Archivi per il mese di: settembre, 2006
Tom Waits

Mi sento un po’ malinconica.
Niente di brutto però.
Più una specie di languore, più qualcosa di simile alla nostalgia.
Nostalgia di qualcosa che magari non c’è nemmeno mai stato.
La famosa nostalgia di un posto dove non sei mai stato.
Insomma una sensazione un po’ così.
Come quando sei per strada ed è buio, e alzi il naso e guardi nella finestra illuminata di una casa che non conosci.
Si prova un po’ quella sensazione di essere fuori da qualcosa di caldo e illuminato.
Un po’ così mi sento.
Ascolto "Downtown Train" di Tom Waits e mi fa sentire così.
Quella voce tutta ruvida, una voce abbandonata.
Non è brutto sentirsi così.  
So long.
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Il miele, Rolly ed io
 
Una collega, durante la pausa pranzo, mi raccontava che i suoi figli hanno un criceto, Rolly, che da un po’ di tempo non sta bene. L’ hanno allora portato dal veterinario che gli ha prescritto un antibiotico.
– Se non riuscite a darglielo- ha detto il veterinario – mettetelo nel miele.
A questa frase io, immediatamente ho immaginato il criceto, preso per la coda ed intinto in un barattolo di miele. Tirato fuori, sempre per la coda, tutto appiccicato. Ho pensato, ma poi, poverino, dovranno lavarlo? E come lo asciugano, col phon? Un’altra immagine ancora nella mia mente del poverino, tutto zuppo, investito da un uragano di aria calda.
La mia collega deve avere notato la mia espressione leggermente esterrefatta, seguita alla sua frase che prevedeva l’annegamento nel miele della povera bestia.
L’antibiotico, nel miele, non Rolly!
Ah ecco!
Ehm, la mia fantasia, cresciuta a cartoni animati ha colpito ancora.
Meno male, povero Rolly affogato nel miele!
Lo scoiattolo di gesso

C’è un ricordo della mia infanzia, che conservo tutt’ora molto vivo e a cui sono molto affezionata.
C’era questa cosa che mi piaceva molto fare quando ero piccola, una cosa che durava un attimo, era un piccolo sogno, un desiderio, e anche un gesto consueto, come salutare un amico.
Capitava spesso che con mia madre, al volante della nostra A112 verde bottiglia, percorressimo in lungo e in largo le strade della città.
Andare in macchina mi piaceva molto, mi piaceva guardare fuori dal finestrino. Mi piaceva mettere fuori la mano e disegnare con le dita il profilo delle cose a cui passavamo vicino. Mi piaceva sentire il vento tra le dita e anche la pioggia, tanto che mi beccavo sempre qualche ramanzina: “chiudi il finestrino, fa freddo, ti prendi un malanno!”
Una strada che frequentavamo spesso era via Manzoni, strada parecchio trafficata, dove si trovavano la scuola dove insegnava mia madre ed una cartolibreria che adoravo, si chiamava Pironti e ogni volta costringevo mia madre ad entrare, perché mi piaceva gironzolare fra libri quaderni e oggetti misteriosi.
Ma la vera attrazione di quella strada, per me era un’altra.
Non appena la imboccavamo la riconoscevo e mi mettevo di vedetta, in modo da non perdermi lo spettacolo che sapevo, mi stava aspettando.
Quasi all’inizio della strada c’era, e c’è tutt’ora, un palazzo di parecchi piani.
Sulla ringhiera del balcone di uno degli appartamenti che davano sulla strada, erano appoggiati due animaletti di gesso, uno dei due era uno scoiattolo.
Era bianco e aveva una bella coda fronzuta. Aveva le zampette che sembravano reggere qualcosa. Era stato messo in modo da guardare l’altro animale poggiato sul lato opposto della ringhiera.
Quello scoiattolo di gesso era la mia passione.
Ogni volta che passavamo lì davanti io alzavo la testa e cercavo di guardarlo il più a lungo possibile.
Pensavo a quanto mi sarebbe piaciuto vederlo da vicino, fantasticavo: un giorno o l’altro quando avrei avuto una casa con un bel balcone, anche io avrei avuto uno scoiattolo tanto bello, con la coda grande e ricca, magari tra le zampette avrebbe anche avuto una ghianda grassotta.
L’avrò guardato un milione di volte, ogni volta che passavamo.
Per molti anni quello scoiattolo è rimasto appollaiato sul balcone e sono certa che si sarà accorto di me, che dal sedile posteriore della macchina, lo salutavo.
La cosa buffa è che mai a nessuno ho raccontato di quel piccolo compagno che avevo sul balcone di uno sconosciuto, in una via della città.
La cosa ancora più buffa è che ancora oggi, ogni volta che passo lì davanti, alzo gli occhi e mi ricordo di quando vedevo lo scoiattolo di gesso.
 
Ottavia

Ottavia, la gatta dagli occhi azzurri, li aprì con studiata lentezza.
Si drizzò in piedi stiracchiandosi, incurvando la schiena prima e poi stirando le zampe anteriori.
Chi sa dov’è il mio umano, pensò, ho proprio fame e lui non si vede in giro.
Saltò giù dalla sua sedia preferita, il suo check point, il luogo da cui amava osservare il regolare svolgimento di tutte le operazioni che avvenivano nel suo salotto.
Non restava altro da fare che andarlo a cercare in giro per la casa.
In cucina niente, saltò anche sulla cesta di paglia per guardarsi meglio in giro, sul tavolo no, era una gatta educata lei.
In bagno nulla, una passeggiatina sul bordo della vasca da bagno glielo confermò.
Accidenti starà mica ancora dormendo? E io ho fame! E poi mi sono annoiata di stare sola! Un po’ di riguardo anche per me!
Sì, sta dormendo, ma ha chiuso la porta della camera per non essere disturbato, guarda che mascalzone.
Così, infastidita dall’irriguardoso comportamento decise di attuare qualcuna delle sue già collaudate strategie feline. Per prima cosa si sedette proprio fuori dalla porta della camera da letto chiusa e con l’aria più infelice che aveva nel suo repertorio cominciò a miagolare, un suono lieve e straziante usciva dalla sua gola di peluche.
Con questa tecnica, pensava, non mi resiste mai a lungo.
Ma l’umano questa volta tardava ad uscire, sonno profondo, o tappi nelle orecchie?
Ottavia con la bianca zampetta tentò di spingere un po’ la porta, tanto per essere sicura che non si apriva.
Allora non restava che una estrema azione di sbarco (improvvisare, adattarsi e raggiungere lo scopo come disse Clint Eastwood in Gunny; anche i gatti le sanno queste cose!).
Uscita dal balcone del salotto andò a controllare che l’umano avesse lasciato, secondo le sue abitudini la serranda della sua finestra un po’ alzata, per fare entrare un po’ di fresco della notte. Sì, l’aveva lasciata alzata!
Con un piccolo balzo fu dentro la camera, lo sciagurato padrone dormiva sonoramente senza preoccuparsi di lei!
Con un altro saltino salì sul letto, si avvicinò al suo naso e gli poggiò sopra il suo nasetto felino, come a dare un bacetto di buon giorno, avrebbe preferito afferrargli i piedi ma lui li teneva sotto le lenzuola.
Ecco, l’umano aprì gli occhi.
Hai fame eh Ottavia? Ok andiamo, su andiamo a preparare la tua colazione.