No more blue
 
Esco dal lavoro più tardi del solito.
Il portone è chiuso a chiave dall’interno e per uscire devo rimestare nella grande borsa per un minuto alla ricerca della chiave.
Quando esco mi accoglie una strana sospensione nell’aria: non fa caldo, non c’è il solito sole accecante delle tre e mezza.
Qualcosa mi fa sorridere, accendo il mio lettore mp3 e accomodo le cuffiette nelle orecchie.
No more blue comincia a suonare. Una chitarra blues. Sorrido da sola pensando a quella scena di Marrakech Express in cui Fabrizio Bentivoglio dice: “io non so voi ragazzi, ma io erano aaanni che non mi divertivo così”.
Attraverso la piazza e volto l’angolo.
Davanti al vinaio c’è lui, in piedi accanto ad un motorino, abbronzato come da copione.
Non lo vedo da parecchio, almeno un paio d’anni, ma non mi sorprende affatto vederlo lì, che parla al cellulare con voce aspra.
Anche lui mi vede. Ci sorridiamo senza stupore, come se ci fossimo incontrati il giorno prima allo stesso angolo.
Rallento, poi decido di fermarmi. Lui mi viene incontro e mi saluta mentre finisce la telefonata.
Mentre aspetto, penso che è ingrassato.
Che la sua voce mi sembra stridula e che in pochi secondi ha detto fin troppe parolacce.
Poi mi chiede ma tu non lavoravi a Via dei Mille?
Gli rispondo che già da un po’ lavoro in un altro posto.
Non lo sapevo, risponde, sorride.
Lo saluto, lo lascio alle sue faccende.
Ci sorridiamo.
Rimetto la musica nelle orecchie.
La stessa canzone sta ancora suonando.
Non sento il giro di chitarra, il secondo inciso, il finale. Non sento.
Devo prendere la metropolitana, ho ancora una piazza da attraversare.
Un gruppetto di lacrime si forma tra la gola e gli occhi; continuo a camminare.
Non so neanche perché.
Per me.
Per lui.
Per il tempo che passa ed è passato.
Per il tempo che passerà.
Perché non sapeva che ho cambiato lavoro.
Perché mi sembrava ingrassato.
Perché la sua voce mi è sembrata ostile.
Per nessuna di queste ragioni.
 
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