Milano

Milano vicino all’Europa… cantava molti anni fa Lucio Dalla.
Torno proprio da lì, da questa città così vicina, così lontana.
Che poi, a dirla tutta, neanche poi tanto vicina.
Milano ogni volta che mi tocca di venire, mi prendi allo stomaco, mi fai morire… continuava la canzone.
A me credo faccia la stessa impressione.
C’è qualcosa che non capisco.
E’ per me, un piccolo emigma.
Passeggiare per le strade di Milano mi fa provare la sensazione di essere veramente vicina ad ogni cosa, di poter esaudire qualsiasi desiderio di poter acquistare qualunque cosa la civiltà produca di desiderabile, di utile, di bello.
E poi, per me napoletana che vivo una vita in salita (lo so, sembra una grossolana metafora, ma a volte la realtà somiglia ad un banale luogo comune) perchè la mia città si distende su due colline e trovare una strada in piano è come cercare l’isola che non c’è, passeggiare per ordinati viali che si stendono docili ai miei piedi, è un’esperienza di facilità che non mi appartiene.

Eppure non c’è niente di docile in questa città: a partire dal clima, che lo so, è un luogo comune, come sparare sulla croce rossa, alle automobili che sfrecciano producendo uno schiocco sull’acciottolato delle strade e che se vedono un pedone lo caricano, tanto per il gusto di affermare qualcosa che sta a metà tra la superiorità del denaro del possessore dell’automobile e la supposta superiorità di un artificioso ordine civico che impone l’osservanza delle regole sempre ed in ogni caso. Per continuare con l’astio che i cittadini hanno gli uni nei confronti degli altri, sempre pronti al rimbrotto e mai al sorriso.
Non so se sia la nebbia a produrre una tale indole rabbiosa o, al contrario se sia questa disposizione d’animo a produrre la nebbia. Tant’è che la città sarebbe anche bella, se non fosse abitata così male.
Il sentimento che provo è quindi, ogni volta, ambivalente, e mi domando e mi ridomando se ci sto bene o ci sto male, e non so darmi una risposta chiara.
Quello che so è che oggi tornata nel mio caos quotidiano, nelle mie strade incasinate, piene di buche, sporche, nei miei autobus che passano una volta all’anno quando San Gennaro fa il miracolo, ho avuto modo di capire che forse sono più lazzara di quanto credessi, che l’autogestione, che l’anarchia sono per me una forma superiore di civiltà. Certo, gli svantaggi sono sotto i miei occhi ogni minuto di ogni giorno, ma preferisco di gran lunga vivere nel mio "paradiso abitato da diavoli". 

 

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