Lo scoiattolo di gesso

C’è un ricordo della mia infanzia, che conservo tutt’ora molto vivo e a cui sono molto affezionata.
C’era questa cosa che mi piaceva molto fare quando ero piccola, una cosa che durava un attimo, era un piccolo sogno, un desiderio, e anche un gesto consueto, come salutare un amico.
Capitava spesso che con mia madre, al volante della nostra A112 verde bottiglia, percorressimo in lungo e in largo le strade della città.
Andare in macchina mi piaceva molto, mi piaceva guardare fuori dal finestrino. Mi piaceva mettere fuori la mano e disegnare con le dita il profilo delle cose a cui passavamo vicino. Mi piaceva sentire il vento tra le dita e anche la pioggia, tanto che mi beccavo sempre qualche ramanzina: “chiudi il finestrino, fa freddo, ti prendi un malanno!”
Una strada che frequentavamo spesso era via Manzoni, strada parecchio trafficata, dove si trovavano la scuola dove insegnava mia madre ed una cartolibreria che adoravo, si chiamava Pironti e ogni volta costringevo mia madre ad entrare, perché mi piaceva gironzolare fra libri quaderni e oggetti misteriosi.
Ma la vera attrazione di quella strada, per me era un’altra.
Non appena la imboccavamo la riconoscevo e mi mettevo di vedetta, in modo da non perdermi lo spettacolo che sapevo, mi stava aspettando.
Quasi all’inizio della strada c’era, e c’è tutt’ora, un palazzo di parecchi piani.
Sulla ringhiera del balcone di uno degli appartamenti che davano sulla strada, erano appoggiati due animaletti di gesso, uno dei due era uno scoiattolo.
Era bianco e aveva una bella coda fronzuta. Aveva le zampette che sembravano reggere qualcosa. Era stato messo in modo da guardare l’altro animale poggiato sul lato opposto della ringhiera.
Quello scoiattolo di gesso era la mia passione.
Ogni volta che passavamo lì davanti io alzavo la testa e cercavo di guardarlo il più a lungo possibile.
Pensavo a quanto mi sarebbe piaciuto vederlo da vicino, fantasticavo: un giorno o l’altro quando avrei avuto una casa con un bel balcone, anche io avrei avuto uno scoiattolo tanto bello, con la coda grande e ricca, magari tra le zampette avrebbe anche avuto una ghianda grassotta.
L’avrò guardato un milione di volte, ogni volta che passavamo.
Per molti anni quello scoiattolo è rimasto appollaiato sul balcone e sono certa che si sarà accorto di me, che dal sedile posteriore della macchina, lo salutavo.
La cosa buffa è che mai a nessuno ho raccontato di quel piccolo compagno che avevo sul balcone di uno sconosciuto, in una via della città.
La cosa ancora più buffa è che ancora oggi, ogni volta che passo lì davanti, alzo gli occhi e mi ricordo di quando vedevo lo scoiattolo di gesso.
 
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