Mergellina
Alle sei del mattino la stazione di Mergellina sembra fuori dallo scorrere naturale delle cose.
In realtà ci sono poche cose che scorrono a quell’ora.
Il vecchio orologio a lancette, bianco, che segna implacabilmente i minuti dell’attesa; il tabellone che indica i treni in arrivo, che quando deve cambiare scritta fa un rumore antiquato di flap flap.
Il bar, con la porta rossa e l’interno grigio, è l’unica cosa che sembra calda lungo tutta la banchina all’aperto. Si finisce per entrare tutti li, per un caffè, un cornetto, per scambiare due parole con il barista o la cassiera, che sembrano conoscere tutti e ricordare i gusti di ognuna delle poche persone che creano la piccola comunità perduta dal tempo, e che sono i pendolari che aspettano il primo Intercity per Roma.
Stamattina ancora non si riesce a capire come sarà il tempo, sulla banchina tira un vento di grecale, che definire tagliente sarà pure una banalità ma è quello che è.
Ci si alza il bavero del cappotto, qualcuno corregge il caffè mentre guarda l’orologio chiedendosi se il treno sarà in orario oppure no.
Sono tutti rintanati nel bar che però tiene la porta aperta al vento, forse per non dare, alle persone che sono fuori, la sensazione di essere troppo sole.
Dalle scale del sottopassaggio sale un uomo.
Tutti, chi prima, chi poco dopo, si voltano a guardarlo e pensano distrattamente che non ricordano di averlo mai visto prima di allora.
L’unico che gli presta più attenzione è il barista Giuseppe, che lavora al bar della stazione da quarant’anni e mai, mai una volta, si è dimenticato una faccia, mai una volta in quarant’anni.
Giuseppe quel tipo li non lo ha mai visto prima.
L’uomo gli chiede un caffè corretto all’anice. Ha il bavero del cappotto blu alzato e indossa un berretto di lana grigio, sembra un marinaio. Potrebbe esserlo, il porto non è molto lontano da quella stazione.
È alto ed ha le spalle larghe, non sorride molto, ma non sembra cattivo o malintenzionato. Qui guardarsi intorno è un’abitudine di tutti, scrutare le facce delle persone per scorgervi una minaccia è un gesto meccanico che si fa senza accorgersene e senza malizia, solo per essere pronti a salvarsi da una minaccia.  
Forse il marinaio è solo stanco oppure è assorto nei suoi pensieri, forse non ha dormito molto, forse pensa al viaggio che lo aspetta, forse.
Giuseppe ha passato la vita a guardare le facce di quelli che gli chiedono il caffè aspettando il treno.
Il caffè prima del treno è un rito diverso dai caffè presi di corsa durante la giornata, o da quelli presi per amore di convivio o di conversazione. Ha un altro sapore, e se molti dicono che è cattivo, che i bar della stazione il caffè non lo sanno fare, non è che sia vero veramente. Il fatto è che il sapore del caffè è sempre uguale, cambierà la miscela niente di più, solo che si accompagna al sapore dell’addio, dell’arrivederci, all’odore delle rotaie, delle carrozze dei treni, del lavoro lontano da casa, delle donne lasciate ad aspettare, degli uomini da andare a cercare. È tutto questo miscuglio di nostalgie, preoccupazioni e aspettative che si raduna sui banconi dei bar delle stazioni a cambiare il sapore al caffè. Questo Giuseppe lo sa perciò non si offende se qualcuno ogni tanto gli dice: ma che c’avite messo ca dinte, a’ sputazza?
L’uomo che sembra un marinaio accenna un sorriso. Strappa con le dita grandi e tozze, la bustina dello zucchero, gira svelto svelto il cucchiaino nella tazzina, e con un sorso solo beve il caffè.
Il tabellone fuori fa girare le sue lettere con il consueto rumore, flap flap, tutti si voltano a guardare. L’orologio muove la lancetta del minuti, sono le sei. La voce dall’altoparlante annuncia l’arrivo dell’Intercity diretto a Roma, la tensione delle facce si allenta un poco, il treno è in orario, la giornata può cominciare.
Il marinaio lascia la mancia a Giuseppe fa un gesto di saluto e se ne va.

 
 
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