Archivi per il mese di: giugno, 2005
La piazza
L’estate ha l’odore di strade arse, sporche, dell’asfalto colloso, del calore che cova sotto i piedi e che sale dalle gambe, di pantaloni incollati addosso.
Ha l’odore dell’acqua che manca.
Il sole pesante sulle spalle, come uno zaino pieno di cose inutili.
Uno stato di calma irreale, la sospensione del tempo che l’afa invincibile crea nell’atmosfera.
Ognuno cerca di vivere il meno che può, di respirare più piano, per non farsi trovare dal proprio sudore.
Un ragazzo attraversa la piazza sbiancata dal sole del primo pomeriggio, il sole giaguaro, quello che non lascia spazio alla fantasia.
Attraversa la piazza con calma, un po’ curvo, guarda lo spazio di cemento che c’è ancora da percorrere.
Ha i capelli scuri leggermente appiccicati alla fronte.
La maglietta nera con l’usurato volto di quel giovane mai invecchiato che aveva lo sguardo rivolto al futuro.
Arriva, il ragazzo, in una zona della piazza che è un triangolo d’ombra tiepida. Sembra che voglia sedere a riposarsi, guarda dubbioso il piccolo angolo, poi si decide, prima di sedersi si fruga nelle tasche e tira fuori delle sigarette e un accendino. Si siede ne accende una, il rumore dell’accendino sembra caldo pure lui.
Fruga nella borsa che portava sulla spalla, e che ora è poggiata al suo fianco, ne tira fuori un libro.
Ed è così, che, nelle mani che reggono anche la sigaretta, nel frusciare delle pagine a ritrovare il segno, nella copertina sgualcita, il caldo indicibile, il marciapiedi non proprio pulito, il triangolo d’ombra non del tutto fresca della piazza, si dissolvono.  
 

Che giornata!

E comunque è stato un giorno davvero strano quello di ieri.
Il giorno in cui mi sono trovata con un tempo fra le mani che mi ha fatto l’effetto di un vuoto d’aria.
Un vuoto d’aria lungo ore.
Per capirci, l’effetto di una domenica pomeriggio impiantata in un martedì.
Vera fecondazione eterologa.
Eugenetica spazio-temporale.
Ma non è stato bello o entusiasmante come credevo.
Mi sono trovata ad aggirarmi per strade percorse mille volte, che mi guardavano con occhi che non riconoscevo.
Mi sono sentita estranea tra le mie solite cose, nella mia stanza, a casa.
Ho provato la sensazione di panico sommerso che deve provare il paradigmatico uccellino a cui si apre la porta della gabbietta.
Da ieri la porta della mia gabbietta si è aperta.
Non è cambiata la vita, lei, la vita è sempre la stessa, e forse anche la gabbietta è sempre la stessa, una gabbietta confezionata con le mie mani, in anni di meticoloso lavoro non è che la posso buttare via da un giorno all’altro.
Quello che cambia è solo il modo in cui vivrò una parte del tempo.
Metà del mio lavoro, quello pomeridiano, è finito.
Non so cosa ne sarà del resto.
Quello che so è che per ora torno a casa molto prima del solito.
E’ una novità bella per certi versi, ed io la aspettavo con un misto gioia e terrore.
Ieri, mentre credevo che sarebbe prevalsa la gioia, che pure ha provato a fare capolino in alcuni momenti, è stato decisamente il terrore, l’horror vacui, ad avere la meglio.
Adesso devo reinventare una parte di me.
Quando succede che devo ricominciare qualcosa daccapo, penso sempre che non ce la farò.
Poi, dai e dai, un modo mio lo trovo, un modo magari sbilenco, ma pur sempre un modo.

La baia
Abito qui da tempo, tanto o poco, non lo ricordo più.
Ogni mattina apro le finestre e vedo il mare, proprio al centro della mia visuale, ed un giovane ulivo, sul lato sinistro.
Il più delle volte è tutto calmo e il mare e l’albero, in questa baia senza vento, si guardano, forse si parlano, si raccontano le loro storie di acqua e di terra.
Le ore se ne vanno così, lentamente, lasciandosi dietro tracce fragili, friabili, come il muro fatto di sassi e terra che separa il mio piccolo giardino da quello della vicina, la signora Genoveffa.
Sono arrivata da lontano e mi sono scelta questa casa piccola e bianca perché volevo che il tempo trascorso qui fosse fatto della stessa materia e dello stesso colore, di calce bianca che si riscalda al sole ma solo un poco.
Ogni mattina vado a fare la spesa al mercato del paese, e ritrovo le donne, i mercanti, il sole che ogni giorno fa lo stesso giro, ognuno ripete gesti consueti, si scambiano le stesse parole di sollecitudine, di saluto. Poi torno a casa.
Mi piace che i giorni si assomiglino tutti un poco in modo che il tempo venga in questo modo, ogni giorno beffato.
La signora Genoveffa, dal suo lato del giardino, a volte mi guarda pensierosa. Di sicuro pensa che una giovane donna non dovrebbe  vivere “seppellita in questo paese di povere anime” come ogni tanto mi dice. Quando io le rispondo con un sorriso e le offro una sigaretta, mi scocca uno sguardo e cambia argomento, come chi vorrebbe scoprire un segreto e rimanda alla prossima buona occasione.
Ma non ci sono segreti da scoprire, la mia è una storia banale.
Sono venuta qui perché volevo un’altra strada sotto i miei passi e per guarirmi il cuore.
Come il cuore di molti, anche il mio un giorno se n’è andato per la sua strada, seguendo il suono di una voce che da sola sapeva costruire castelli, case, cattedrali, per poi cancellare tutto con un gesto brusco della mano.
In realtà era solo un uomo, niente di meglio, niente di più.
L’ho capito quando se n’è andato.
Ora di quel tempo e di quei luoghi, di quelle cattedrali, conservo solo un barattolo di vetro che ho nascosto sotto il letto.
Ogni tanto lo apro, appoggio l’orecchio e ascolto il suono della sua voce.
Poi lo richiudo, esco sulla mia veranda, accendo una sigaretta e ascolto altri suoni, ascolto l’ulivo che chiacchiera con il mare.
E il tempo è beffato ancora una volta.
 

Sono

Tra l’incazzato, il depresso.
Aspettavo i dati sull’affluenza alle urne.
Dicono che alle 19,00 aveva votato solo il 13%.
Che posso dire, che ci meritiamo la politica che abbiamo?
Aspettiamo a domani…

E’ tornato il re

Oggi la città ha vissuto uno strano evento.
Il fremito si è sentito ovunque.
E’ cominciato con dei sussurri che si sono fatti sorrisi, che sono diventati urla e cori e canti.
E’ tornato Maradona.
Ho sentito dire: è tornato il re di Napoli.
Io non sono mai stata tifosa del Napoli, il mio cuore batte per la Juventus.
Ho sempre detestato le manifestazioni di fanatismo e la maleducazione dei tifosi napoletani.
Eppure, quello che ho visto ed ho sentito, l’elettricità gioiosa, tangibile, la felicità infantile, le bandiere, il traffico impazzito, tutto questo mi ha emozionato.
Lo stadio pieno e tutti a cantare.
E poi l’urlo enorme della folla quando è apparso sul campo, un uomo troppo piccolo per sostenere tutto l’amore che 70.000 persone e tutta una città gli riversavano addosso.
Si Napoli ha avuto un re, e stasera il re è tornato.

 

Coinvolti

Avevo scritto un post molto incazzato sulla campagna per l’astensionismo.

Contro la campagna per l’astensionismo.

Perché reputo che sia uno sconcio che politici, clero e chiunque altro possa invitare dei cittadini a non andare a votare, piuttosto che convincerli, eventualmente adducendo delle motivazioni, a votare serenamente per il no.

Poi ho riletto ed ho buttato via tutto.

Perché quando mi arrabbio torna fuori la giurista che è in me e divento petulante.

Ma una cosa la voglio dire perché mi sta davvero a cuore.

Ed è questo: non basta dire boh, voltare le spalle, pensare tanto a me non mi succederà mai, andare al mare, per non essere coinvolti.

Noi siamo coinvolti per il solo fatto di essere qui ora.

Siamo coinvolti sempre e per tutto quello che riguarda il nostro tempo.

Siamo coinvolti perché potevamo dire no, perché potevamo chiedere una spiegazione e non l’abbiamo fatto.

Non importa quanto le cose accadano vicine o lontane dalla nostra casa.

Non so se è giusto o sbagliato, però è così.

È la storia che funziona così, ci coinvolge nostro malgrado, ci costringe a schierarci da una parte o dall’altra, farci un’opinione e poi scegliere.

È faticoso, è difficile, ma non c’è una terza via, la via di mezzo.

Non ci si può astenere dall’essere vivi e non ci si può astenere dalla storia.

È per questo che mi fa infuriare la campagna per l’astensionismo.

Per qualunque referendum, ma in particolare per questo, perché questa legge ha una diretta conseguenza sulla vita delle persone.

Mi infurio perché la nostra classe politica e la nostra chiesa, non hanno saputo insegnarci che la nostra vita collettiva, al pari di quella privata è fatta di scelte, è fatta del dovere della scelta, della consapevolezza e dell’orgoglio della scelta.

Perché invitandoci ad astenerci ci esortano a voltare le spalle, a dire non sono affari miei, qualcun altro ha fatto la legge, qualcun altro la dovrà cambiare se sceglierà di farlo.

Deleghiamo ad una classe politica infingarda pusillanime ed inetta.

Questo è quello che si aspettano che noi facciamo.

Quindi a quelli che non andranno a votare domenica voglio solo cantare un verso di una canzone molto bella, che fu tradotta da Fabrizio De Andrè e che è La Canzone del Maggio: “anche se voi vi credete assolti siete per sempre coinvolti”

Eh… lo so

Lo so che manco ai miei doveri di blogger da un po’ troppo tempo.
Ma ho avuto dei giorni un po’ complicati.
Tra l’altro sto combattendo contro la voglia di dire due parole sulla campagna in favore dell’astensionismo per il referendum che si terrà domenica prossima.
Sto combattendo perchè non ho mai parlato di politica qui sul blog, e non so se mi piacerebbe farlo.
Ma mi sto indignando davvero.
E allora forse dico quello che penso.
Quindi un attimino di pazienza, sbroglio la matassa e poi, di nuovo in sella!