Archivi per il mese di: gennaio, 2005

Una cosa divertente che non farò mai più*

Ieri, sabato pomeriggio, un pomeriggio freddo e piovoso, non avevo voglia di uscire, né di telefonare, né di fare praticamente nulla, così avevo deciso di dedicarmi un po’ a me stessa.
Non avendo avuto il tempo di andare dall’estetista, e ricordatami di un recente acquisto, mi sono detta: quasi quasi faccio da sola.
Il  recente acquisto, su consiglio di un paio di amiche che l’avevano provato e si erano trovate bene, è di un sistema di ceretta che si scioglie con l’acqua calda e si stende con facilità grazie ad un roll on.
Sembrava facile anche a me.
Così mi sono cimentata.
Ho preso un pentolino, ci ho messo dell’acqua e l’ho posizionato sul fornello, con dentro la confezione di cera destinata a sciogliersi.
Già il fatto che il procedimento era meno veloce e facile di quanto previsto avrebbe dovuto mettermi in preallarme e farmi desistere o almeno riflettere sull’opportunità delle mia azioni, in fondo facevo ancora in tempo a rimettermi a letto, ma l’ottimismo ancora mi sorreggeva.
Mi ero preventivamente organizzata il bagno con tutte le strisce tagliate a misura, tutti gli accessori di cui potevo avere bisogno, e, dopo il parecchio tempo che ci è voluto a fare liquefare la ceretta mi sono avviata  pensando: vincerò!
Lo strappo si è rivelato essere più difficile del solito e la quantità di peli estirpati mi sembrava per lo meno pari a alla quantità di quelli rimasti tracotanti al loro posto.
La cera sciolta non faceva altro che solidificarsi nuovamente con una caparbia raramente riscontrata in una creatura tanto inerte, per cui, ogni paio di strisce mi toccava correre al pentolino lasciato in cucina e ricominciare ad aspettare il miracolo della liquefazione.
Forse avrei dovuto pregare incessantemente come fanno i fedeli per il miracolo di S. Gennaro.
Giunta poi, al termine delle operazioni, la cera, gia classificata come caparbia si è rivelata essere una creatura vieppiù avventurosa ed indomabile perfino.
L’ho infatti ritrovata praticamente ovunque: sulle maniche della mia felpa, sul bordo del lavandino, a terra, su due tappetini di cui uno davvero lontanissimo dal teatro delle operazioni, su una parete, in cucina sul fornello e con orrore mi domando dove la ritroverò nei prossimi giorni!.
In particolar modo sulle mie gambe ce n’era una quantità stupefacente, soprattutto perché invisibile agli occhi, ma appiccicosissima al tatto.
Palesava il suo cattivo carattere non mostrando nessuna accondiscendenza ad andare via.
Ho provato con alcool, acqua e sapone ed infine olio!
Il mio pensiero alla fine di tutto, e dopo avere ripulito tutto, ed essermi fatta una doccia riparatrice è stato: benedetti i soldi che do alla mia estetista!

Il titolo non è mio ma l’ho preso in prestito da un divertente saggio di David Foster Wallace, che, se mai dovesse venire a conoscenza di questo mio misfatto, spero, mi scuserà!


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Sono a casa!

Sono a casa. Finalmente.
Calduccio. Silenzio.
Nessuno che si agita intorno.
Niente telefoni che squillano.
Per qualche ora posso smettere di tenere strette le cose da ricordare.
Posso sentire piano piano i muscoli che si rilassano.
Per stasera, ce l’ho fatta.
Sono a casa, al riparo.


La ragazza che non sapeva parlare

Questi sono gli appunti di un medico generico, alla prese con un problema che non sa risolvere.
Quel medico nella fattispecie sono io, il Dott. Hastings, quindi gli appunti, sono miei.
Sono un medico di base, di quelli che si chiamano quando si ha l’influenza, il mal di gola. Per di più mi sono da poco avviato alla professione, essendomi testè insediato nello studio del mio defunto ma stimato predecessore e mentore.
Alcuni giorni fa si presenta in studio una ragazza, che rappresenta per l’appunto il caso che non so risolvere per il quale mi sono risolto a stilare queste poche righe al fine di trovare una soluzione al problema suo, ma da oggi anche mio.
La ragazza in questione, che non nominerò per ovvi motivi di riservatezza, entra, come dicevo, a razzo nel mio studio, un pomeriggio di qualche giorno fa.
– Il mio problema, dottore, glielo dico senza tanti preamboli, è che non so parlare.
– Faringite, laringite, mal di gola, tracheite, tonsillite? – comincio io, impugnando lo stetoscopio e facendo per alzarmi e cominciare la visita.
La ragazza mi ferma con un gesto perentorio della mano, tanto che io, bloccato nel momento in cui il mio movimento verso di lei prendeva velocità, non trovo niente di meglio da fare che rimettermi a sedere.
– No dottore, io mi sento benissimo, grazie, il fatto è che ho un problema con le parole, vede, ci sono alcune parole che non so dire.
– Balbuzie, farfugliamento, afasia?
– No, no dottore, mi lasci spiegare, il problema è un po’ diverso. Deve sapere che io sono una grande parlatrice, mi potrebbe dare della logorroica, parlo, parlo, parlo di tutto. Chiacchiero di cinema, letteratura, politica, sport perfino, con me le dico, non si annoierebbe, mi faccio un’opinione, m’informo, dibatto.
Ma mi succede a volte che quando avrei davvero qualcosa da dire, che magari dovrei anche dire, qualcosa di personale, di importante, di mio, allora … niente. Non ci riesco. Finisco per stare zitta. Se qualcuno che mi sta a cuore ad esempio mi chiede qualcosa di personale, di fondamentale magari per il nostro rapporto mi ammutolisco, boccheggio, al massimo deglutisco, come Paperino nei cartoni animati. A stare attenti si sente anche il rumore, della deglutizione dico, perché delle parole neanche l’idea del rumore, e il suono del silenzio mi sembra francamente letteraria come espressione.
– Il caso è interessante, signorina, ma, vede, temo di non essere il medico adatto, potrei prescriverle un’aspirina, un antibiotico se il caso fosse grave, ma dico, non ha pensato di consultare uno psicologo?
– Sì, in principio,ma quelli che ho conosciuto mi sono sembrati tutti più matti di me.
Che poi, a dire il vero, potrei anche vivere standomene più o meno zitta su certe faccende, ma non funzionano così le cose.
La gente, gli uomini, da una donna si aspettano dell’altro,che so, discorsi sentimentali, apologie, recriminazioni, che facciano, che litighino, insomma che facciano il loro mestiere di donne.
E io? Come faccio io, che già di donne ce ne sono già a bizzeffe, a secchiate, io come mi difendo?
Come faccio a trovare un uomo che mi ascolti se non so parlare? Cosa ascolta poveretto?
Che poi avrei anche io le mie belle cosette da dire, non creda dottore. I mie bei ti amo, non ti amo più, mi ferisci, voglio questo, quello no, insomma non sono proprio una senza parole. Solo che mi restano dentro da qualche parte, non trovano l’uscita. Tra l’altro temo che vadano a male se non usate in tempo.
Le parole bisogna dirle subito, appena è il momento, altrimenti anche un minuto dopo, non servono più, sono vecchie.
Se poi restano dentro, zittite loro malgrado, marciscono, diventano come una fanghiglia, come le foglie che cadono dagli alberi in autunno e nessuno raccoglie, restano lì e si decompongono. E se facessero male alla salute? Ben altro che fumo passivo!
Io la guardo la ascolto, e parla come una mitraglietta, difficile anche immaginarsela zitta.
Mi alzo le giro intorno, mi armo del mio stetoscopio, la ausculto. Niente. Mi sembra sana come un pesce. Provo a consultare un tomo, di quelli tramandatemi dal mio mentore, magari lì dentro una soluzione si trova.
– Guardi signorina io non so proprio cosa dirle, l’aiuterei volentieri. Forse, le manca solo l’abitudine a dire questo tipo di cose, potrebbe provare ad esercitarsi, allo specchio, provare alcune frasi che vanno bene in ogni occasione, in modo da non farsi cogliere impreparata, magari potrebbe esercitarsi con un amico.
La vedo che si illumina e mi dice : – Allora va bene dottore, ci vediamo domani pomeriggio, alla stessa ora, cominciamo le prove!
Così la aspetto fra qualche minuto, mi rileggo gli appunti e cerco di capire quando esattamente le ho detto che poteva esercitarsi proprio con me!

 

Le ali sono indispensabili

Da dove mi trovo posso vedere solo le ali.
Lo spettacolo è inusuale.
Un grande piccione grigio oppure un angelo col cappotto.
Le ali mi impediscono di vedere tutto il resto.
Mi avvicino.
Lui allora, con il gesto rapido di uno molto allenato, mi mette tra le mani un volantino.
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leggo sul piccolo foglio bianco di carta riciclata.
– Si ma le ali che c’entrano? – gli dico appena riesco finalmente a vederlo in faccia.
È un ragazzo alto, capelli scuri, sguardo liquido, orientale, sembra sorridere sotto i baffi che non ha.
– Le ali sono indispensabili – risponde, sorridendo davvero.
La metropolitana continua a rigurgitare gente, nessuno sembra accorgersi di questo ragazzo alato che distribuisce volantini.
Devo infilarmi anche io nel tunnel che si allunga scuro sotto terra e fare anche presto se non voglio perdere l’ennesima coincidenza.
 – Andiamo? – gli dico senza pensarci troppo, lui mi segue.
Mentre scendiamo mi rendo conto che ho invitato un ragazzo sconosciuto ma in compenso dotato di enormi ali da piccione o da angelo a seguirmi in metropolitana. E non solo io l’ho invitato a seguirmi, ma lui l’ha anche fatto e ora stiamo andando, io con la mia grande borsa nera da postino podista e lui con i suoi volantini.
Mi chiedo se riuscirà a passare attraverso le porte con quel fardello sulla schiena.
Chiacchieriamo, mi racconta che viene dalla Spagna ma che è nato in Francia, da genitori algerini, ma che l’Algeria non l’ha mai vista.
Sorride mentre parla, un sorriso dolce che gli comincia negli occhi.
La metro arriva, le porte si aprono, mi giro per aiutarlo ad entrare ma le ali, che un attimo prima mi sembravano così grandi e ingombranti sembrano perdere consistenza e il ragazzo si infila nel vagone con molta meno fatica di quella che faccio io con il mio borsone.
– Dove abiti? – gli chiedo.
– Dove si fermano i treni –mi risponde enigmatico –  se ti va vieni a vedere, ti offro un tè caldo, ci riposiamo un po’.
Vado.
Così per la prima volta in vita mia arrivo al capolinea e poi ancora più in là e mi trovo in un posto che starebbe bene in un film.
I treni si fermano davvero in quel posto, nel senso che è come una specie di deposito o di scasso di vecchie carrozze e pezzi di treni non più in funzione.
Comincio a preoccuparmi un po’ di avere seguito questo sconosciuto in un posto del genere, mi ritroveranno a  pezzi sparpagliata sui binari?
Arriviamo nei pressi di un gruppetto di vagoni che sembrano abitati.
Che sono abitati.
Si affacciano dai finestrini donne, bambini, altri uomini.
Entriamo in “casa”, dove è tutto molto ordinato e in un certo senso confortevole, mi accomodo in questo che sembra un vagone di seconda classe di un vecchio intercity.
Mi prepara un tè profumatissimo, delizioso.
Per tutto il tempo non si toglie le ali e nemmeno il cappotto.
Alla fine perplessa glielo dico: – ma le ali perché non te le togli, non ti pesano sulla schiena, non ti ingombrano, ormai i volantini li abbiamo buttati!
Mi guarda come se fossi matta o per lo meno strana, io, non lui, con le ali da piccione sulla schiena.
Ripete con quel suo buffo accento  – le ali sono indispensabili.
È in quel momento che capisco.

“Siate ospitali con gli stranieri, perché alcuni hanno ospitato degli angeli, senza saperlo
”.

(S. Paolo – lettera agli ebrei cap.13, 1-2)

 

 Tentativo d’inventario di alcune delle cose perse con l’andare del tempo e mai più ritrovate

Un portachiavi in ferro e smalto a forma di pesce palla;
Un uccellino rosso di nome Beccogiallo (sic!), rocambolescamente evaso dalla sua gabbietta il 12 giugno 1979;
Due chiavi, a forma di cuore, aprenti un lucchetto, anch’esso a forma di cuore, del mio diario segreto del 1984;
Un ragazzo, alto magro, riconoscibile dall’abituale gesto di arricciarsi i capelli con la mano destra quando impegnato in una conversazione;
Svariate monete equamente distribuite tra lire ed euro;
Un paio di scarpe, nere, con tacco da 6 cm. ed una piccola fibbia sul davanti, misteriosamente svanite dalla scarpiera nel maggio del 1986;
Un binocolo;
Un guanto azzurro, che ha lasciato nello sconforto perenne il suo compagno superstite;
Alcuni amici, nelle più svariate situazioni, negli anni dal 1980 al 2000, prima di quella data non ho sufficienti ricordi;
Una bicicletta, grigia metallizzata, marca Graziella, con un campanello sfavillante;
Un numero imprecisato di ombrelli e mazzi di chiavi, la sparizione di uno dei quali fu ascritta al comportamento irascibile del fantasma che di certo infestava l’appartamento;
Una borsa, nera, di pelle martellata, con chiusura a bottone, abbandonata in località Pozzuoli, Via Napoli, in una serata di alto tasso alcolico;
La pazienza, più di una volta;
Un cospicuo numero di autobus e metropolitane;
Un minor numero di treni, tutti felicemente ritrovati dalle ferrovie dello stato;
Nessun aereo;
Un quaderno in carta Pineider rilegato in azzurro.

Penombra

La stanza è come la ricordo.

La penombra avvolge gli oggetti sulla scrivania, i vestiti poggiati sulla sedia.

La luce del giorno filtra con grazia dalle persiane, pertinente, proprio come dovrebbe essere per essere perfetta.

Quando ti chiamo, apri gli occhi, sei proprio tu, come ti ricordavo.

Mi guardi attraverso le palpebre socchiuse, fingi disperazione, ma sapevi che se fossi rimasto a letto abbastanza a lungo, ti sarei venuta a cercare, impaziente senza potere aspettare neanche un momento di più.

Mi guardi, ti guardo.

La piccola commedia continua, ma sei proprio tu?

Si sono proprio io.

Mi sembra di notare uno sguardo affettuoso, ma forse è semplicemente l’effetto della luce morbida che ingentilisce tutto, perfino i tuoi sguardi.

Io desidero toccarti, così allungo le mani, ti tiro la coperta, le lenzuola, i miei gesti si affannano tutto intorno cercando di raggiungerti, sperando che tu ti faccia raggiungere.

Mi sembra di sì.

Che anche tu stia aspettando di farti raggiungere dalla mia mano.

Che buffa sensazione, la mia mano, che ti ha dovuto rincorrere sempre, adesso, si avvicina e ti trova.

Ora ti sposti, ma è un gioco, lo percepisco con chiarezza.

Fuori dalla stanza si svolgono cose a cui dovremmo essere presenti, io vorrei dirti qualcosa o semplicemente… non dirti nulla.

L’incanto è molto breve.

Apro le imposte, entra la luce grigia bagnata di una mattina di pioggia.