Archivi per il mese di: febbraio, 2005
Espiazione
Vi racconto di un libro che ho finito stamattina e che ho letteralmente divorato.
"Espiazione" di Ian Mc Ewan, scrittore inglese che ha già pubblicato molti romanzi, tra i quali ho letto: Bambini nel tempo, L’amore fatale e Cortesie per gli ospiti, editi tutti da einaudi.
Li consiglio tutti tranne Cortesie per gli ospiti che è stato il romanzo che, per l’argomento trattato e per la sensazione di orrore gratutito, per un periodo di tempo mi ha fatto finire l’infatuazione che mi era presa leggendo i romanzi citati prima.
Poi in libreria mi sono fatta tentare da Espiazione ed è stato di nuovo amore.
Prima di tutto c’è da dire che Mc Ewan ha il dono di una scrittura nitidissima e scorrevole, la notevole capacità di descrivere emozioni e stati d’animo.
In tutti i suoi romanzi la situazione descritta all’inizio della storia che è in perfetto equilibrio, viene alterata da un fattore esterno alla vita dei personaggi, oppure interno al loro carattere che altera irrimediabilmente la situazione di partenza e crea il dramma che si deve poi ricomporre.
Espiazione è il paradigma di tutto questo e sicuramente il più riuscito di tutti i suoi romanzi.
Racconta una storia che comincia prima della seconda guerra mondiale e trova la sua conclusione passandoci attraverso.
E’ la storia di Briony, aspirante scrittrice, che durante un’estate nel 1935 in un momento misto di esaltazione, mania di protagonismo,  frustrazione e difficoltà adolescenziali, accusa un innocente di aver commesso un crimine,  cambiando per sempre la sua vita e quella di tutti i personaggi coinvolti nella vicenda, essenzialmente la sua famiglia e la sorella Cecilia.
Briony diventerà scrittrice e l’espiazione del titolo è quella che fa scrivendo il romanzo che noi leggiamo che racconta finalmente la verità sulla torbida vicenda.
Ciò che più mi è piaciuto, in un romanzo che comunque mi è piaciuto dalla prima all’ultima parola, è stato l’epilogo.
Il modo con cui il narratore svela, alla fine della storia, che il vero compimento, il vero finale, non è quello che abbiamo appena finito di leggere,  perché la vita non è docile , non si piega alla fantasia come un romanzo. 
Il romanzo è anche una riflessione sull’artista, su chi ha la capacità di reinventare a suo piacimento la sua realtà.
La vita interiore dell’artista è tutta concentrata verso il proprio interno, il mondo gli passa attraverso gli occhi solo per venire rielaborato e portato all’esterno sotto un’altra forma.
Gli altri, il resto del mondo, la famiglia, subiscono la stessa sorte di alterata ricostruzione, egli ha bisogno del mondo esterno solo per alimentare il proprio mondo interno.
E’ questo gesto creativo che  nel romanzo si altera e causa la frattura definitiva che dovrà trovare la sue impossibile espiazione.
Infatti nelle righe finali troviamo infine la verità: " come può una scrittrice espiare le proprie colpe quando il suo potere assoluto  di decidere dei destini altrui la rende simile a Dio? Non esiste nessuno, nessuna entità superiore a cui si possa fare appello, per riconciliarsi, per ottenere il perdono. Non c’è nulla al di fuori di lei. E’ la sua fantasia a sancire i limiti ed i termini della storia. Non c’è espiazione per Dio, né per il romanziere, nemmeno fossero atei…"

 

Universo parallelo

Da alcuni giorni mi succedono cose strane.
Qualsiasi cosa tocco si rompe o non funziona.
Qualsiasi cosa faccio ottiene un risultato diverso da quello che speravo.
Nessuna delle mie intenzioni coincide con le azioni, né tanto meno con gli effetti prodotti.
Che mi sia infilata per uno strano caso in un universo parallelo dove ogni cosa funziona al contrario?
Dovrei preoccuparmi?
Finirà prima o poi?
E soprattutto dovrò davvero formattarlo il mio computer che ieri ha deciso di abbandonarmi al mio solitario destino, oppure basterà non toccarlo per un po’ e, come per magia, riprenderà a funzionare quando sarò ritornata ad abitare il mio universo solito, quello in cui combino guai, ma consapevolmente?

Oggi

Oggi è il mio compleanno.
Ma la cosa che più mi riempie di emozione e trepidazione è che proprio in queste ore sta nascendo un bimbo.
Così auguri a lui, alla sua mamma e anche un po’ a me.

 

Mergellina
Alle sei del mattino la stazione di Mergellina sembra fuori dallo scorrere naturale delle cose.
In realtà ci sono poche cose che scorrono a quell’ora.
Il vecchio orologio a lancette, bianco, che segna implacabilmente i minuti dell’attesa; il tabellone che indica i treni in arrivo, che quando deve cambiare scritta fa un rumore antiquato di flap flap.
Il bar, con la porta rossa e l’interno grigio, è l’unica cosa che sembra calda lungo tutta la banchina all’aperto. Si finisce per entrare tutti li, per un caffè, un cornetto, per scambiare due parole con il barista o la cassiera, che sembrano conoscere tutti e ricordare i gusti di ognuna delle poche persone che creano la piccola comunità perduta dal tempo, e che sono i pendolari che aspettano il primo Intercity per Roma.
Stamattina ancora non si riesce a capire come sarà il tempo, sulla banchina tira un vento di grecale, che definire tagliente sarà pure una banalità ma è quello che è.
Ci si alza il bavero del cappotto, qualcuno corregge il caffè mentre guarda l’orologio chiedendosi se il treno sarà in orario oppure no.
Sono tutti rintanati nel bar che però tiene la porta aperta al vento, forse per non dare, alle persone che sono fuori, la sensazione di essere troppo sole.
Dalle scale del sottopassaggio sale un uomo.
Tutti, chi prima, chi poco dopo, si voltano a guardarlo e pensano distrattamente che non ricordano di averlo mai visto prima di allora.
L’unico che gli presta più attenzione è il barista Giuseppe, che lavora al bar della stazione da quarant’anni e mai, mai una volta, si è dimenticato una faccia, mai una volta in quarant’anni.
Giuseppe quel tipo li non lo ha mai visto prima.
L’uomo gli chiede un caffè corretto all’anice. Ha il bavero del cappotto blu alzato e indossa un berretto di lana grigio, sembra un marinaio. Potrebbe esserlo, il porto non è molto lontano da quella stazione.
È alto ed ha le spalle larghe, non sorride molto, ma non sembra cattivo o malintenzionato. Qui guardarsi intorno è un’abitudine di tutti, scrutare le facce delle persone per scorgervi una minaccia è un gesto meccanico che si fa senza accorgersene e senza malizia, solo per essere pronti a salvarsi da una minaccia.  
Forse il marinaio è solo stanco oppure è assorto nei suoi pensieri, forse non ha dormito molto, forse pensa al viaggio che lo aspetta, forse.
Giuseppe ha passato la vita a guardare le facce di quelli che gli chiedono il caffè aspettando il treno.
Il caffè prima del treno è un rito diverso dai caffè presi di corsa durante la giornata, o da quelli presi per amore di convivio o di conversazione. Ha un altro sapore, e se molti dicono che è cattivo, che i bar della stazione il caffè non lo sanno fare, non è che sia vero veramente. Il fatto è che il sapore del caffè è sempre uguale, cambierà la miscela niente di più, solo che si accompagna al sapore dell’addio, dell’arrivederci, all’odore delle rotaie, delle carrozze dei treni, del lavoro lontano da casa, delle donne lasciate ad aspettare, degli uomini da andare a cercare. È tutto questo miscuglio di nostalgie, preoccupazioni e aspettative che si raduna sui banconi dei bar delle stazioni a cambiare il sapore al caffè. Questo Giuseppe lo sa perciò non si offende se qualcuno ogni tanto gli dice: ma che c’avite messo ca dinte, a’ sputazza?
L’uomo che sembra un marinaio accenna un sorriso. Strappa con le dita grandi e tozze, la bustina dello zucchero, gira svelto svelto il cucchiaino nella tazzina, e con un sorso solo beve il caffè.
Il tabellone fuori fa girare le sue lettere con il consueto rumore, flap flap, tutti si voltano a guardare. L’orologio muove la lancetta del minuti, sono le sei. La voce dall’altoparlante annuncia l’arrivo dell’Intercity diretto a Roma, la tensione delle facce si allenta un poco, il treno è in orario, la giornata può cominciare.
Il marinaio lascia la mancia a Giuseppe fa un gesto di saluto e se ne va.

 
 

Vedetela così

Avete presente l’espressione dei gatti sotto un temporale?
Quando sono bagnati e hanno quell’aria a metà tra il depresso e il terribilmente infastidito?
Che camminano in punta di zampette.
Qui non piove, anzi il cielo è di un azzurro incantevole.
Ma oggi io mi sento così!
 

Non c’è altro da fare

Si tratta solo di camminare.
Cosa c’è di strano, in fondo non faccio altro tutto il giorno.
Mi alzo e vado al lavoro camminando, vado su e giù per uffici, sempre camminando, ora più in fretta, con passi rapidi e ravvicinati, ora più lentamente.
Vado a pranzo camminando e ancora nello stesso modo torno in studio per la seconda parte della mia giornata.
Infine la sera, torno a casa camminando.
Quindi non c’è niente di strano di insolito.
Si tratta di camminare anche questa volta.
Andiamo allora, mi dico.
Anche se la notte cambia faccia alle stesse strade percorse di giorno.
Vado mi inoltro nelle profonde gallerie della metropolitana, guardo, ascolto  delle persone sconosciute che mi parlano, rispondo, chiedendomi cosa diavolo ci faccio io qui, con questa gente, che mi sorride ma mi guarda con diffidenza, o almeno mi sembra, forse sono io che sono diffidente nei loro confronti.
Fuori fa freddo. Il ventre delle gallerie è caldo, ma appena risaliti i metri che ci riportano in superficie, l’aria riprende il suo lavoro di precisione, tagliandoci il viso in migliaia di striscioline sottili.
Si tratta di camminare ancora, allora forza seguiamoli, nel vento che fa volare ogni cosa, i capelli, gli occhi, i coriandoli usati che si alzano dal selciato.
Le strade, che di solito sono molto affollate, quelle del centro storico pieno di ragazzi colorati, straccioni e rumorosi, stasera sono quasi deserte. Il paesaggio sembra essere congelato. Forse congelata sono io e basta.
Si va, si va senza un motivo che non sia una serata sbagliata, con persone sbagliate, con la temperatura sbagliata.
Mi trovo a pensare che come sempre non c’è altro da fare, che camminare e vedere dove si arriverà.