Il solletico sotto i piedi del cielo
L’acqua scrosciava nel lavamani di porcellana bianca. Il sapone liquido, di un rosa fucsia vicino alla fluorescenza, colava da un lato creando una pista, un sentiero rosa, saltando agli occhi in tutto quel biancore.
Non molti rumori riuscivano a competere con quello dell’acqua che cadeva prepotente dal rubinetto, ma Gardenia sentì distintamente il fastidioso abbaiare del cane che abitava il terrazzino al secondo piano del palazzo di fronte al suo.
–  La smetterà mai quella stupida bestia idrofoba di fare tanto rumore? – pensò infastidita dall’ennesimo scoppio di furore canino del bastandone bianco e nero, a cui, ogni infinitesimo movimento di essere animato o inanimato faceva saltare la mosca al naso, naso di cane ovviamente.
Si asciugò le mani e si diresse alla finestra per chiuderla, nonostante il calore di quella mattina di primo autunno.
Fu così che riuscì a vedere, sul lato opposto della strada, un ragazzo con gli occhiali che osservava borbottando un piccolo e grigiastro albero di nespole che cresceva a stento in poca terra, sul lato opposto della strada.
Aveva i capelli neri, il ragazzo, non l’albero, e piccoli occhiali rotondi poggiati sul naso.
Nonostante il caldo dell’ora mattutina portava una giacca larga , piena di rigonfiamenti e di tasche. Ogni tanto, un sonoro starnuto lo distoglieva dal suo borbottio e lo costringeva ad asciugarsi il naso in un fazzolettone rosso a scacchi verdi.
Gardenia lo guardò per un po’, ad un ennesimo starnuto le venne da ridere. Il suono della risata causò l’ennesimo scoppio d’ira canina da parte del mostro sul terrazziono e li fece trasalire entrambi.
 – Ti avveleno! – gridò Gardenia, spaventando definitivamente il ragazzo, che si girò nella sua direzione con gli occhi sgranati e le mani in alto.
– Non faccio niente di male! Non si preoccupi!
Ad una seconda occhiata sembrava perfino più giovane e, nel complesso, la sua aria buffa lo rendeva simpatico.
– Cosa fa sotto il nostro nespolo triste? – chiese Gardenia.
Lui per tutta risposta starnutì e dopo essersi soffiato sonoramente il naso, sorridendo, con gli occhiali che luccicavano al sole, disse: sto conducendo uno studio psicologico sulle piante cittadine.
Interessante – disse Gardenia e trova che anche loro siano un po’ suonate? Impazzite? O solo tristi, come i pesci rossi nelle bocce di vetro ed i canarini in gabbia? Come il cane isterico che l’ha fatta sobbalzare un minuto fa?
– Proprio così, ha capito subito il problema. Ormai sono molti mesi che mi dedico a questi esami, tra l’altro, con la mia allergia al polline… comunque sono arrivato alla conclusione che quasi tutti gli alberi che ho incontrato siano afflitti da malinconia vegetale, tranne una piccolissima parte di quelli che sono ottimisti cronici, ma purtroppo, in percentuale, sono davvero pochi. Sono tristi, demotivati, crescono poco e le punte delle loro foglie sono tutte rivolte verso il basso. Il cielo non lo guardano neanche più.
– Il cielo? – ripetè Gardenia trattenendo un sorriso
– Sì sì, il cielo, venga a vedere.
Gardenia fece un saltino, scavalcò il davanzale della sua piccola finestra, attraversò la strada e fu sotto il nespolo.
– Mi chiamo Gardenia – disse tendendo la mano – e lei?
– Erminio – rispose lui
– Vede, Gardenia, gli alberi sono il modo con cui la terra cerca di parlare col cielo, il suo modo per allungare una mano, magari per fargli il solletico sotto i piedi, per farlo sorridere un po’. Ma gli alberi cittadini il cielo neanche lo vedono più, come pensa che riescano a solleticargli le piante dei piedi? Così, capita che anche il cielo si avvilisca e pure noi qua sotto, non è che possiamo stare tanto allegri non crede, con tutta questa malinconia intorno.
Così pensavo, provo a tirare su di morale questi alberi malinconici, li vengo a trovare spesso, parlo con loro magari racconto una barzelletta, sto ottenendo già qualche risultato sa? Certo ci vuole del tempo, una gran fatica, ma è anche una bella soddisfazione, vedere che questi alberelli fuligginosi pian piano cominciano a sorridere.
In quella il cane nevrotico diede un’altra abbaiata. – Dovremo liberare anche lui dall’agonia del suo terrazzino di mezzo metro quadro – disse Gardenia, provando, per la prima volta un milligrammo di simpatia verso quella bestia rumorosa.
– sa che facciamo, aspetti qui un momento le offro un caffè, ce lo prendiamo qui, insieme al nespolo e al cane nervoso, chi sa che non faccia piacere a tutti e due i nostri pazienti malinconici.
Fu così che Gardenia quella mattina di primo autunno, apparecchiò un vassoietto con zucchero e caffè e lo assaporò chiacchierando con un ragazzo con gli occhiali un nespolo ed un cane nervoso.
 
 
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