Archivi per il mese di: luglio, 2005
Zampognari, dove siete!
Prima c’erano gli zampognari.
Che quando si avvicinavano i giorni di Natale, improvvisamente, li sentivi suonare sotto la tua finestra.
Che incanto quello strano suono di pifferi panciuti.
Che curiosità quei vestiti e quei cappelli che li facevano assomigliare ai pastori del presepe.
Allora i bambini si affacciavano dalle finestre e lanciavano le monetine che avevano messo da parte per loro, per gli zampognari.
Le mamme e le nonne sorridevano e raccontavano che questi strani signori venivano apposta dalle montagne d’intorno per suonare per noi le canzoni di Natale.
Oggi gli zampognari ci sono ancora, ma sono sempre più radi, ed è sempre più difficile sentirli passare sotto la propria finestra, si trovano quasi solo nelle affollate vie dello shopping dell’ultimo secondo.
Anche loro si saranno stancati di camminare e camminare e di soffiare e soffiare nelle loro cornamuse di pelle di pecora.
C’è, però, qualcuno che li ha sostituiti nelle nostre già incasinata strade, e non solo a  Natale, ma ogni giorno del sacrosanto anno.
Sono una nuova schiatta di zingari, provenienti probabilmente dai balcani, che armati delle più scalcinate e stonate fisarmoniche che potessero trovare, assaltano qualunque mezzo pubblico si trovi sul loro cammino.
Così arrembano ogni vagone della metropolitana e della funicolare, e almeno la metà dei tram e degli autobus della fascia urbana.
Li incontro prevalentemente la mattina presto, nella metro.
Loro ci saltano dentro come kamikaze, armati di fisarmonica, qualche volta in duo, accompagnati da un tamburello.
Conoscono in media tre canzoni: O sole mio, Il Padrino e My way che eseguono in un medley disarmonico che fonde le sue note con lo sferragliare della metropolitana lanciata a tutta velocità verso la fermata successiva.
Il miscuglio sonoro cresce di intensità fino a diventare intollerabile.
Io in genere lancio qualche bestemmia mattutina, tanto per cominciare bene la giornata.
Quando finalmente il frastuono cessa, comincia il rito del passaggio a chiedere il denaro, con la sicumera di un artista che abbia offerto uno spettacolo e che gli spettatori, seppur coatti, non possano fare a meno di apprezzare lo sforzo armonico.
Al rifiuto di lasciare un’offerta a piacere, lo sguardo carico di astio e una probabile maledizione in una lingua sconosciuta.
Gli zampognari erano gentili e silenziosi, sorridevano lo stesso a tutti i bambini, anche a quelli senza monete da regalargli.
Soprattutto non ti maledivano in slavo, al massimo un sommesso improperio in beneventano stretto!
 
Casa mia
Ci sarà un posto, dico uno, anche piccolo, dove, una volta arrivata, possa provare la sensazione, ammesso che esista, di essere nel posto giusto?
Complicata la domanda vero?
Non so, una città, oppure un piccolo paese, una strada, lunga oppure molto corta,  una casa, una villa a due piani  oppure un piccolo appartamento, un luogo dove lavorare che sia un ufficio, uno studio, un negozio, una bancarella.
Un posto con una buona sensazione dentro.
Un posto che ti salva da tutto il resto.
Da tutto il resto che non è tuo ma di tutti gli altri.
Io non voglio tutto, e degli altri che non siano le poche persone che amo, mi importa relativamente poco. Quindi basta che non siano maleducati e non mi infastidiscano con i rumori che producono, possono fare praticamente quello che più gli aggrada compreso il suicidio di massa.
Non occupo molto spazio, sporco il giusto, non sono molto ordinata per natura, ma posso sforzarmi di esserlo, quindi non mi serve neanche un posto particolarmente grande o ridondante, niente stucchi o capitelli, le giuste comodità di una vita nel ventunesimo secolo.
Però quello che vorrei, è che, una volta arrivata lì, proprio lì, dove è scritto nelle stelle o voluto dal capriccio degli dei, che io stia, allora, finalmente, vorrei tirare un sospiro di sollievo, vorrei sentire un sorriso lieve che mi sorride dentro, vorrei accomodarmi, e dirmi, eccomi qui, sono arrivata a casa mia.
 
Londra
Ho in mente l’immagine di uno stormo di uccelli che esce volando fuori dalla metropolitana di Londra.
Ma non vedo fiamme, forse stanno scappando prima dell’esplosione, oppure dopo, nel silenzio.
Li vedo come se venissero fuori da sotto terra, dall’ingresso di un tunnel.
C’è Londra appoggiata tutta intorno, con il suo asfalto grigio, e le righe bianche a terra, look right, look left, che si distende immobile.
E sento solo lo sbattere i tante ali tutte insieme, in un clamore morbido di piume, chiocciante.
E non riesco a scrivere nulla perché ogni volta che poggio le dita sulla tastiera o su di un foglio, vedo questi uccelli, piccoli e veloci, che schizzano fuori dalla metropolitana.
Così forse, se li poggio qui, su questo foglio virtuale, per guardarli con calma, ogni volta che si materializzano nella mia mente, me ne libererò, e loro finalmente voleranno via alla velocità del suono, e i tasti che troverò sotto le mie dita disegneranno altre immagini e altre storie.