Archivi per il mese di: ottobre, 2005

Ci sono…

…giorni come questo di oggi, di quelli che si spera non ce ne siano mai più.
Ci sono anche momenti, come quelli di oggi, che pur affannandosi a cercare un’anima con cui parlare, non se ne trova neanche una.
Ci sono riflessioni, come quelle che capita di fare in circostanze, come quelle vissute oggi, che si spera che da domani non si debbano fare più.
O, se non mai più, almeno per un discreto lasso di tempo.

La radio
 
Arrivò un pomeriggio, quando le ombre delle case già si stendevano all’indietro, come per sdraiarsi, per riposarsi della fatica del lavoro in mezzo alla polvere dei campi.
Arrivò a dorso di un mulo ossuto, che camminava adagio ma con caparbietà, condotto da un uomo che sembrava uno zingaro o qualcosa di simile.
Era un grande fagotto di tela, aveva l’aria di essere pesante, ed era assicurato alla schiena del mulo da molti giri di una corda che, insieme al mulo, aveva visto tempi migliori.
Avanzavano insieme, l’uomo e l’animale, dondolandosi un po’, l’uno sulle gambe l’altro sulle zampe, tutte e quattro magre.
Arrivati più o meno ad un metro da me che stavo seduto sul gradino di ingresso al piccolo portico di casa mia, si fermarono, senza degnarmi della minima attenzione e l’uomo cominciò a sciogliere il fagotto per poggiare quella cosa enorme e rettangolare che conteneva, a terra.
Il mulo lo lasciava fare.
Neanche quando, dopo che l’uomo ebbe faticato parecchio per sollevarlo e poggiarlo a terra, dimostrando così che l’oggetto era pesante, il mulo sembrò provare il minimo sollievo per essere stato liberato di quel carico, che certamente non gli interessava molto. Dondolava la coda seguendo un suo ritmo silenzioso.
Io guardavo tutti e tre, l’uomo, il mulo e la cosa, con crescente curiosità, me ero piccolo allora, e cercavo di dissimularla, per darmi un po’ un tono.
L’uomo continuò ad ostentare di ignorarmi, lasciò l’oggetto incustodito per fare il giro della casa, forse per darmi il tempo, di studiarlo senza essere visto, per suscitare la mia curiosità.
Allora non lo sapevo, ma quell’uomo viveva facendo quello che ai nostri giorni, con un termine appropriato, si definirebbe il rigattiere, e cercava di guadagnare un po’ di soldi con le cose che trovava nei posti strani in cui andava a cacciarsi.
Adottava quindi un’astuta strategia da consumato venditore.
Approfittando del tempo concessomi, caddi nella trappola, mi avvicinai all’enorme oggetto e lo toccai attraverso gli stracci con cui era fasciato.
Era incredibilmente liscio, e aveva gli angoli smussati, tondeggianti, era piacevole al tatto, sotto la ruvidezza della stoffa, sembrava di toccare del legno lucido.
Persi subito l’interesse, era di certo un mobile.
Cosa te ne fai di un mobile a tredici anni, nel calore di un pomeriggio d’estate, dopo una giornata di lavoro nei campi. Ben altro ci sarebbe voluto.
Tornai alla mia occupazione, cioè tornai a non far nulla, a seguire il corso dei miei pensieri.
Lo zingaro tornò dal suo giro interlocutorio. Mi guardò con una luce negli occhi.
Allora non lo sapevo, ma quella luce negli occhi era ironia. Non sapevo in effetti molte cose a quei tempi.
Mi disse: “ragazzo, vedo che lo stupore e la meraviglia ti hanno fatto cadere la lingua. Aiutami dai, che ti faccio vedere che cosa hai davanti agli occhi.”
E mi fece cenno di avvicinarmi e di aiutarlo a sollevare il mobile.
Insieme, faticando in po’ lo portammo in casa e lo poggiammo sul tavolo della cucina.
Il fagotto pian piano fu disfatto.
Ne venne fuori un grande oggetto di legno lucido, come avevo intuito, laccato, con qualche screpolatura qua e là. Sul davanti aveva due grandi manopole rotonde ed una specie di tessuto rigido e pieno di buchini, come una rete marroncina.
Io continuavo a non capire.
Quando dopo un attimo, lo zingaro girò una delle due manopole, questa fece “cloc” e poi la cosa emise suoni bizzarri, un gracchiare, come elettricità in movimento, io quasi feci un salto indietro dallo spavento, dominandomi giusto all’ultimo momento, avevo tredici anni, non ero mica un pivello qualsiasi.
Dopo un po’, che quasi mi ero abituato a quel frastuono, sentii un voce.
Un uomo era forse rinchiuso là dentro?
No, un momento non era solo, anche altre voci si sentivano, una alla volta, parlavano tutti, raccontavano qualcosa,  raccontavano una storia.
“Che diavoleria è questa? Che trucco hai fatto, vecchio?” gli dissi, sentendo crescere l’eccitazione dentro di me.
“Ancora non hai capito, giovanotto, questa cosa è un oggetto miracoloso, radio si chiama, dentro ci sono le voci delle persone lontane, anche la musica ci puoi sentire. Ti accorgerai, la musica è la cosa più bella che c’è dentro, prova, vieni qui, gira questa manopola, cerchiamola.”
Quella fu la prima volta che vidi la radio, girando la manopola, da allora, ho esplorato mondi lontani, con la musica ho volato in tutti i paesi del mondo, ho ascoltato storie, ho sentito guerre scoppiare in gran clamore e poi la pace ritornare nel silenzio.
Ho imparato a capire la vita e gli uomini che la fanno, ho partecipato alle gioie e ai dolori degli altri, mi sono emozionato, mi sono addormentato, ho sognato.
Le radio si sono susseguite nella mia vita, poi è addirittura arrivato un altro oggetto che si chiama televisore, che da solo è in grado di produrre molto più rumore e tanta confusione.
Ma quella, la prima, la mia radio, ancora la tengo nel mio salotto, per ricordare l’emozione che quello zingaro portò nella mia vita, in un pomeriggio caldo, di fine estate.
 
Moonligthing
 
Camminare, in una notte morbida, in un buio blu, impolverato dalla luce della luna.
Luce bianca, con riflessi colore del latte, e poi alzare la testa dal percorso impervio e vedere, nello spazio color petrolio di un mare calmo come una tavola, la curva della costa in lontananza, da una angolazione inusuale, ed un isolotto basso e lungo, davanti agli occhi.
Uno spettacolo inaspettato, in una notte di ottobre, fuori dallo scorrere del tempo.
Anzi no, meglio, il tempo, anche lui incantato, assorto, scorreva sì, ma nel modo in cui poteva farlo quando ancora non era stato inventato, il tempo, l’idea del tempo, quando ancora passava in silenzio senza avere peso, senza fare rumore, invisibile perché poco rilevante.
In quella notte di ottobre il mare, la terra, gli animali acquattati nelle loro tane, ogni cosa aveva il senso millenario che ha il mondo senza l’uomo.
Ho visto mostrarsi ai miei occhi la terra come apparve ad Enea, quando imboccò la strada che portava nell’Ade, per parlare con le anime dei suoi cari.
Ho visto la terra dei romani che tenevano sacri quei luoghi che senza preavviso si muovevano, mutavano, esplodevano per formare isole montagne ed insenature, di una bellezza più antica del mondo.

Tutto questo in una notte sola, in una baia di poco vento, con il mondo che si specchiava nelle acque del suo antico mare con un uomo l fianco.
Un uomo conosciuto da poco, ma con la voce viaggiante, la voce di Enea forse, o dello scudiero Miseno.

Sono stata prorogata

Di una settimana.
La situazione si schiarisce, ma è solo una sensazione epidermica.
Oppure l’effimera contentezza che mi causa l’avere ancora un posto dove andare lunedì mattina, mi fa essere ottimista.
Per il momento sto in agguato.
Ancora.


Sì lo so…

… in questi giorni scrivo poco.
Ma è che sono un po’ provata.
Non so se da venerdì avrò ancora un lavoro, oppure dovrò riciclarmi da domestica a ore.
Come cantava Lucio Battisti?
Ecco sì, proprio così.

Alienini

Avete presente quei piccoli alieni del video di Moby "In this world"?
Quelli con i cartelli "Hallo", "Need a friend"?
Io li avrei visti subito.