Archivi per il mese di: novembre, 2006

Terzo compleanno

Ebbene sì. Oggi questo blog compie tre anni.
Come passa il tempo!
Avevo scritto in un lungo post il mio manifesto programmatico, ma alla fine della lunga tirata l’ho riletto e mi sono detta che era pesante e tutto sommato inutile o quanto meno inadatto a festeggiare un compleanno.
Ho deciso quindi che magari lo pubblicherò in un altro momento.
Per ora voglio solo stringere in un abbraccio tutte le persone che in questi anni mi sono venute a leggere, quelle che hanno lasciato un commento e anche quelle che non li lasciano mai.
Vi ringrazio perchè con la vostra presenza, anche se virtuale in alcuni casi, mi avete dato quel giusto pizzico di coraggio che mi serviva per rendere pubbliche le carabattole che scrivo.
Adesso esprimo un desiderio e soffio sulle candeline, non si può mai sapere, magari si avvererà!

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Pioggia pioggia pussa via!

 
Che pioggia, mamma mia, che pioggia!
Mentre ero lì che camminavo affannata, bagnata e accaldata (succede solo in questa città di sudare sotto il diluvio il 22 novembre!) pensavo: certo che vita essere una goccia di pioggia.
Ci pensate?
Non è poi questo gran che.
Lei sta lì, appollaiata sulla sua nuvoletta girgia e gonfia, e viaggia su città case, campagne, aspetta di trovare una destinazione.
Magari guarda giù e pensa: qui mi piacerebbe cadere, c’è un bel prato verde, sarebbe un atterraggio morbido; poi guarda meglio: ci sono delle mucche allora meglio di no che poi brucando l’erba mi mangerebbero!
Vorrei cadere sull’ombrello rosa di quella bambina che va a scuola con le trecce appena pettinate dalla mamma.
Vorrei cadere sul bauletto del motorino di quel ragazzo che consegna le pizze a domicilio, per infiltrarmi tra i cartoni e sentire profumo di pizza margherita. 
Insomma sta sulla sua nuvoletta e aspetta.
Ad un segnale convenuto, un tuono più forte degli altri, capisce che è arrivato il suo momento, si dà un cenno con le sue compagne e, ad un certo punto, salta giù.
Nella caduta, tanti possono essere gli imprevisti, magari un una raffica di vento e tutta l’organizzazione va a farsi benedire. Se magari aveva deciso di cadere sul tetto di un palazzo o sulla foglia di un platano, swoch (rumore del colpo di vento) e splash (rumore dello spiaccichio della goccia) magari sul bordo del tettuccio di una macchina, o sul vetro di una finestra, sulla giacca di un passante arrabbiato e affannato come me, che magari si vede bagnato e invece di accogliere la gocciolina venuta dai cieli, di portasela a spasso per la città, lancia un’imprecazione, una maledizione.
Povera gocciolina, che brutta accoglienza.
Per la serie: “le papere non finiscono mai”, un nuovo spiraglio di luce sulla mentalità degli uomini (o almeno degli uomini che il destino mattacchione mette sul mio già impervio cammino).

 
Questa ve la devo proprio raccontare:
Ho, anzi farei meglio a dire avevo, anzi no, dovrei dire credevo di avere, un amico chiamiamolo P.
P. è un ragazzo simpatico, dalla battuta pronta, ci conosciamo da una quindicina d’anni, anno più anno meno, di un’amicizia mai troppo approfondita.
Non vedo P. da molto molto tempo, tanto che non riesco a quantificarlo, faceva parte di una mia vita precedente, lo incontravo in uun gruppo di amici che frequentavo quando ero fidanzata. Lui è ancora fidanzato ormai da molti anni.
Qualche sera fa P. mi telefona.
Sul momento mi fa piacere sentirlo, parliamo di cosa fa, di cosa faccio io, la telefonata è piacevolissima, fino a che noto che il tono di P. cambia, prima impercettibilmente, poi sempre più marcatamente, quando io rispondo alla domanda sul mio stato civile: “e tu, sei sposata, fidanzata o simili?” io candidamente e un po’ scherzando rispondo di no, gli dico che ormai non mi fidanzerò più, che ho superato l’età per prendere quasta malattia infantile.
È da qui che tutto cambia, lui comincia a fare apprezzamenti su di me, sempre meno velati, dovremmo vederci, io mi ricordo sempre di te e delle calze e delle gonne che portavi eccetera.
Io per provare a frenarlo gli chiedo notizie della sua fidanzata, lui mi risponde, continuando ad ammiccare, che è fuori e che rimarrà fuori per parecchio tempo.
Io glisso su tutti i tantativi di invito avendo ormai capito dove la telefonata andava a parare.
Ci salutiamo e io più ci penso più mi arrabbio.
Penso ma guarda che faccia tosta questo qui a farmi una telefonata del genere, ma per chi mi prende. Non abbiamo mai avuto altro che una generica amicizia e si sente autorizzato a cercarmi quando la sua fidanzata è fuori per propormi una scopata.
Tra l’altro non ho avuto e non ho nessuna intenzione di dargliela.
Spero che sia stata una telefonata isolata, frutto di un momento di solitudine, di un colpo di testa.
Ma qualche giorno dopo mi ritorna all’attacco.
Io provo con la più banale delle scuse sperando capisca l’antifona, gli dico che sono influenzata e cerco di chiudere brevemente la telefonata, non ci riesco prima che lui riesca a chiedermi se ho bisogno di un dottore che mi misuri la febbre. Argh!
Mi illudo di avere ottenuto che capisse che non è aria perché mi sembra che abbia desistito, non chiama più.
Fino a venerdì sera.
Io, invece di dirgli la brutale verità “P. non ho intenzione di dartela, quindi non chiamare più” lo spengo dicendogli che sto uscendo, non ho tempo di chiacchierare.
Stupida.
Ora so che chiamerà fra poco, è questione di un giorno o due.
A questo punto le cose da fare sono due:
1. dirgli che mi sono fidanzata, funziona sempre, gli uomini sono vigliacchi, appena sentono questa aurea frase spariscono per sempre e con buona probabilità non riappaiono mai più, oppure dopo 10 anni ti cercano per chiederti se per caso sei tornata single.
2. dirgli la frase di cui sopra, caro, non c’è trippa per gatti.
Io propenderei per questa seconda ipotesi, anche se, una donna più furba di me mi ha detto che non va bene, non me lo toglierei di torno perché gli uomini intendono ogni no come un forse che potrebbe diventare un futuro si. Non avendo né dignità né amor proprio né senso del ridicolo, cioè nessun tipo di sentimento/sensazione che non passi attraverso le loro parti basse, vanno avanti a testa basta sparando nel mucchio fino a quando qualcuna gliela dà, fosse pure per sfinimento.
Credo abbia tragicamente ragione.
Quindi a questo punto avrei bisogno di un consiglio: che devo fare? Quale delle due frasi usereste voi? Oppure un’altra? Aiuto!
Il bambino castagna

 
C’era una volta un bambino, garbato e silenzioso che si chiamava Lucio.
Lucio era piccolo e magro come un fiammifero, ma la Natura forse, per compensare la sua eccessiva fragilità e magrezza, lo aveva dotato di una grande testa lucida e rotonda che lo faceva assomigliare ad una castagna.
Quando Lucio cominciò ad andare a scuola si accorse di essere diverso dai suoi coetanei,
lui era piccolino e stava sempre in disparte, solitario a guardare fuori dalla finestra della sua aula, i suoi compagni erano grandi e grossi e passavano il tempo a fare gli sbruffoni mentre la maestra, con intonazione monotona ripeteva le tabelline all’infinito.
3X8… 24, 3X9…27, sentiva cantilenare in lontananza, mentre fuori, al di là del vetro, era tutto bruma e pioggia e umido e i contorni delle cose si muovevano e si ammorbidivano e ogni albero, lampione o automobile finiva per assomigliare a qualche altra cosa.
I compagni di classe, scoprendolo diverso e fragilino, cominciarono a prenderlo in giro e coniarono per lui il nomignolo di bambino castagna.
Non si poteva dire che non avessero ragione, Lucio, oltre a passare ore ad osservare le foglie che volteggiavano cadendo dagli alberi, non aveva l’abitudine ad essere socievole.
A casa viveva solo con la mamma, che lavorava tutto il giorno. Ogni volta che lui le raccontava le cose fantastiche che accadevano al di là delle finestre, lei gli rispondeva: ho da fare Lucio, sto lavorando Lucio, poi me lo racconti più tardi Lucio, che se mamma non lavora come facciamo a cavarcela noi due da soli?
Quando Lucio chiedeva alla mamma di raccontarle del suo papà, la mamma scuoteva il capo e diceva: un giorno vedrai ti racconterò tutto, ma adesso sei troppo piccolo per capire.
Così Lucio cresceva un po’ solitario e  un po’ pensieroso.
Immaginava che suo padre fosse stato trasformato per un sortilegio, nell’albero di castagne bello e frondoso, che vedeva dalla finestra della sua aula, a scuola.
Più ci pensava più si convinceva che fosse andata così, non poteva essere altrimenti, se no come mai la sua testa rotonda assomigliava proprio ad una castagna? Era il segno del sortilegio. Quando il papà l’avrebbe sciolto e fosse tornato a casa, anche la sua testa di castagna sarebbe ridiventata normale.
Quando provava a raccontare ai suoi compagni che gli chiedevano dei suoi genitori, dell’albero di castagno, si attirava battute e sorrisetti e ammiccamenti, e canzonature.
Il bambino castagna è tutto matto!
Un giorno, mentre la litania delle tabelline era ormai arrivata a quella del 7 ( 7X8…56, 7X9…63), mentre fuori il cielo era grigio e gonfio di pioggia, mentre i compagni di classe erano occupati a bisbigliare fra di loro, accadde qualcosa.
Lucio sentì picchiettare al vetro della finestra. Girò la testa ma non vide nessuno.
– Lucio! – gridò la maestra – cos’hai da guardare sempre fuori? Vuoi stare un po’ attento? Quanto fa 8X2? (le tabelline proseguivano inesorabili).
Eppure Lucio aveva sentito distintamente il rumorino inconfondibile di unghie che picchiettano sul vetro.
La lezione continuò inesorabile.
Il giorno dopo durante la coniugazione dei verbi, Lucio sentì lo stesso rumorino.
Si girò di scatto, e fece giusto in tempo a vedere, mentre cadeva rumorosamente dalla sedia suscitando l’ilarità della classe intera, una foglia di castagno che cadeva fluttuando davanti alla finestra e si poggiava sull’asfalto. Gli sembrò un saluto dell’albero.
Il giorno successivo, successe la stessa cosa alla stessa ora (stavolta Lucio fece attenzione a non cadere dalla sedia).
Durante l’intervallo il bambino castagna corse fuori, verso l’albero e gli parlò: “lo so che sei lì dentro papà, ho capito che mi stai salutando e dicendo di tenere duro, di avere pazienza, ma fai presto a venire fuori. Mamma è sempre triste e stanca ed io… beh mi vedi al di là del vetro.”
Passò così qualche mese.
Ogni giorno una foglia di castagno volteggiava e cadeva fuori dalla finestra. Lucio la salutava con la mano. I suoi compagni ormai pensavano che fosse completamente impazzito e smisero di prenderlo in giro perché avevano paura di lui.
Lucio così era sempre più solo.
Una notte che non riusciva a dormire, affacciato alla finestra della sua camera, senti chiamare il suo nome: Lucio, Lucio, vieni, fai presto!
Era la voce del papà castagno, ne era sicuro.
Ancora in pigiama uscì di casa saltando fuori dalla finestra (non era una castagna supereroe la finestra era al primo piano), e corse a perdifiato verso la scuola e l’albero. 
Arrivato sotto i rami, decise di salire, si arrampicò, in alto tra le foglie; l’albero lo aveva chiamato e anche se non fosse riuscito a liberarlo dall’incantesimo voleva sentirsi abbracciato per la prima volta in vita sua, dalle braccia del suo papà.
E saliva Lucio, saliva fra i rami, si arrampicava come uno scoiattolo.
Le foglie lo abbracciavano, la luna gli sorrideva. Era a casa sua finalmente.
Quando mise un piede in fallo e si accorse di stare cadendo, sorrise.
Non aveva sciolto il sortilegio, o forse sì, ma ora sarebbe diventato una castagna e non sarebbe stato solo mai più.
La mattina dopo, i compagni di classe e la maestra, trovarono sul suo banco un guscio di castagna vuoto.
Guardarono verso l’albero. Sembrò a tutti che stesse sorridendo.