Billie

Questa è una storia di gangster e di pupe del capo.
È una storia di grilletti facili, e di lettere d’amore.
Questa storia è un cliché, ma forse proprio per questo vale la pena di raccontarla.
I nostri eroi sono tre e si chiamano Harry il Cavallo, John  lo Spagnolo e Isidoretto*.
Sono dei poveri diavoli al soldo di un gangster che dà loro dei lavoretti da fare, per sbarcare il lunario.
Adesso si trovano in un bar anche se è mattina.
Anche il bar è proprio come dovrebbe essere.
È buio, fumoso, un po’ mal messo. Pochi avventori ed una donna che canta.
Anche se è mattina e le persone per bene, ove mai ce ne fossero ancora in questa città, stanno alzandosi per andare al lavoro, ammesso che ci sia lavoro per persone per bene, in questa città.
I tre sono seduti ad un tavolino, fumano, sembrano stanchi, parlano poco, ascoltano la donna cantare.
Il canto di questa donna è l’unico cliché che non è rispettato in questa storia. È un canto bello e triste. È un’ipnosi, una malia dell’anima.
Lei sta lì, sul piccolo palcoscenico, con un pianista alle spalle, un batterista che fa frusciare le spazzole dolcemente ed una tromba discreta, e canta.
Canta tutta la stanchezza, la delusione, il fumo del bar.
Canta canzoni d’amore.
Ma di un amore lontano o immaginario, di un amore che è tanto più bello e struggente perché non esiste.
Di questo canta e i tre stanno lì. Stanno a sentire.
Ognuno guarda nel proprio bicchiere o segue il fumo della sua sigaretta e dei suoi pensieri stanchi.
E la voce di quella donna strana e triste, li culla, li abbraccia, li accudisce.
Nessuno parla, nessuno ha il coraggio di rompere questo breve incanto e di ritornare a sentire sulle costole il duro della pistola nella fondina.
Quando la canzone diventa “The man I love”, Isidoretto tira fuori un foglio di carta dalla tasca della giacca e comincia a rigirarselo tra le mani. Con aria imbarazzata lo passa prima ad Herry e poi a John.
– Che ne pensate? Io non sono tanto bravo in queste cose, ma adesso che lei ha finito, mi alzo, magari me ne bevo un altro, doppio, prima, ma poi mi alzo e vado da lei, e che faccio? Le do la lettera in silenzio? Oppure le dico qualcosa? E che le dico? Oppure me la prendo per mano e me la porto via? Forse dovevo prendere dei fiori.
Gli altri lo guardano con quel tipo di sguardi che si riservano ai matti o ai poveri diavoli, un misto di incredulità, scherno, compassione, e un sorriso che si deve a tutti i costi trattenere, specie con un amico.
– Lo so, lo so. Io sono uno che ammazza la gente per vivere, una specie ossimoro a ben vedere, lei è una cantante con la voce più triste e più bella che abbia mai sentito, ma chi lo dice eh? Chi lo dice che non potremmo cambiare il nostro destino insieme? Io potrei magari invecchiare e avere dei nipotini da tenere sulle ginocchia, invece di finire in una sparatoria qualunque, lei potrebbe amarmi per tutta la nostra lunga vita, di un amore calmo e rassicurante, potrebbe cantare per me e per i nostri marmocchi queste canzoni belle e tristi, ricordando che il suo destino è cambiato e sorridendo, con la voce, attraverso le note, che tristi non sarebbero più. –
Isidoretto abbassa per un attimo lo sguardo sul suo bicchiere, che adesso sente pesante fra le mani.
Gli altri due si guardano, pensano perché non può essere davvero così.
Perché non possiamo cambiare i nostri destini con un colpo di mano, con un trucco riuscito, con una donna e un amore, con un mazzo di fiori ed una lettera scritta male ma col cuore, perché? Perché non può essere vero questo sogno, una volta tanto?
E quasi stanno per incoraggiarlo, quasi stanno dirgli, vai amico, vai, salvati, con questa donna dal sorriso triste. Aggiustati un po’ la cravatta, stai su con le spalle e vai, salva anche noi.
Ma Isidoretto è il primo a capire. Fa il gesto di alzarsi.
Si alza in effetti, lascia dei soldi sul tavolo, si mette il cappello ed esce sulla strada.
Quando si vive in un cliché che altro si può fare se non continuare la commedia per quelli che vorranno il solito finale.

 

 

*i nomi li ho rubati, con immenso affetto e devozione, ad uno scrittore che amo moltissimo, che ha scritto alcune cose che sono rimaste nel nostro immaginario collettivo, storie di bulli e pupe, storie così. Se potete leggete tutto quello che ha scritto. Si chiama Damon Runyon, e la raccolta di bellissimi racconti da cui ho rubato i nomi si chiama “Idillio nel fragore di Brodway”.

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