Cara Olga
La scrivania è come sempre piena di fogli accatastati senza ordine apparente.
Ricoperta di piccoli appunti, fatture da pagare, matite infilate dentro libri a tenere il segno della lettura cominciata.
Una lampada snodabile, con il pulsantino dell’accensione un po’ difettoso, che fa un click secco quando finalmente si riesce ad accendere la luce.
C’è un quaderno di appunti ed un posacenere, con dentro poggiata una vecchia pipa profumata di tabacco.
La stanza è immersa nella penombra della sera che avanza.
Finalmente si sentono dei passi ed ogni oggetto, ogni foglio e matita, ogni pagina e libro, anche il posacenere, restano in ascolto.
La mano dell’uomo si poggia sulla lampada, non ha bisogno di vedere, conosce a memoria gli spazi, come un cieco potrebbe camminare nella sua casa e nel suo studio  a maggior ragione; preme il pulsantino, la luce gialla crea i contorni delle cose.
Anche il resto della stanza si disegna lievemente, restando nella penombra.
Si indovinano le pareti ricoperte di libri su tutti i lati.
L’uomo si siede, apre un libro, lo richiude.
Sorride fra sé della sua indecisione, del suo sentirsi sospeso, in bilico tra il desiderio di cominciare a lavorare, a scrivere, e la difficoltà di trovare le prime parole.
Carica la pipa, piano, con attenzione, prendendo tempo e confortandosi dei gesti familiari, della familiarità delle cose, della stanza, della macchina da scrivere nera che, da sempre, sta poggiata sbilenca su un mucchio di fogli e di libri.
Dopo aver diffuso intorno l’odore familiare del fumo, ecco, bisogna cominciare.
“Cara Olga,
sono qui, seduto nel mio studio, sulla mia vecchia poltrona, fumo la pipa che mi regalasti tu. Mi accorgo adesso, con stupore e tenerezza, che il tempo trascorso è moltissimo, sembra inconcepibile.
Il numero che ho scritto su un foglio dopo aver fatto di conto con le dita, come i bambini a scuola, e che dice che la nostra vita l’abbiamo in qualche modo passata insieme, a guardarlo così, con occhi estranei, mi sembra qualcosa di enorme, un numero esorbitante, venuto fuori da un calcolo sbagliato.
È solo guardandolo con gli occhi della mente che lo riconosco, che diventa tempo e vita, la mia, la tua vita.
Chi sa da quanta parte di questo nostro tempo avrei già dovuto scriverti questa lettera, chi sa se  lo avessi fatto, se il nostro tempo si sarebbe interrotto, definitivamente, o se sarebbe continuato sotto un’altra forma.
Se avremmo deciso di dirci un definitivo addio o se invece avremmo potuto provare ad avvicinarci e a dividere ancora qualcosa di noi.
È questa incertezza mi ha fatto esitare così a lungo.
Sono un vigliacco e tu lo hai sempre saputo, ma ho creduto che conservare quello che avevamo fosse per me una sicurezza a cui non volevo rinunciare.
Così mi accorgo che il tempo, che fa il suo mestiere, ha reso le ragioni friabili, ha fatto slittare i perché, ha confuso le domande con le risposte.
Quello che resta è la penombra di questo mio studio, che si riempie solo delle ombre degli scaffali dei libri.
Che prende vita solo dalla luce di questa vecchia lampada difettosa.
La accendo ogni giorno questa lampada, appena fuori l’aria si imbrunisce, e lei, pietosa, restituisce i contorni agli oggetti.
Il solo contorno che manca è quello del tuo profilo che si chinava sui fogli scritti e leggeva dalle mie spalle, la sera.
Cara Olga, cara Olga, cara Olga…


Annunci