La stanza

La prima volta che entrò in quel  luogo nuovo, tutto le sembrò molto buio.
Aveva sì attraversato delle grandi stanze, piene di libri e di sedie, dalle finestra ampie, che davano su un cortile, tutte però sfociavano in angusti corridoi male illuminati.
La stanza dove avrebbe dovuto lavorare era poi una delle più piccole.
Le pareti tappezzate da schedari, faldoni porta documenti e cartelline che sembravano occhieggiare ostili verso di lei.
Ogni cosa lì dentro le parlava di un passato a cui lei non apparteneva, fatto di fogli da riempire di cifre e numeri, inventari, calcoli, conti da fare e rifare.
Una vita fatta di numeri e tabelle che non era la sua.
Anche la disposizione dei pochi mobili e delle due sedie, sembrava non contemplare la sua presenza: c’era appena lo spazio per entrare e sedersi, le restava in mano la borsa, che non sapeva dove poggiare.
La scrivania poi era di una bruttezza assoluta.
Una di quelle che si potevano vedere negli uffici pubblici negli anni ’60: di ferro grigio, con le cassettiere ai lati ed un ripiano di plastica che si spacciava per legno, ma riuscendoci proprio male.
I cassetti, forse ribellandosi al loro contenuto, o forse desiderosi di essere finalmente rottamati, non facevano altro che correre fuori dalle guide, producendo un rumore di ferraglia udibile a metri di distanza.
Su ognuna delle porte che aveva attraversato entrando c’era appeso un cartello: "Si prega di chiudere la porta", che sembrava messo apposta perchè gli avventori di passaggio si sentissero indesiderati o solo mal tollerati.
Se non era questo l’intento di chi aveva scritto quei cartelli, lei lo aveva percepito in quel senso.
Ma doveva trovare un modo di abituarsi a quei luoghi, perchè lì era destinato a svolgersi il suo lavoro, almeno per il momento, almeno fino a che la sua vita non avrebbe fatto un’altra giravolta spostandole la prospettiva, come in un continuo rimando di specchi che le avrebbe mostrato la stessa immagine modificata dal tempo, dalla familiarità o dalla posto di osservazione.
Per il momento non le restava altro che provare a capire cosa contenessero tutti quei faldoni e mettersi al lavoro. 

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