Il ristorante arabo

Appena finita l’arrampicata per via S. Sebastiano, a poco a poco la luce trova di nuovo la strada per arrivare a colpire gli occhi di chi è arrivato in cima con un leggero fiatone.
In cima alla salita, la piazza mostra tutti i toni del grigio.
In fondo ad un buco, verdi di muschio, le mura greche, cercano invano di buttare un occhio al di sopra del loro millenario recinto.
In un angolo, sulla parete di fondo la vecchia vetrina del ristorante arabo.
Intorno al piccolo ingresso, piante verdi un po’ mal messe, dentro, piccoli tavoli dalla tovaglia blu.
Una donna dai capelli neri e lunghi sta in piedi giusto fuori dalla porta e fuma una sigaretta, con aria assente e spavalda insieme; i capelli ad ondeggiarle leggermente ad un vento che non c’è.
Per mangiare un boccone profumato di spezie bisogna aspettare che lei, finita la sigaretta, con l’espressione degli occhi, o con un sorriso, faccia l’invito. E lei non delude le aspettative, sempre, alla fine ti invita a sederti. Quel giorno porta calze rosse e scarpe nere eleganti, con il tacco a rocchetto ed una fibbia sul collo del piede.
Sorride illustrando i piatti e le bevande, ma i suoi occhi talvolta la tradiscono, sono duri, sembra stringerli un poco per non dare troppa confidenza oltre le parole di circostanza. Non sembra molto felice.
Intorno le gira un bambino di otto, nove anni, il figlio.
Il figlio che ha avuto con Omar, suo marito, l’arabo del ristorante arabo di piazza Bellini.
Omar non c’è.
Dagli occhi duri della donna e dai modi del bambino, sembra che non ci sia da molto tempo; in quel piccolo ristorante nulla sembra rivelare la presenza di un uomo, ma solo quella di una donna che tiene insieme ognuno dei pezzi che spesso si frantumano in altre migliaia di piccole schegge di pezzi, all’infinito.
Ma il profumo del tè alla menta, servito in un piccolo bricco smaltato di rosso, che ha visto tempi migliori, addolcisce i pensieri.
Viene da pensare che vada tutto bene anche così com’è.
Che la donna con le calze rosse che la vita ha portato lontano e poi ancora vicino, nonostante tutto il giro fatto, o proprio grazie ad esso, nonostante l’amore che delude, nonostante tutto, sia perfettamente incorniciata dalla piccola vetrina del suo ristorante arabo.
Lei che araba non è.

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