A guardarlo con gli occhi del poi

Ci sono molti modi di sganciarsi da un rapporto che non si desidera continuare.
Un rapporto affettivo, sentimentale.
Lui disse, anzi scrisse, una frase molto semplice: “ora ho bisogno di concentrarmi un po’ su me stesso.”
Lei pensò che era una frase sciocca perché non c’era stato un giorno, da quando si conoscevano, che lui non si fosse concentrato su se stesso, prima di ogni altra cosa. Ma a parte questa considerazione, che suona sicuramente rancorosa, lei capì immediatamente che non c’era più niente da fare.
In realtà era l’unico modo in cui potesse andare a finire quel rapporto lì.
In un silenzio, e poi nella dimenticanza.
Nella progressiva indifferenza.
In realtà di ogni rapporto, sempre sappiamo, fin dal primo momento come finirà.
A rivelarcelo è un particolare, un gesto, il modo di pronunciare una frase ricorrente.
La fine è sempre sotto i nostri occhi, fin da subito.
Noi guardiamo e la riconosciamo, e la teniamo da parte, in un angolino riposto, fino a quando arriva il momento della fine, che ci sorprenderà, senza sorprenderci davvero.  
Quella strana storia era cominciata molti anni prima, quasi otto per la precisione, con un incontro che non aveva l’aria di essere casuale, un incontro che a guardarlo con gli occhi del poi sembrava destinato a cambiare qualcosa nella sua vita.
In quella di lei.
Gli incontri tra loro erano stati in realtà molto pochi e distanziatissimi, avvolti in un’atmosfera di irrealtà.
L’irrealtà era stata la vera chiave di lettura di quella storia, perché non c’era nessuna possibilità che esistesse nel mondo concreto, nel mondo reale, quotidiano.
E forse proprio per questo, quegli incontri non erano stati neanche davvero determinanti, se si fa eccezione per quel primo importante riconoscimento iniziale.
A guardare con gli occhi del poi, sì, quello era stato un riconoscimento, lei lo aveva riconosciuto senza neanche avere bisogno di vederlo, solo percependo la presenza di lui alle sue spalle.
Così, quei quasi otto anni erano trascorsi tra quattro o cinque incontri e qualche migliaio di e-mail.
Una ogni giorno, tutti i giorni, qualche giorno magari anche due. A parlare di tutto, a raccontarsi le vite, a ridere, ad essere seri.
Se fosse stato molto o molto poco, lei non saprebbe proprio dirlo.
Se fosse stato reale o immaginario quel mondo neanche questo avrebbe saputo dire.
Per lei era diventato molto, e a volte più concreto di molte altre cose.
Adesso lui aveva bisogno di concentrarsi su se stesso.
Non sarebbe più riuscita a ripescarlo, a tirarlo dentro alla loro conversazione interrotta.
Restava la casella di posta orridamente vuota.
Restava il dolore dell’abbandono, del muro di gomma eretto in un attimo.
Lo sbaglio lo aveva fatto lei.
Non aveva saputo tenere in piedi il gioco, la rassicurante facciata del gioco.
Gioco di ruolo, gioco erotico, comunque gioco, che non presuppone che ci sia una realtà a sostenerlo.
Ma la realtà c’è sempre anche se si fa finta di non vederla.
In quel caso la realtà era lei, e lei era una realtà sbagliata.
Come sempre, ovunque andasse, con chiunque si confrontasse.
Anche lui non aveva mai lasciato passare un giorno senza ricordarglielo, non vai bene diceva, sei troppo, sei poco.
Così, arrivati a questa fine, che cosa poteva dire di non sapere ancora, cosa poteva ancora provare a fare, di fronte ad un muro di gomma e ad un uomo, dall’altro capo del filo di un computer, che doveva concentrarsi su se stesso.
Una storia anomala finita come tante storie più normali.

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