Archivi per il mese di: marzo, 2005

Eh lo so…

Che il post precendente fa un po’ schifo, ma lo lascio però.
Oggi va così.

Annunci

Il re è morto, viva il re

Oggi è stato come tirarsi un dente.
Che lo sai che deve succedere, hai l’appuntamento col dentista.
Che lo sai anche che ti farà male, però pensi che ci sarà l’anestesia.
E che insomma se si deve fare, allora si faccia.
Allora si è fatto.
Sono stata licenziata.
Tutto annunciato, tutto indolore, ma invece, indolore niente.
Da domani avrò un lavoro simile in un altro posto, la mattina, e il pomeriggio tornerò allo studio dove sono adesso, a lavorare ancora.
Gratis però.
Da domani avrò un contratto a progetto, una di quelle cose che si chiamavano co.co.co. prima che la legge Biagi gli cambiasse il nome ma non la sostanza, al posto di un lavoro a tempo indeterminato, dalle 9,00 alle 14,00, per poi andare al mio vecchio studio a lavorare ancora dalle 15,00 alle 19,00, gratis.
Con la speranza di…
Stasera sono parecchio giù, domani andrà meglio.
Bisogna che tutto cambi…
Tutto è cambiato.
Questa è l’occupazione di cui si vanta tanto il governo.

 

Gattopardiana

Questo momento della mia vita assomiglia molto a quella frase de "Il Gattopardo": Bisogna che tutto cambi perchè tutto resti com’é.
Quindi non ho capito se quello che mi succede è un bene oppure un male.
Aspetto che tutto cambi allora.
Poi vi saprò dire.

Billie

Questa è una storia di gangster e di pupe del capo.
È una storia di grilletti facili, e di lettere d’amore.
Questa storia è un cliché, ma forse proprio per questo vale la pena di raccontarla.
I nostri eroi sono tre e si chiamano Harry il Cavallo, John  lo Spagnolo e Isidoretto*.
Sono dei poveri diavoli al soldo di un gangster che dà loro dei lavoretti da fare, per sbarcare il lunario.
Adesso si trovano in un bar anche se è mattina.
Anche il bar è proprio come dovrebbe essere.
È buio, fumoso, un po’ mal messo. Pochi avventori ed una donna che canta.
Anche se è mattina e le persone per bene, ove mai ce ne fossero ancora in questa città, stanno alzandosi per andare al lavoro, ammesso che ci sia lavoro per persone per bene, in questa città.
I tre sono seduti ad un tavolino, fumano, sembrano stanchi, parlano poco, ascoltano la donna cantare.
Il canto di questa donna è l’unico cliché che non è rispettato in questa storia. È un canto bello e triste. È un’ipnosi, una malia dell’anima.
Lei sta lì, sul piccolo palcoscenico, con un pianista alle spalle, un batterista che fa frusciare le spazzole dolcemente ed una tromba discreta, e canta.
Canta tutta la stanchezza, la delusione, il fumo del bar.
Canta canzoni d’amore.
Ma di un amore lontano o immaginario, di un amore che è tanto più bello e struggente perché non esiste.
Di questo canta e i tre stanno lì. Stanno a sentire.
Ognuno guarda nel proprio bicchiere o segue il fumo della sua sigaretta e dei suoi pensieri stanchi.
E la voce di quella donna strana e triste, li culla, li abbraccia, li accudisce.
Nessuno parla, nessuno ha il coraggio di rompere questo breve incanto e di ritornare a sentire sulle costole il duro della pistola nella fondina.
Quando la canzone diventa “The man I love”, Isidoretto tira fuori un foglio di carta dalla tasca della giacca e comincia a rigirarselo tra le mani. Con aria imbarazzata lo passa prima ad Herry e poi a John.
– Che ne pensate? Io non sono tanto bravo in queste cose, ma adesso che lei ha finito, mi alzo, magari me ne bevo un altro, doppio, prima, ma poi mi alzo e vado da lei, e che faccio? Le do la lettera in silenzio? Oppure le dico qualcosa? E che le dico? Oppure me la prendo per mano e me la porto via? Forse dovevo prendere dei fiori.
Gli altri lo guardano con quel tipo di sguardi che si riservano ai matti o ai poveri diavoli, un misto di incredulità, scherno, compassione, e un sorriso che si deve a tutti i costi trattenere, specie con un amico.
– Lo so, lo so. Io sono uno che ammazza la gente per vivere, una specie ossimoro a ben vedere, lei è una cantante con la voce più triste e più bella che abbia mai sentito, ma chi lo dice eh? Chi lo dice che non potremmo cambiare il nostro destino insieme? Io potrei magari invecchiare e avere dei nipotini da tenere sulle ginocchia, invece di finire in una sparatoria qualunque, lei potrebbe amarmi per tutta la nostra lunga vita, di un amore calmo e rassicurante, potrebbe cantare per me e per i nostri marmocchi queste canzoni belle e tristi, ricordando che il suo destino è cambiato e sorridendo, con la voce, attraverso le note, che tristi non sarebbero più. –
Isidoretto abbassa per un attimo lo sguardo sul suo bicchiere, che adesso sente pesante fra le mani.
Gli altri due si guardano, pensano perché non può essere davvero così.
Perché non possiamo cambiare i nostri destini con un colpo di mano, con un trucco riuscito, con una donna e un amore, con un mazzo di fiori ed una lettera scritta male ma col cuore, perché? Perché non può essere vero questo sogno, una volta tanto?
E quasi stanno per incoraggiarlo, quasi stanno dirgli, vai amico, vai, salvati, con questa donna dal sorriso triste. Aggiustati un po’ la cravatta, stai su con le spalle e vai, salva anche noi.
Ma Isidoretto è il primo a capire. Fa il gesto di alzarsi.
Si alza in effetti, lascia dei soldi sul tavolo, si mette il cappello ed esce sulla strada.
Quando si vive in un cliché che altro si può fare se non continuare la commedia per quelli che vorranno il solito finale.

 

 

*i nomi li ho rubati, con immenso affetto e devozione, ad uno scrittore che amo moltissimo, che ha scritto alcune cose che sono rimaste nel nostro immaginario collettivo, storie di bulli e pupe, storie così. Se potete leggete tutto quello che ha scritto. Si chiama Damon Runyon, e la raccolta di bellissimi racconti da cui ho rubato i nomi si chiama “Idillio nel fragore di Brodway”.

Cose fondamentali che hanno poca importanza

La meridiana che vedo, affacciandomi alla finestra del mio studio, ha ripreso a segnare l’ora, illuminata dal sole sgargiante di questa tanto attesa primavera.
E’ bello vedere che il sole ed un pezzetto di ferro piantato su un muro, da soli, sanno dire che ore sono con certezza assoluta.
Senza bisogno di computers, orologi nucleari, connessioni in fibra ottica, divers aggiornati e quant’altro.
A volte la natura da sola, basta.
Anzi quasi sempre.

Holden

Sapete quella frase del libro di Salinger, il giovane Holden, che dice:"Non raccontate mai niente a nessuno, se lo fate poi finisce che sentite la mancanza di tutti".
Ecco.
Io stasera mi sento così.
Sento la mancanza di tutti.

 

La stanza

La prima volta che entrò in quel  luogo nuovo, tutto le sembrò molto buio.
Aveva sì attraversato delle grandi stanze, piene di libri e di sedie, dalle finestra ampie, che davano su un cortile, tutte però sfociavano in angusti corridoi male illuminati.
La stanza dove avrebbe dovuto lavorare era poi una delle più piccole.
Le pareti tappezzate da schedari, faldoni porta documenti e cartelline che sembravano occhieggiare ostili verso di lei.
Ogni cosa lì dentro le parlava di un passato a cui lei non apparteneva, fatto di fogli da riempire di cifre e numeri, inventari, calcoli, conti da fare e rifare.
Una vita fatta di numeri e tabelle che non era la sua.
Anche la disposizione dei pochi mobili e delle due sedie, sembrava non contemplare la sua presenza: c’era appena lo spazio per entrare e sedersi, le restava in mano la borsa, che non sapeva dove poggiare.
La scrivania poi era di una bruttezza assoluta.
Una di quelle che si potevano vedere negli uffici pubblici negli anni ’60: di ferro grigio, con le cassettiere ai lati ed un ripiano di plastica che si spacciava per legno, ma riuscendoci proprio male.
I cassetti, forse ribellandosi al loro contenuto, o forse desiderosi di essere finalmente rottamati, non facevano altro che correre fuori dalle guide, producendo un rumore di ferraglia udibile a metri di distanza.
Su ognuna delle porte che aveva attraversato entrando c’era appeso un cartello: "Si prega di chiudere la porta", che sembrava messo apposta perchè gli avventori di passaggio si sentissero indesiderati o solo mal tollerati.
Se non era questo l’intento di chi aveva scritto quei cartelli, lei lo aveva percepito in quel senso.
Ma doveva trovare un modo di abituarsi a quei luoghi, perchè lì era destinato a svolgersi il suo lavoro, almeno per il momento, almeno fino a che la sua vita non avrebbe fatto un’altra giravolta spostandole la prospettiva, come in un continuo rimando di specchi che le avrebbe mostrato la stessa immagine modificata dal tempo, dalla familiarità o dalla posto di osservazione.
Per il momento non le restava altro che provare a capire cosa contenessero tutti quei faldoni e mettersi al lavoro. 

Oggi

Il sole, stamattina, come un’apparizione. 
All’uscita da un vicolo buio, la piazza enorme, azzurra, mi si spalanca davanti agli occhi.
La bellezza che sorprende, che fa sorridere, che solleva, per un attimo, dai pensieri quotidiani.
Un miracolo.

Et voilà

Come uno scherzo.
Come una marachella.
Come un gioco di prestigio.
Sparire, tu di là, io di qua, e puf, ritrovarsi nelle stesso altrove, un altrove sia per me che per te.