Archivi per il mese di: aprile, 2005

A guardarlo con gli occhi del poi

Ci sono molti modi di sganciarsi da un rapporto che non si desidera continuare.
Un rapporto affettivo, sentimentale.
Lui disse, anzi scrisse, una frase molto semplice: “ora ho bisogno di concentrarmi un po’ su me stesso.”
Lei pensò che era una frase sciocca perché non c’era stato un giorno, da quando si conoscevano, che lui non si fosse concentrato su se stesso, prima di ogni altra cosa. Ma a parte questa considerazione, che suona sicuramente rancorosa, lei capì immediatamente che non c’era più niente da fare.
In realtà era l’unico modo in cui potesse andare a finire quel rapporto lì.
In un silenzio, e poi nella dimenticanza.
Nella progressiva indifferenza.
In realtà di ogni rapporto, sempre sappiamo, fin dal primo momento come finirà.
A rivelarcelo è un particolare, un gesto, il modo di pronunciare una frase ricorrente.
La fine è sempre sotto i nostri occhi, fin da subito.
Noi guardiamo e la riconosciamo, e la teniamo da parte, in un angolino riposto, fino a quando arriva il momento della fine, che ci sorprenderà, senza sorprenderci davvero.  
Quella strana storia era cominciata molti anni prima, quasi otto per la precisione, con un incontro che non aveva l’aria di essere casuale, un incontro che a guardarlo con gli occhi del poi sembrava destinato a cambiare qualcosa nella sua vita.
In quella di lei.
Gli incontri tra loro erano stati in realtà molto pochi e distanziatissimi, avvolti in un’atmosfera di irrealtà.
L’irrealtà era stata la vera chiave di lettura di quella storia, perché non c’era nessuna possibilità che esistesse nel mondo concreto, nel mondo reale, quotidiano.
E forse proprio per questo, quegli incontri non erano stati neanche davvero determinanti, se si fa eccezione per quel primo importante riconoscimento iniziale.
A guardare con gli occhi del poi, sì, quello era stato un riconoscimento, lei lo aveva riconosciuto senza neanche avere bisogno di vederlo, solo percependo la presenza di lui alle sue spalle.
Così, quei quasi otto anni erano trascorsi tra quattro o cinque incontri e qualche migliaio di e-mail.
Una ogni giorno, tutti i giorni, qualche giorno magari anche due. A parlare di tutto, a raccontarsi le vite, a ridere, ad essere seri.
Se fosse stato molto o molto poco, lei non saprebbe proprio dirlo.
Se fosse stato reale o immaginario quel mondo neanche questo avrebbe saputo dire.
Per lei era diventato molto, e a volte più concreto di molte altre cose.
Adesso lui aveva bisogno di concentrarsi su se stesso.
Non sarebbe più riuscita a ripescarlo, a tirarlo dentro alla loro conversazione interrotta.
Restava la casella di posta orridamente vuota.
Restava il dolore dell’abbandono, del muro di gomma eretto in un attimo.
Lo sbaglio lo aveva fatto lei.
Non aveva saputo tenere in piedi il gioco, la rassicurante facciata del gioco.
Gioco di ruolo, gioco erotico, comunque gioco, che non presuppone che ci sia una realtà a sostenerlo.
Ma la realtà c’è sempre anche se si fa finta di non vederla.
In quel caso la realtà era lei, e lei era una realtà sbagliata.
Come sempre, ovunque andasse, con chiunque si confrontasse.
Anche lui non aveva mai lasciato passare un giorno senza ricordarglielo, non vai bene diceva, sei troppo, sei poco.
Così, arrivati a questa fine, che cosa poteva dire di non sapere ancora, cosa poteva ancora provare a fare, di fronte ad un muro di gomma e ad un uomo, dall’altro capo del filo di un computer, che doveva concentrarsi su se stesso.
Una storia anomala finita come tante storie più normali.

Imbuto

Credo di poter arrivare a dire, senza tema di smentite, di essermi infilata nel mio personalissimo imbuto cosmico.
Un imbuto cosmico è un oggetto di uso quotidiano, che tutti posseggono, anche senza saperlo, e che prima o poi, almeno una volta nella vita, tutti finiscono per utilizzare.
Come si può facilmente evincere dall’accostamento dei due termini, ciò che rende tanto straordinario l’imbuto, in questo caso, è la sua qualifica cosmica, che lo innalza immediatamente trasformandolo da semplice oggettino di plastica atto al travaso dei liquidi, ad assumere il ruolo di strumento universale, di metafora di vita.
Ecco allora che nell’imbuto cosmico si entra tuffandosi a testa in giù, si attraversa uno spazio ed un tempo indefiniti, e poi se ne viene fuori, dal lato stretto però, sicchè si capisce che è più facile entrare che uscire indenni da questa traversata.
Io sono entrata, attualmente non è che mi senta poi tanto bene.
Vedremo poi.

 

Il ristorante arabo

Appena finita l’arrampicata per via S. Sebastiano, a poco a poco la luce trova di nuovo la strada per arrivare a colpire gli occhi di chi è arrivato in cima con un leggero fiatone.
In cima alla salita, la piazza mostra tutti i toni del grigio.
In fondo ad un buco, verdi di muschio, le mura greche, cercano invano di buttare un occhio al di sopra del loro millenario recinto.
In un angolo, sulla parete di fondo la vecchia vetrina del ristorante arabo.
Intorno al piccolo ingresso, piante verdi un po’ mal messe, dentro, piccoli tavoli dalla tovaglia blu.
Una donna dai capelli neri e lunghi sta in piedi giusto fuori dalla porta e fuma una sigaretta, con aria assente e spavalda insieme; i capelli ad ondeggiarle leggermente ad un vento che non c’è.
Per mangiare un boccone profumato di spezie bisogna aspettare che lei, finita la sigaretta, con l’espressione degli occhi, o con un sorriso, faccia l’invito. E lei non delude le aspettative, sempre, alla fine ti invita a sederti. Quel giorno porta calze rosse e scarpe nere eleganti, con il tacco a rocchetto ed una fibbia sul collo del piede.
Sorride illustrando i piatti e le bevande, ma i suoi occhi talvolta la tradiscono, sono duri, sembra stringerli un poco per non dare troppa confidenza oltre le parole di circostanza. Non sembra molto felice.
Intorno le gira un bambino di otto, nove anni, il figlio.
Il figlio che ha avuto con Omar, suo marito, l’arabo del ristorante arabo di piazza Bellini.
Omar non c’è.
Dagli occhi duri della donna e dai modi del bambino, sembra che non ci sia da molto tempo; in quel piccolo ristorante nulla sembra rivelare la presenza di un uomo, ma solo quella di una donna che tiene insieme ognuno dei pezzi che spesso si frantumano in altre migliaia di piccole schegge di pezzi, all’infinito.
Ma il profumo del tè alla menta, servito in un piccolo bricco smaltato di rosso, che ha visto tempi migliori, addolcisce i pensieri.
Viene da pensare che vada tutto bene anche così com’è.
Che la donna con le calze rosse che la vita ha portato lontano e poi ancora vicino, nonostante tutto il giro fatto, o proprio grazie ad esso, nonostante l’amore che delude, nonostante tutto, sia perfettamente incorniciata dalla piccola vetrina del suo ristorante arabo.
Lei che araba non è.

Ally

L’ho già confessato pubblicamente su queste pagine.
Sono una appassionata seguace di Ally McBeal.
E ieri sera, su Italia 1, è andata in onda l’ultima puntata dell’ultima serie.
Per vederla ho gravemente nuociuto alla stabilità del mio sistema nervoso primario, che si fonda su un preciso numero di minuti di sonno, mi basta saltarne anche uno solo, et voilà, sono finita.
Ma ieri sera sono addirittura andata a dormire all’una di notte per Ally.
Non potevo perdermela.
E adesso è ora di un’altra confessione.
Sì.
Ho pianto come una fontana.
Quest’ultima serie non mi era piaciuta molto, nessuno era più in sé. La stessa Ally era diventata un po’ una rompiscatole, un po’ forzata.
E poi dopo Robert Downey Jr che interpretava Larry, nessuno sarebbe mai stato in grado di sostituirlo degnamente nel cuore di Ally, figuriamoci nel mio!
Ma ieri sera tutto è tornato come prima.
La puntata era una sorta di addio, Ally decide di trasferirsi a New York e saluta i cari amici, al bar, mentre si festeggia il matrimonio di Richard.
Perfino Billy è apparso, sotto forma di fantasma.
Anche io in questi giorni mi sento come se stessi dicendo una specie di addio a qualcosa, anche se non ho capito esattamente a che cosa, così l’addio di Ally, mi ha colpito proprio in pieno.
Insomma tutto questo per dire che un po’ mi mancherà.

Cara Olga
La scrivania è come sempre piena di fogli accatastati senza ordine apparente.
Ricoperta di piccoli appunti, fatture da pagare, matite infilate dentro libri a tenere il segno della lettura cominciata.
Una lampada snodabile, con il pulsantino dell’accensione un po’ difettoso, che fa un click secco quando finalmente si riesce ad accendere la luce.
C’è un quaderno di appunti ed un posacenere, con dentro poggiata una vecchia pipa profumata di tabacco.
La stanza è immersa nella penombra della sera che avanza.
Finalmente si sentono dei passi ed ogni oggetto, ogni foglio e matita, ogni pagina e libro, anche il posacenere, restano in ascolto.
La mano dell’uomo si poggia sulla lampada, non ha bisogno di vedere, conosce a memoria gli spazi, come un cieco potrebbe camminare nella sua casa e nel suo studio  a maggior ragione; preme il pulsantino, la luce gialla crea i contorni delle cose.
Anche il resto della stanza si disegna lievemente, restando nella penombra.
Si indovinano le pareti ricoperte di libri su tutti i lati.
L’uomo si siede, apre un libro, lo richiude.
Sorride fra sé della sua indecisione, del suo sentirsi sospeso, in bilico tra il desiderio di cominciare a lavorare, a scrivere, e la difficoltà di trovare le prime parole.
Carica la pipa, piano, con attenzione, prendendo tempo e confortandosi dei gesti familiari, della familiarità delle cose, della stanza, della macchina da scrivere nera che, da sempre, sta poggiata sbilenca su un mucchio di fogli e di libri.
Dopo aver diffuso intorno l’odore familiare del fumo, ecco, bisogna cominciare.
“Cara Olga,
sono qui, seduto nel mio studio, sulla mia vecchia poltrona, fumo la pipa che mi regalasti tu. Mi accorgo adesso, con stupore e tenerezza, che il tempo trascorso è moltissimo, sembra inconcepibile.
Il numero che ho scritto su un foglio dopo aver fatto di conto con le dita, come i bambini a scuola, e che dice che la nostra vita l’abbiamo in qualche modo passata insieme, a guardarlo così, con occhi estranei, mi sembra qualcosa di enorme, un numero esorbitante, venuto fuori da un calcolo sbagliato.
È solo guardandolo con gli occhi della mente che lo riconosco, che diventa tempo e vita, la mia, la tua vita.
Chi sa da quanta parte di questo nostro tempo avrei già dovuto scriverti questa lettera, chi sa se  lo avessi fatto, se il nostro tempo si sarebbe interrotto, definitivamente, o se sarebbe continuato sotto un’altra forma.
Se avremmo deciso di dirci un definitivo addio o se invece avremmo potuto provare ad avvicinarci e a dividere ancora qualcosa di noi.
È questa incertezza mi ha fatto esitare così a lungo.
Sono un vigliacco e tu lo hai sempre saputo, ma ho creduto che conservare quello che avevamo fosse per me una sicurezza a cui non volevo rinunciare.
Così mi accorgo che il tempo, che fa il suo mestiere, ha reso le ragioni friabili, ha fatto slittare i perché, ha confuso le domande con le risposte.
Quello che resta è la penombra di questo mio studio, che si riempie solo delle ombre degli scaffali dei libri.
Che prende vita solo dalla luce di questa vecchia lampada difettosa.
La accendo ogni giorno questa lampada, appena fuori l’aria si imbrunisce, e lei, pietosa, restituisce i contorni agli oggetti.
Il solo contorno che manca è quello del tuo profilo che si chinava sui fogli scritti e leggeva dalle mie spalle, la sera.
Cara Olga, cara Olga, cara Olga…