Archivi per il mese di: giugno, 2006

Che fatica!

Exit poll, la partita, il caldo che fa l’aria di velluto.
La vita, oggi pomeriggio, è difficile!

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Italia – Brasile: 3 – 2
 
Mi piacciono i grandi avvenimenti sportivi e sono una vera patita delle Olimpiadi, di cui seguo anche l’infinita sfilata inaugurale degli atleti, commuovendomi inevitabilmente.
Mi piacciono i Mondiali di calcio.
Se potessi decidere della vita sociale dell’umanità vorrei che durante queste manifestazioni, l’intero pianeta potesse fermarsi, smettere di lavorare, come in Grecia durante le Olimpiadi, e festeggiare la ritrovata e momentanea fratellanza tra i popoli.
Ma non è di questo che volevo parlare, questa è un’altra storia.
C’è una cosa che si verifica puntualmente durante i mondiali, che mi piace molto. Quando gioca l’Italia, nell’esatto momento in cui comincia il collegamento, quando i telecronisti cominciano a parlare, un suono si produce uguale in tutte le case e, da tutte le finestre, da sotto le porte si riversa, come in un grande catino stereofonico rionale, nei cortili, nelle strade, ovunque.
È il suono della partita, con quel suo misto di cori, di commento, di rimbombo che ciascun italiano segue, con i volume bello alto e con la bandiera che sventola sul ballatoio.
Ieri sera, mentre salivo le scale di un palazzo per arrivare a casa di un amico, ho sentito quel grande suono collettivo, e mi è tornato in mente un ricordo molto nitido che ho dei mondiali del 1982.
 
5 luglio 1982 Barcellona, Spagna: Italia – Brasile: 3 – 2
 
Era ancora uno di quegli anni che ormai sono passati di moda, quando le famiglie durante l’estate si dividevano: le mogli partivano per il mare portando i bambini con sé, i mariti lavoravano e le raggiungevano nei fine settimana.
Quelle vacanze che duravano tre mesi, da giugno a settembre. Quelle vacanze che quando si partiva si caricava la macchina con le valigie sul tetto e le masserizie tutte stipate dentro, quelle vacanze che quando arrivavi a giugno eri pallido e bianchiccio, ma dopo una settimana eri già un piccolo pesce abbronzato e biondo e sembrava che quella vita salata sarebbe durata per sempre, quelle vacanze che quando a settembre  tornavi a casa ti eri dimenticato com’era  la tua stanza ed i tuoi giocattoli.
Quella del 1982 era per me una di quelle estati lì.
Era un giorno feriale e la partita si giocava di pomeriggio, quindi mio padre non c’era.
Io ero con mia madre, mia zia e mia sorella più piccola.
Quando la partita comincia siamo tutte davanti al televisore, con mia madre che come sempre a passeggia nervosamente su e giù per la stanza. Fino a quando, sull’1 – 1 (Paolo Rossi al 5’e Socrates al 12’) pensa al peggio, ci prende per mano e ci porta a fare una passeggiata in paese, tanto, dice, se succederà qualcosa di buono lo sapremo subito.
Paese Deserto, questo era il suo nome, esseri umani in circolazione: nessuno.
In quella luce gialla del pomeriggio, e nel caldo, il suono della partita colava verso di noi. Da ogni casa, negozio, gelataio, edicola, da ogni singola porta o finestra, nell’assoluto e irreale silenzio generale ogni suono della partita ci arrivava addosso. Noi passeggiavamo fermandoci qua e là tendendo le orecchie.
Al 25’ il 2-1 di Paolo Rossi che chiude il primo tempo.
Gioia contenuta di chi sa che il secondo tempo porterà fatica e sudore.
E la fatica arriva con il gol di Falcao.
Ma arriva anche una gioia travolgente alla fine con il terzo gol di Paolo Rossi, al 74’.
E poi tutti, tutti in strada, la gente che si abbracciava chi addirittura piangeva, io chi sa perché mi ricordo il gelataio con la sua divisa bianca, che abbracciava il gommista, molto più sporco di lui.
Forse la gente era più felice allora, forse molte cose erano più semplici, o forse io me le ricordo così.
 

Una sera, un uomo, in macchina mentre guidava fece una brusca frenata.
Istintivamente sporse il suo braccio destro verso di me in quel gesto che si fa, a volte, quando ci sono dei bambini seduti a fianco, a volere fermare il loro essere catapultati verso il parabrezza.
Forse aveva dei bambini a casa.
Quel gesto protettivo mi colpì talmente che mi innamorai all’istante di lui.
E ne rimasi innamorata per tutto il tragitto, fino a che non mi lasciò sotto casa.

Loop

Ogni cosa era azzurra.
Il mare, le isole al primo orizzonte.
Il vento del nord soffiava e non aveva odore.
Si infilava nei capelli e li lasciava dopo averli riempiti d’aria.
Io camminavo cercando un po’ di esattezza.
Dopo tanto bere, dopo tanto spazio, dopo tanto non amore, dopo tanti sguardi lanciati come ganci verso persone che non si fanno agganciare da nulla.
I pensieri erano colori, erano blu, i colori erano suoni, il suono pulsante del mal di testa.
Il vento del nord se lo stava portando via, ma quel suono in loop tornava da lontano.
Siamo alle solite, pensavo.
Che cosa ha spostato l’equilibrio, ancora?
Quale mancanza da ascrivere al solito mondo, già così oberato da tutte quelle che gli affibbiano tutti i suoi scontenti abitanti?
Cosa ha fatto stavolta e nelle vesti di chi si è incarnato il dispiacere?
Gli occhi di chi aveva?
O erano semplicemente i tuoi occhi, che guardavano in obliquo?
Basta darti un colpetto con l’indice, basta spostare di un millimetro il centro.
L’equilibrio trovato nuovamente è obliquo, zoppo, sbilenco.
Il blu nel mare stava strambando, insieme al vento.
Che incanto.
Ogni cosa correva e si lanciava nel vuoto.
Il mal di testa sarebbe passato come al solito.
L’esattezza ancora volteggiava molto al di sopra dei miei capelli.