Quequel
– Bene, direi che tutto è finito! – fece Maky sporgendo un poco fuori la testa dal piccolo buco dove si erano rintanati.
– Che sarà stato secondo te? La guerra? Una raffica di tuoni? Un cataclisma? Sarà sopravvissuto qualcuno? – chiese Toby, ancora tremante per quella lunga serie di esplosioni e di luci che per circa un’ora si erano susseguite sulle loro teste.
– Che cos’era non lo so, ma ora sembra finito, sento solo un odore di fumo, questo mi fa pensare che sia stata una sparatoria. Questi qui come niente ti organizzano una guerra grande, una guerriglia, sono degli esperti in queste cose, sono cattivi. Non lo guardi mai il telegiornale? Magari qualcuno di loro si è fatto saltare in aria. Potremmo andare a vedere se resta qualcosa, che so qualche avanzo, potrebbe tornarci utile.
– No, non voglio andare, ho paura, è notte, piove, voglio andare a dormire. Non mi piacciono quelli lassù, con quei piedoni, schiacciano tutto, guai a capitargli sotto le scarpe, morte sicura. No, non voglio uscire, andiamo a letto, è anche tardi.
– Che eri un fifone, caro Toby, l’ho sempre saputo, ma non è successo niente di brutto, credo. Questa cosa, questa raffica di esplosioni, questo frastuono che adesso è finito ora che ci penso, è una cosa che ho visto già succedere altre volte, e alla fine credo di aver capito che è innocua. Loro ci si divertono, fanno rumore e per loro è una festa. Del resto anche noi, quando festeggiamo il nostro Quequel facciamo cose stupide, non così clamorose certo perché noi siamo piccoli, ma pensa quei piedoni lassù cosa penserebbero nel vederci tutti mentre ci tuffiamo giù da una montagna di zucchero seduti dentro un guscio di noce, penserebbero che siamo matti; loro sono troppo grandi, rumorosi e credo stupidi, e allora si divertono a modo loro, facendo rumore.
– Quindi dici che sarà una festa? Il loro Quequel ad esempio? – Toby si rinfrancava un po’, ormai anche l’odore di fumo andava svanendo.
Tirarono fuori la testa dalla fessura tra due sampietrini in cui abitavano dalla primavera precedente.
La città era tornata silenziosa, la notte incombeva su tutto e stava ricominciando a piovere.
Non era difficile per due formiche cittadine come loro abitare in quella caotica città. Era piena di buche, di fossi e ogni volta che pioveva ne trovavano uno nuovo dove potersi accomodare. La cosa più difficile era convivere con quella sbadata stirpe di piedoni che erano i cittadini. Solo perché portavano le scarpe si sentivano autorizzati a calpestare tutto, ad occupare disordinatamente ogni spazio libero. E poi erano fracassoni e rumorosi e una volta all’anno, facevano quel gran clamore di luci e di botti e alcuni lanciavano addirittura cose dalle finestre delle loro case.
Valli a capire.
– Qualunque cosa fosse, ormai è passato, vieni – disse Maki, – andiamo fuori.
 
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