Le ali sono indispensabili

Da dove mi trovo posso vedere solo le ali.
Lo spettacolo è inusuale.
Un grande piccione grigio oppure un angelo col cappotto.
Le ali mi impediscono di vedere tutto il resto.
Mi avvicino.
Lui allora, con il gesto rapido di uno molto allenato, mi mette tra le mani un volantino.
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leggo sul piccolo foglio bianco di carta riciclata.
– Si ma le ali che c’entrano? – gli dico appena riesco finalmente a vederlo in faccia.
È un ragazzo alto, capelli scuri, sguardo liquido, orientale, sembra sorridere sotto i baffi che non ha.
– Le ali sono indispensabili – risponde, sorridendo davvero.
La metropolitana continua a rigurgitare gente, nessuno sembra accorgersi di questo ragazzo alato che distribuisce volantini.
Devo infilarmi anche io nel tunnel che si allunga scuro sotto terra e fare anche presto se non voglio perdere l’ennesima coincidenza.
 – Andiamo? – gli dico senza pensarci troppo, lui mi segue.
Mentre scendiamo mi rendo conto che ho invitato un ragazzo sconosciuto ma in compenso dotato di enormi ali da piccione o da angelo a seguirmi in metropolitana. E non solo io l’ho invitato a seguirmi, ma lui l’ha anche fatto e ora stiamo andando, io con la mia grande borsa nera da postino podista e lui con i suoi volantini.
Mi chiedo se riuscirà a passare attraverso le porte con quel fardello sulla schiena.
Chiacchieriamo, mi racconta che viene dalla Spagna ma che è nato in Francia, da genitori algerini, ma che l’Algeria non l’ha mai vista.
Sorride mentre parla, un sorriso dolce che gli comincia negli occhi.
La metro arriva, le porte si aprono, mi giro per aiutarlo ad entrare ma le ali, che un attimo prima mi sembravano così grandi e ingombranti sembrano perdere consistenza e il ragazzo si infila nel vagone con molta meno fatica di quella che faccio io con il mio borsone.
– Dove abiti? – gli chiedo.
– Dove si fermano i treni –mi risponde enigmatico –  se ti va vieni a vedere, ti offro un tè caldo, ci riposiamo un po’.
Vado.
Così per la prima volta in vita mia arrivo al capolinea e poi ancora più in là e mi trovo in un posto che starebbe bene in un film.
I treni si fermano davvero in quel posto, nel senso che è come una specie di deposito o di scasso di vecchie carrozze e pezzi di treni non più in funzione.
Comincio a preoccuparmi un po’ di avere seguito questo sconosciuto in un posto del genere, mi ritroveranno a  pezzi sparpagliata sui binari?
Arriviamo nei pressi di un gruppetto di vagoni che sembrano abitati.
Che sono abitati.
Si affacciano dai finestrini donne, bambini, altri uomini.
Entriamo in “casa”, dove è tutto molto ordinato e in un certo senso confortevole, mi accomodo in questo che sembra un vagone di seconda classe di un vecchio intercity.
Mi prepara un tè profumatissimo, delizioso.
Per tutto il tempo non si toglie le ali e nemmeno il cappotto.
Alla fine perplessa glielo dico: – ma le ali perché non te le togli, non ti pesano sulla schiena, non ti ingombrano, ormai i volantini li abbiamo buttati!
Mi guarda come se fossi matta o per lo meno strana, io, non lui, con le ali da piccione sulla schiena.
Ripete con quel suo buffo accento  – le ali sono indispensabili.
È in quel momento che capisco.

“Siate ospitali con gli stranieri, perché alcuni hanno ospitato degli angeli, senza saperlo
”.

(S. Paolo – lettera agli ebrei cap.13, 1-2)

 

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