Sbirciare

C’è una cosa che mi piace fare.

Da sempre, da quando ero piccola.

La faccio mentre cammino a piedi, quando tornando a casa, ripercorro i miei passi, la sera.

So che non si dovrebbe, che non sta bene, che è segno di cattiva educazione, ma è più forte di me, non riesco a resistere.

Vedo un pezzetto di luce, una striscia, e finisco col girarmi.

Non che mi fermi proprio ad osservare, questo no, ma un’occhiatina proprio non posso fare a meno di darla.

Va bene, lo confesso.

Mi piace sbirciare attraverso le finestre illuminate.

Indovinare, da rettangoli di luce le stanze degli altri e quell’apparizione mi fa immaginare, per un secondo solo, vite diverse.

Mi piacciono in particolare le cucine e i salotti, a volte le camerette dei ragazzi.

Mi soffermo soprattutto se noto qualche particolare vecchiotto, casalingo, che so, una cucina con le piastrelle verdi, un lampadario di quelli con una sola lampadina che sporge dalla base e fa una luce sbilenca, gli adesivi attaccati ai vetri.

Mi piace stare al di fuori, la sera e guardare dentro, scorgere qualcosa di lontano da me, come guardare in quella palle di vetro con la neve dentro, che sono terribilmente kitsch, ma proprio per questo, a volte, con quella neve e la Tour Eiffel, ci fanno sognare senza un perché.

Proprio stasera passavo, ero in autobus, ho alzato la testa e ho visto un pezzetto di salottino, dove un uomo anziano, con gli occhiali, seduto su una poltrona marrone, leggeva il giornale.

Ammetto che non c’era nulla in questa scena brevissima, quasi un fotogramma, che fosse in qualche modo speciale o particolare, o interessante, se non il fatto che mi ha fatto sorridere per un secondo.

Che mi ha fatto desiderare di stare tornando in una casa dove avrei potuto trovare un padre, o addirittura un nonno, seduto in poltrona, intento a leggere il giornale, con gli occhiali sul naso.

Così, ogni tanto, quando voglio offrirmi un po’ di immaginazione a buon mercato, quando fuori è buoi e magari fa anche un po’ freddo (aumenta il pathos della scena), alzo il naso come un segugio e guardo finestre che contengono piccole scene in cui non entrerò mai, ma che mi fa piacere sapere che ci sono.


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