Omar, lanciatore di coltelli
 
Omar, il lanciatore di coltelli, quel pomeriggio era un po’ distratto, soprapensiero, i coltelli, che di solito andavano dritti al bersaglio come se fossero telecomandati, non seguivano gli ordini a dovere.
Chi sa perché quel pomeriggio pensava a casa sua, Omar, il lanciatore di coltelli, a casa sua dove non tornava da un tempo lunghissimo, casa sua in Normandia.
Era nato, infatti, ormai cinquant’anni prima, in un piccolo paese della Normandia, tutto erba verde, case basse, un piccolo fiume.
La madre, la signora Justine, era una donna mite, dagli occhi chiari, coltivava rose e viziava i bambini del vicinato con le sue torte. Il padre, il signor Rappenau, era un asso nel riparare le perdite delle tubature, con un filo di stoppa faceva miracoli.
Omar era un bambino taciturno, aveva pochi amici e per lo più preferiva stare in disparte a guardare gli altri giocare piuttosto che unirsi alle rumorose partite a calcio o a tappo dei suoi compagni.
Aveva capelli e occhi neri, profondi, liquidi. Occhi da chiedersi dove li avesse presi, in effetti, perché nessuno della sua famiglia, nemmeno nessun avo, nemmeno uno alla lontana aveva occhi scuri tanto profondi. Nel fondo di quegli occhi scuri si nascondevano dei sogni che nessun bambino poteva comprendere e che nessun adulto poteva immaginare.
Omar sognava la perfezione di una traiettoria, il luccichio di un lampo che si spegneva con un piccolo colpo netto in una tavola di legno, la sospensione nel tempo. Sognava il fiato sospeso di una grande folla, l’incanto con un piccolo gesto di grande esattezza.
A quelli che gli chiedevano cosa avrebbe voluto fare da grande, rispondeva, diligentemente, come voleva la mamma Justine, che sarebbe diventato medico,oppure avvocato, come voleva il papà,  ma a qualcuno che lo avesse  osservato con attenzione mentre rispondeva, il suo sguardo avrebbe rivelato una convinzione diversa e pervicace.
Omar si allenava nel giardino, appena poteva, mirando alle bellissime rose della mamma e se all’inizio non le sfiorava nemmeno, con l’andare del tempo accadeva che la signora Justine, guardando fuori dalla finestra della cucina mentre impastava la sua rinomata torta allo zucchero glassato, restasse stupefatta e alle volte inorridita da quello che le talpe potevano combinare alle sue amate rose, o forse erano i conigli?
Certo, anche il signor Rappenau, pur essendo un uomo di formazione scientifica e razionale, non sapeva proprio spiegarsi come mai una talpa riuscisse a tagliare in due perfette metà una rosa tea, lasciando talvolta attaccata al gambo solo una delle due. Più di una volta, per non fare agitare la moglie, tentò di rimettere insieme le due metà, legandole al gambo con un filo di stoppa, ma anche il mago del rattoppo dovette arrendersi all’evidenza della natura malvagia delle talpe, o erano i conigli invece?
Dopo le rose fu la volte della frutta in generale, per prepararsi al grande salto di qualità, con gli esseri viventi.
L’esordio con uno scoiattolo non fu dei più felici: non gli riuscì di convincerlo a stare fermo.
Un pomeriggio passeggiando per la città vide, dietro una curva, un pennacchio e poi subito sotto una tenda. Era un circo. Il destino si era finalmente fatto trovare. Ora si toccava a lui. Fece un fagotto, baciò l’esterrefatta signora Justine sulle guance e corse via.
Quella sera stessa si trovò in pista.
Intorno a lui un pubblico silenzioso con il fiato sospeso, davanti a lui la più bella ragazza che avesse mai visto. Il vestito bianco, la pelle luminosa, e gli occhi… occhi che lo stavano aspettando. Aveva le mani gelate, faceva un tale freddo quella sera. Il fiato faceva fumo dalla sua bocca. Il fumo caldo gli saliva agli occhi e faceva tremolare tutto. Pensava che con quel tremolio e con quelle mani gelate non ce l’avrebbe mai fatta, doveva smettere di respirare. Così, ancora, dopo cinquant’anni e dopo un milione di piste, e miliardi di persone a fissarlo silenziose, così, ancora ricordava, trattenne il fiato, guardò solo quegli occhi, che lo stavano aspettando.
 
 
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