Penombra

La stanza è come la ricordo.

La penombra avvolge gli oggetti sulla scrivania, i vestiti poggiati sulla sedia.

La luce del giorno filtra con grazia dalle persiane, pertinente, proprio come dovrebbe essere per essere perfetta.

Quando ti chiamo, apri gli occhi, sei proprio tu, come ti ricordavo.

Mi guardi attraverso le palpebre socchiuse, fingi disperazione, ma sapevi che se fossi rimasto a letto abbastanza a lungo, ti sarei venuta a cercare, impaziente senza potere aspettare neanche un momento di più.

Mi guardi, ti guardo.

La piccola commedia continua, ma sei proprio tu?

Si sono proprio io.

Mi sembra di notare uno sguardo affettuoso, ma forse è semplicemente l’effetto della luce morbida che ingentilisce tutto, perfino i tuoi sguardi.

Io desidero toccarti, così allungo le mani, ti tiro la coperta, le lenzuola, i miei gesti si affannano tutto intorno cercando di raggiungerti, sperando che tu ti faccia raggiungere.

Mi sembra di sì.

Che anche tu stia aspettando di farti raggiungere dalla mia mano.

Che buffa sensazione, la mia mano, che ti ha dovuto rincorrere sempre, adesso, si avvicina e ti trova.

Ora ti sposti, ma è un gioco, lo percepisco con chiarezza.

Fuori dalla stanza si svolgono cose a cui dovremmo essere presenti, io vorrei dirti qualcosa o semplicemente… non dirti nulla.

L’incanto è molto breve.

Apro le imposte, entra la luce grigia bagnata di una mattina di pioggia.



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