bellissimo, semplicemente.
Ho deciso di chiamarlo Cosimo Piovasco di Rondò, perchè Agilulfo Emo Bertrandino dei Guidiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, Cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez mi sembrava un po’ esagerato, un po’ lungo quanto meno.
L’ho messo in tasca e ho cominciato a fargli le coccole, provando un sentimento misto di delizia e di vergogna.
Mi dicevo, camminando con Cosimo stretto nella mano, non sono normale, ancora a fare certe cose, e con un bruco per di più!
Ma la freccia è scoccata e ha colpito e ora io e Cosimo adiamo a spasso insieme.

















Un viaggio all’inferno

Stamattina avevo l’incarico di andare a depositare un ricorso in Commissione Tributaria.
La Commissione si trova in un luogo che già dal nome si annunciava sinistro.

E qui devo fare una premessa.

Come in molte altre città, anche a Napoli, c’è l’uso di dare ad alcuni luoghi, strade piazze, un nome familiare, più gradito alla cittadinanza. Così piazza Nicola Amore diventa I Quattro Palazzi (dato il fatto che quattro palazzi uguali circondano i quattro lati della piazza), Viale Gramsci è rimasto Viale Elena (regina a cui prima era intitolato) Corso Umberto I viene chiamato Il Rettifilo e così via.

Così io stamattina dovevo andare alle torri INAIL, se il luogo abbia un nome ufficiale, lo ignoro.

Già partivo con un’ informazione sbagliata. Il mio capo aveva detto:”Non ti preoccupare è lontano ma è facilissimo, prendi il tram numero 4, dopo esserti lasciata il carcere di Poggioreale alla destra, vedrai un ponte, scendi alla fermata dopo il ponte e alla tua sinistra vedrai le torri e una salita che ci arriva”.

Così ero partita fiduciosa.

Il tram numero 4 non ne voleva sapere di passare, in compenso passavano a iosa i numero 1.

Quando finalmente arriva il n. 4, chiedo conferma al conducente delle mie informazioni per sentirmi dire che sono clamorosamente errate!

Devo prendere il maledetto tram numero 1!

Per fortuna ne arriva uno dietro, e io ci salto sopra.
Il nuovo conducente mi dice che la direzione è quella ma in pratica il tram n. 1 si ferma a piazza Nazionale e poi si deve aspettare un autobus.
Avvilita comincio il viaggio.

C’è una sorta di linea di confine tra la pseudo civiltà della città normale e l’inferno, io l’ho trovata circa a metà di Via Marina.

Arrivati a varcare una linea immaginaria che si trova poco dopo piazza Mercato, da una serie di segnali si percepisce che il degrado è cominciato ed è inarrestabile.

Asfalto malamente rappezzato, sulla sinistra palazzoni fatiscenti densamente popolati, sulla destra pompe di benzina e improvvisate bancarelle di copri cerchioni e piccoli accessori per automobili tutti rubati.

Con il degrado materiale va a braccetto quello umano.

Sul tram anziani poveri e malandati, in strada automobilisti disposti a tutto pur di guadagnare un centimetro di asfalto.

Il risultato di tutto questo è che resto due ore, incastrata ed impotente a contemplare la mia città.

Piazza Nazionale è una grande circonferenza abbandonata a se stessa con al centro dei lavori in corso da anni.

Per assurdo il carcere è l’unica costruzione ad avere un aspetto normale in tutta la lunghissima e affogata via Nuova Poggioreale.

Dopo avere impiegato due ore ad arrivarci, le famigerate torri si stagliano alla mia sinistra.

Sotto di loro un enorme spazio deserto.

Completa assenza di indicazioni.

Gli utenti, aiutandosi l’un l’altro alla fine trovano il piano dove devono dirigersi.

Nell’ufficio due impiegati mangiano biscotti e fumano.

Dopo il deposito del ricorso, due ore del cammino inverso per tornare indietro.

Quando sono arrivata la strada dove si trova il mio studio, mi sembrava il paradiso.

La disperazione per quello che ho visto mi ha fatto pensare che l’unica possibilità che ci resta per normalizzarci è l’eruzione del Vesuvio. Che ci rada al suolo. Perché non c’è redenzione possibile per la miseria umana e materiale dei napoletani.
Che la completa e centenaria assenza dello stato e delle sue strutture hanno creato un’indisciplina che è tutt’uno con la necessità di sopravvivere senza aiuti, senza difesa.

Un’umanità ferina e sgomitante che ogni minuto di ogni giorno cerca solo un appiglio per andare avanti fino al giorno dopo.

Nulla potrà mai normalizzare l’istinto di sopravvivenza di questa gente abbandonata, solo un pietoso Vesuvio che ricopra tutto, per ricominciare da zero.





ALTERNATIVE

You scored as alternative.
You’re partially respected for being an individual in a conformist world yet others take you as a radical. You have no place in society because you choose not to belong there – you’re the luckiest of them all, even if your parents are completely ashamed of you.
Just don’t take drugs ok?
IL test è
QUI!




Sbirciare

C’è una cosa che mi piace fare.

Da sempre, da quando ero piccola.

La faccio mentre cammino a piedi, quando tornando a casa, ripercorro i miei passi, la sera.

So che non si dovrebbe, che non sta bene, che è segno di cattiva educazione, ma è più forte di me, non riesco a resistere.

Vedo un pezzetto di luce, una striscia, e finisco col girarmi.

Non che mi fermi proprio ad osservare, questo no, ma un’occhiatina proprio non posso fare a meno di darla.

Va bene, lo confesso.

Mi piace sbirciare attraverso le finestre illuminate.

Indovinare, da rettangoli di luce le stanze degli altri e quell’apparizione mi fa immaginare, per un secondo solo, vite diverse.

Mi piacciono in particolare le cucine e i salotti, a volte le camerette dei ragazzi.

Mi soffermo soprattutto se noto qualche particolare vecchiotto, casalingo, che so, una cucina con le piastrelle verdi, un lampadario di quelli con una sola lampadina che sporge dalla base e fa una luce sbilenca, gli adesivi attaccati ai vetri.

Mi piace stare al di fuori, la sera e guardare dentro, scorgere qualcosa di lontano da me, come guardare in quella palle di vetro con la neve dentro, che sono terribilmente kitsch, ma proprio per questo, a volte, con quella neve e la Tour Eiffel, ci fanno sognare senza un perché.

Proprio stasera passavo, ero in autobus, ho alzato la testa e ho visto un pezzetto di salottino, dove un uomo anziano, con gli occhiali, seduto su una poltrona marrone, leggeva il giornale.

Ammetto che non c’era nulla in questa scena brevissima, quasi un fotogramma, che fosse in qualche modo speciale o particolare, o interessante, se non il fatto che mi ha fatto sorridere per un secondo.

Che mi ha fatto desiderare di stare tornando in una casa dove avrei potuto trovare un padre, o addirittura un nonno, seduto in poltrona, intento a leggere il giornale, con gli occhiali sul naso.

Così, ogni tanto, quando voglio offrirmi un po’ di immaginazione a buon mercato, quando fuori è buoi e magari fa anche un po’ freddo (aumenta il pathos della scena), alzo il naso come un segugio e guardo finestre che contengono piccole scene in cui non entrerò mai, ma che mi fa piacere sapere che ci sono.