La baia
Abito qui da tempo, tanto o poco, non lo ricordo più.
Ogni mattina apro le finestre e vedo il mare, proprio al centro della mia visuale, ed un giovane ulivo, sul lato sinistro.
Il più delle volte è tutto calmo e il mare e l’albero, in questa baia senza vento, si guardano, forse si parlano, si raccontano le loro storie di acqua e di terra.
Le ore se ne vanno così, lentamente, lasciandosi dietro tracce fragili, friabili, come il muro fatto di sassi e terra che separa il mio piccolo giardino da quello della vicina, la signora Genoveffa.
Sono arrivata da lontano e mi sono scelta questa casa piccola e bianca perché volevo che il tempo trascorso qui fosse fatto della stessa materia e dello stesso colore, di calce bianca che si riscalda al sole ma solo un poco.
Ogni mattina vado a fare la spesa al mercato del paese, e ritrovo le donne, i mercanti, il sole che ogni giorno fa lo stesso giro, ognuno ripete gesti consueti, si scambiano le stesse parole di sollecitudine, di saluto. Poi torno a casa.
Mi piace che i giorni si assomiglino tutti un poco in modo che il tempo venga in questo modo, ogni giorno beffato.
La signora Genoveffa, dal suo lato del giardino, a volte mi guarda pensierosa. Di sicuro pensa che una giovane donna non dovrebbe  vivere “seppellita in questo paese di povere anime” come ogni tanto mi dice. Quando io le rispondo con un sorriso e le offro una sigaretta, mi scocca uno sguardo e cambia argomento, come chi vorrebbe scoprire un segreto e rimanda alla prossima buona occasione.
Ma non ci sono segreti da scoprire, la mia è una storia banale.
Sono venuta qui perché volevo un’altra strada sotto i miei passi e per guarirmi il cuore.
Come il cuore di molti, anche il mio un giorno se n’è andato per la sua strada, seguendo il suono di una voce che da sola sapeva costruire castelli, case, cattedrali, per poi cancellare tutto con un gesto brusco della mano.
In realtà era solo un uomo, niente di meglio, niente di più.
L’ho capito quando se n’è andato.
Ora di quel tempo e di quei luoghi, di quelle cattedrali, conservo solo un barattolo di vetro che ho nascosto sotto il letto.
Ogni tanto lo apro, appoggio l’orecchio e ascolto il suono della sua voce.
Poi lo richiudo, esco sulla mia veranda, accendo una sigaretta e ascolto altri suoni, ascolto l’ulivo che chiacchiera con il mare.
E il tempo è beffato ancora una volta.
 
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