Archivi per il mese di: marzo, 2006

Balaustra di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia.

G. Ungaretti – Stasera (da Il porto sepolto)

Annunci
Biagio
 
Fiat 900E Panorama. Azzurro.
Era il pulmanino che mi portava a scuola tutte le mattine e che poi tornava a riprendermi tutti i giorni, per tutti gli anni delle scuole elementari.
Lo guidava Biagio.
Allora abitavo in un parco e la strada che portava al mio palazzo era stretta e piena di curve, in discesa. Allora Biagio, probabilmente in onore al suo nome ed al lavoro che faceva di trasporto bambini, suonava il clacson ad ogni curva, due volte per fare sapere a tutti che stava arrivando e che non corressero troppo. Il clacson nero al centro di un volante grande e sottile, faceva un suono buffo, faceva bip bip. Un po’ come l’uccello antipatico che Wil Coyote non riesce mai ad acchiappare.
Non mi sono mai chiesta quanti anni avesse Biagio, per me era grande, semplicemente. Portava sempre, o perlomeno questo è il ricordo più vivo che mi resta di lui, un pullover beige, con lo scollo a V, e sotto una camicia bianca. I pantaloni non me li ricordo perché lo vedevo sempre seduto, intento a guidare dolcemente, per le curve, facendo bip bip.
Lo sentivo arrivare la mattina, mentre facevo colazione, lo riconoscevo dal suono che si avvicinava, allora mi affrettavo ad ingoiare qualche boccone, perché di lì ad un attimo, anche il citofono avrebbe suonato, Biagio mi aspettava.
Il giro era sempre lo stesso, immutabile, ogni giorno, all’andata e al ritorno faceva la stessa strada e le stesse tappe, fermandosi ad ogni palazzo per far salire ogni bambino.
Ho dei ricordi bellissimi in quel pulmanino. Forse dentro quell’uovo azzurro ho passato i momenti più belli della mia infanzia. Eravamo tanti e stavamo stretti, ma ognuno aveva il suo posto preferito su quei sedili un po’ duri, di legno, dall’imbottitura consumata. Lì dentro misi in scena per anni il mio teatrino di avanspettacolo imperniato sulle mie avventure casalinghe con mia sorella più piccola. Lì dentro un giorno mi cadde un cagnolino di vetro che avevo in mano, andò a finire in qualche fessura, e per quanto Biagio avesse smontato tutto, non riuscimmo più a trovarlo.
Quanto chiasso facevamo, ma Biagio non si arrabbiava mai, era sempre sorridente e faceva sempre il suo bip bip.
Per molti anni dopo, fino a che non mi sono trasferita, mentre tornavo a casa, a piedi, dal liceo, e magari anche dall’università, mi capitava a volte di sentire quello stesso suono inconfondibile, dietro le mie spalle e di vedere il pulmanino azzurro, sempre quello, e Biagio, sempre lui, che mi salutava con la mano.
Il tempo piano piano, aveva steso su di lui una patina bianca, come il velo di una sposa. Non sembrava più vecchio, sembrava semplicemente  che il tempo gli si fosse posato addosso, sulle spalle, sui capelli.
Ora Biagio non lo vedo più, da tantissimi anni, oggi mi è tornato in mente perché per strada, proprio mentre tornavo a casa, ne ho visto uno uguale, rosso: FIAT 900E Panorama. È stato un attimo ricordarmi di Biagio e del suo bip bip.
 
Omar, lanciatore di coltelli
 
Omar, il lanciatore di coltelli, quel pomeriggio era un po’ distratto, soprapensiero, i coltelli, che di solito andavano dritti al bersaglio come se fossero telecomandati, non seguivano gli ordini a dovere.
Chi sa perché quel pomeriggio pensava a casa sua, Omar, il lanciatore di coltelli, a casa sua dove non tornava da un tempo lunghissimo, casa sua in Normandia.
Era nato, infatti, ormai cinquant’anni prima, in un piccolo paese della Normandia, tutto erba verde, case basse, un piccolo fiume.
La madre, la signora Justine, era una donna mite, dagli occhi chiari, coltivava rose e viziava i bambini del vicinato con le sue torte. Il padre, il signor Rappenau, era un asso nel riparare le perdite delle tubature, con un filo di stoppa faceva miracoli.
Omar era un bambino taciturno, aveva pochi amici e per lo più preferiva stare in disparte a guardare gli altri giocare piuttosto che unirsi alle rumorose partite a calcio o a tappo dei suoi compagni.
Aveva capelli e occhi neri, profondi, liquidi. Occhi da chiedersi dove li avesse presi, in effetti, perché nessuno della sua famiglia, nemmeno nessun avo, nemmeno uno alla lontana aveva occhi scuri tanto profondi. Nel fondo di quegli occhi scuri si nascondevano dei sogni che nessun bambino poteva comprendere e che nessun adulto poteva immaginare.
Omar sognava la perfezione di una traiettoria, il luccichio di un lampo che si spegneva con un piccolo colpo netto in una tavola di legno, la sospensione nel tempo. Sognava il fiato sospeso di una grande folla, l’incanto con un piccolo gesto di grande esattezza.
A quelli che gli chiedevano cosa avrebbe voluto fare da grande, rispondeva, diligentemente, come voleva la mamma Justine, che sarebbe diventato medico,oppure avvocato, come voleva il papà,  ma a qualcuno che lo avesse  osservato con attenzione mentre rispondeva, il suo sguardo avrebbe rivelato una convinzione diversa e pervicace.
Omar si allenava nel giardino, appena poteva, mirando alle bellissime rose della mamma e se all’inizio non le sfiorava nemmeno, con l’andare del tempo accadeva che la signora Justine, guardando fuori dalla finestra della cucina mentre impastava la sua rinomata torta allo zucchero glassato, restasse stupefatta e alle volte inorridita da quello che le talpe potevano combinare alle sue amate rose, o forse erano i conigli?
Certo, anche il signor Rappenau, pur essendo un uomo di formazione scientifica e razionale, non sapeva proprio spiegarsi come mai una talpa riuscisse a tagliare in due perfette metà una rosa tea, lasciando talvolta attaccata al gambo solo una delle due. Più di una volta, per non fare agitare la moglie, tentò di rimettere insieme le due metà, legandole al gambo con un filo di stoppa, ma anche il mago del rattoppo dovette arrendersi all’evidenza della natura malvagia delle talpe, o erano i conigli invece?
Dopo le rose fu la volte della frutta in generale, per prepararsi al grande salto di qualità, con gli esseri viventi.
L’esordio con uno scoiattolo non fu dei più felici: non gli riuscì di convincerlo a stare fermo.
Un pomeriggio passeggiando per la città vide, dietro una curva, un pennacchio e poi subito sotto una tenda. Era un circo. Il destino si era finalmente fatto trovare. Ora si toccava a lui. Fece un fagotto, baciò l’esterrefatta signora Justine sulle guance e corse via.
Quella sera stessa si trovò in pista.
Intorno a lui un pubblico silenzioso con il fiato sospeso, davanti a lui la più bella ragazza che avesse mai visto. Il vestito bianco, la pelle luminosa, e gli occhi… occhi che lo stavano aspettando. Aveva le mani gelate, faceva un tale freddo quella sera. Il fiato faceva fumo dalla sua bocca. Il fumo caldo gli saliva agli occhi e faceva tremolare tutto. Pensava che con quel tremolio e con quelle mani gelate non ce l’avrebbe mai fatta, doveva smettere di respirare. Così, ancora, dopo cinquant’anni e dopo un milione di piste, e miliardi di persone a fissarlo silenziose, così, ancora ricordava, trattenne il fiato, guardò solo quegli occhi, che lo stavano aspettando.
 
 

Per favore leggete questo e diffondetelo come potete

Leggete questo POST, si chiama "Come muore la mia terra", agghiacciante è l’unica, banale parola che riesco a scrivere ora;  vi prego fate in modo di diffonderlo il più possibile!

Milano

Milano vicino all’Europa… cantava molti anni fa Lucio Dalla.
Torno proprio da lì, da questa città così vicina, così lontana.
Che poi, a dirla tutta, neanche poi tanto vicina.
Milano ogni volta che mi tocca di venire, mi prendi allo stomaco, mi fai morire… continuava la canzone.
A me credo faccia la stessa impressione.
C’è qualcosa che non capisco.
E’ per me, un piccolo emigma.
Passeggiare per le strade di Milano mi fa provare la sensazione di essere veramente vicina ad ogni cosa, di poter esaudire qualsiasi desiderio di poter acquistare qualunque cosa la civiltà produca di desiderabile, di utile, di bello.
E poi, per me napoletana che vivo una vita in salita (lo so, sembra una grossolana metafora, ma a volte la realtà somiglia ad un banale luogo comune) perchè la mia città si distende su due colline e trovare una strada in piano è come cercare l’isola che non c’è, passeggiare per ordinati viali che si stendono docili ai miei piedi, è un’esperienza di facilità che non mi appartiene.

Eppure non c’è niente di docile in questa città: a partire dal clima, che lo so, è un luogo comune, come sparare sulla croce rossa, alle automobili che sfrecciano producendo uno schiocco sull’acciottolato delle strade e che se vedono un pedone lo caricano, tanto per il gusto di affermare qualcosa che sta a metà tra la superiorità del denaro del possessore dell’automobile e la supposta superiorità di un artificioso ordine civico che impone l’osservanza delle regole sempre ed in ogni caso. Per continuare con l’astio che i cittadini hanno gli uni nei confronti degli altri, sempre pronti al rimbrotto e mai al sorriso.
Non so se sia la nebbia a produrre una tale indole rabbiosa o, al contrario se sia questa disposizione d’animo a produrre la nebbia. Tant’è che la città sarebbe anche bella, se non fosse abitata così male.
Il sentimento che provo è quindi, ogni volta, ambivalente, e mi domando e mi ridomando se ci sto bene o ci sto male, e non so darmi una risposta chiara.
Quello che so è che oggi tornata nel mio caos quotidiano, nelle mie strade incasinate, piene di buche, sporche, nei miei autobus che passano una volta all’anno quando San Gennaro fa il miracolo, ho avuto modo di capire che forse sono più lazzara di quanto credessi, che l’autogestione, che l’anarchia sono per me una forma superiore di civiltà. Certo, gli svantaggi sono sotto i miei occhi ogni minuto di ogni giorno, ma preferisco di gran lunga vivere nel mio "paradiso abitato da diavoli".