Archivi per il mese di: gennaio, 2006
Gli occhi della città
 
Gli occhi di questa città sono le luci del mare, le isole azzurrate di foschia in lontananza, il cocuzzolo del Vesuvio che si copre di neve quando fa così freddo come in questi giorni.
Gli occhi di Napoli sono le barche a vela che il sabato mattina scivolano, volando lentamente sull’acqua.
Al richiamo della luce che il sole fa rimbalzare sul mare, la città risponde affacciandosi a guardare. Allora ogni cosa acquista uno sguardo luminoso: le finestre delle case, i tetti delle automobili, gli specchi che le donne usano per controllarsi il trucco.
Questo spettacolo l’ho visto stamattina che ho cambiato il mio solito itinerario mattutino, che mi porta prima nelle profonde viscere della terra, e poi nel centro storico, chiuso dei vicoli, di Spaccanapoli, dove il sole, quando arriva, non tocca mai per terra, perché le strade sono strette e profonde, come delle ferite e brulicano di persone di macchine cani randagi e di donne.
Stamattina sono passata all’esterno, il mio itinerario mi ha condotta per mano ed io mi sono sporta verso l’azzurro. Oggi non era una mattina di sole, anzi piovigginava, ma il mare trovava lo stesso il modo di accendere l’orizzonte: Capri brillava azzurra. Allora ho capito che la bellezza di questa assurda città sta tutta lì, in questi suoi occhi chiari. Che tutto il resto è solo un contorno, un complemento. Le chiese, le strade, la città greca, il brulicare della vita, senza la luce, niente avrebbe lo stesso senso. Stamattina con gli occhi pieni degli occhi di Napoli, ho capito perché mi ostino a vivere qui resistendo contro ogni buon senso comune: per potere alzare ogni tanto la testa, magari svoltare un angolo, finire una salita, girandomi un istante, e trovarmi con gli occhi pieni di luce.
 
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Smarriti

Ne vedo tanti, ultimamente, un po’ dappertutto, si trovano in posti strani, dove non ti aspetteresti di vederli e, soprattutto hanno un’aria triste e malconcia.
Sono i guanti perduti.
Forse in questa città, non abbiamo dimestichezza con il freddo vero, quello che ti ghiaccia le dita, che ti congela le mani. Qui, tutto sommato, fa ancora freddo per non più di un mese all’anno.
Il mese è arrivato, e gli abitanti della città del sole si sono trovati alle prese con i ghiaccioli alle dita.
Ma si vede che noi, con questi poveri guanti non siamo capaci di fare nulla, che ce li togliamo di continuo, per rispondere ad una telefonata, per aprire la borsa, per dare la mano ad un amico, per prendere un caffè e pagare alla cassa del bar.
Così tanti, tantissimi guanti solitari, tristi, stropicciati, fangosi, popolano le nostre strade, soli, perduti.
Li guardo poverini. Che paura, che tristezza, che freddo anche loro proveranno, a dover viaggiare per giorni da soli, nel vagone di una metropolitana, in un autobus su un sedile, oppure peggio, caduti da un marciapiedi, nel fango freddo della strada, senza il loro compagno.
Perduto per sempre.
Ogni volta provo l’impulso di raccoglierli, di salvarli dalla solitudine.
Magari una coppia, anche se non proprio perfetta, si può ricostruire.
Capisco che non sarà più la stessa cosa, che non basta che uno sia sinistro e l’altro destro, perchè si formi una coppia affiatata come quella che si è sciolta per la sbadataggine di un umano distratto.
Ma si dovrebbe provare, per strappare questi poveri guanti smarriti, ad un’esistenza fatta di solitudine.
Quindi questo post, in fin dei conti, è un appello ai proprietari di guanti: attenti! Non gettate nella disperazione un compagno fedele! State un po’ più attenti, i guanti ficcateveli bene nella tasche, non sarà mica difficile!

E catena sia!

Amabilmente coinvolta nella catena da ironicosclero vi rendo partecipi di cinque delle mie strane abitudini.
Allora, vediamo…mumble…mumble…

 
1. Ho un blog! Più strano di così!

2. Ogni anno compro un’agenda, alla quale tengo morbosamente, sulla quale, ogni giorno, ma proprio ogni giorno, scrivo tutto quello che mi è capitato, che ho fatto, che ho pensato e provato. Non è proprio un diario. Lo faccio per rosicchiare un pezzetto di tempo perchè non passi senza lasciare tracce apparenti;

3. Quando vado al lavoro la mattina, compio i gesti che mi occorrono per lavarmi vestirmi e truccarmi, sempre nella stessa sequenza, come se fosse un rito, guai se mi sbaglio, comincio male la giornata;

4. Ho una fissazione per i pupazzetti morbidi, ne posseggo un’infinità, ma quando ne vedo uno nuovo e tenero e preferibilmente peloso in un negozio quasi mai riesco a non comprarlo;

5. Ne tengo uno, un bruco con il cappuccio, nella tasca del cappotto, lo accarezzo con il pollice quando metto le mani in tasca, che è il mio modo preferito di tenere le mani quando sono fuori casa.

Meno male che sono finite, altrimenti ci rientrava anche l’amicizia con ironicosclero.
A questo punto non mi resterebbe che passare il testimone.
Ma le catene sono fatte per spezzettarsi.


 

Quequel
– Bene, direi che tutto è finito! – fece Maky sporgendo un poco fuori la testa dal piccolo buco dove si erano rintanati.
– Che sarà stato secondo te? La guerra? Una raffica di tuoni? Un cataclisma? Sarà sopravvissuto qualcuno? – chiese Toby, ancora tremante per quella lunga serie di esplosioni e di luci che per circa un’ora si erano susseguite sulle loro teste.
– Che cos’era non lo so, ma ora sembra finito, sento solo un odore di fumo, questo mi fa pensare che sia stata una sparatoria. Questi qui come niente ti organizzano una guerra grande, una guerriglia, sono degli esperti in queste cose, sono cattivi. Non lo guardi mai il telegiornale? Magari qualcuno di loro si è fatto saltare in aria. Potremmo andare a vedere se resta qualcosa, che so qualche avanzo, potrebbe tornarci utile.
– No, non voglio andare, ho paura, è notte, piove, voglio andare a dormire. Non mi piacciono quelli lassù, con quei piedoni, schiacciano tutto, guai a capitargli sotto le scarpe, morte sicura. No, non voglio uscire, andiamo a letto, è anche tardi.
– Che eri un fifone, caro Toby, l’ho sempre saputo, ma non è successo niente di brutto, credo. Questa cosa, questa raffica di esplosioni, questo frastuono che adesso è finito ora che ci penso, è una cosa che ho visto già succedere altre volte, e alla fine credo di aver capito che è innocua. Loro ci si divertono, fanno rumore e per loro è una festa. Del resto anche noi, quando festeggiamo il nostro Quequel facciamo cose stupide, non così clamorose certo perché noi siamo piccoli, ma pensa quei piedoni lassù cosa penserebbero nel vederci tutti mentre ci tuffiamo giù da una montagna di zucchero seduti dentro un guscio di noce, penserebbero che siamo matti; loro sono troppo grandi, rumorosi e credo stupidi, e allora si divertono a modo loro, facendo rumore.
– Quindi dici che sarà una festa? Il loro Quequel ad esempio? – Toby si rinfrancava un po’, ormai anche l’odore di fumo andava svanendo.
Tirarono fuori la testa dalla fessura tra due sampietrini in cui abitavano dalla primavera precedente.
La città era tornata silenziosa, la notte incombeva su tutto e stava ricominciando a piovere.
Non era difficile per due formiche cittadine come loro abitare in quella caotica città. Era piena di buche, di fossi e ogni volta che pioveva ne trovavano uno nuovo dove potersi accomodare. La cosa più difficile era convivere con quella sbadata stirpe di piedoni che erano i cittadini. Solo perché portavano le scarpe si sentivano autorizzati a calpestare tutto, ad occupare disordinatamente ogni spazio libero. E poi erano fracassoni e rumorosi e una volta all’anno, facevano quel gran clamore di luci e di botti e alcuni lanciavano addirittura cose dalle finestre delle loro case.
Valli a capire.
– Qualunque cosa fosse, ormai è passato, vieni – disse Maki, – andiamo fuori.