Il bambino castagna

 
C’era una volta un bambino, garbato e silenzioso che si chiamava Lucio.
Lucio era piccolo e magro come un fiammifero, ma la Natura forse, per compensare la sua eccessiva fragilità e magrezza, lo aveva dotato di una grande testa lucida e rotonda che lo faceva assomigliare ad una castagna.
Quando Lucio cominciò ad andare a scuola si accorse di essere diverso dai suoi coetanei,
lui era piccolino e stava sempre in disparte, solitario a guardare fuori dalla finestra della sua aula, i suoi compagni erano grandi e grossi e passavano il tempo a fare gli sbruffoni mentre la maestra, con intonazione monotona ripeteva le tabelline all’infinito.
3X8… 24, 3X9…27, sentiva cantilenare in lontananza, mentre fuori, al di là del vetro, era tutto bruma e pioggia e umido e i contorni delle cose si muovevano e si ammorbidivano e ogni albero, lampione o automobile finiva per assomigliare a qualche altra cosa.
I compagni di classe, scoprendolo diverso e fragilino, cominciarono a prenderlo in giro e coniarono per lui il nomignolo di bambino castagna.
Non si poteva dire che non avessero ragione, Lucio, oltre a passare ore ad osservare le foglie che volteggiavano cadendo dagli alberi, non aveva l’abitudine ad essere socievole.
A casa viveva solo con la mamma, che lavorava tutto il giorno. Ogni volta che lui le raccontava le cose fantastiche che accadevano al di là delle finestre, lei gli rispondeva: ho da fare Lucio, sto lavorando Lucio, poi me lo racconti più tardi Lucio, che se mamma non lavora come facciamo a cavarcela noi due da soli?
Quando Lucio chiedeva alla mamma di raccontarle del suo papà, la mamma scuoteva il capo e diceva: un giorno vedrai ti racconterò tutto, ma adesso sei troppo piccolo per capire.
Così Lucio cresceva un po’ solitario e  un po’ pensieroso.
Immaginava che suo padre fosse stato trasformato per un sortilegio, nell’albero di castagne bello e frondoso, che vedeva dalla finestra della sua aula, a scuola.
Più ci pensava più si convinceva che fosse andata così, non poteva essere altrimenti, se no come mai la sua testa rotonda assomigliava proprio ad una castagna? Era il segno del sortilegio. Quando il papà l’avrebbe sciolto e fosse tornato a casa, anche la sua testa di castagna sarebbe ridiventata normale.
Quando provava a raccontare ai suoi compagni che gli chiedevano dei suoi genitori, dell’albero di castagno, si attirava battute e sorrisetti e ammiccamenti, e canzonature.
Il bambino castagna è tutto matto!
Un giorno, mentre la litania delle tabelline era ormai arrivata a quella del 7 ( 7X8…56, 7X9…63), mentre fuori il cielo era grigio e gonfio di pioggia, mentre i compagni di classe erano occupati a bisbigliare fra di loro, accadde qualcosa.
Lucio sentì picchiettare al vetro della finestra. Girò la testa ma non vide nessuno.
– Lucio! – gridò la maestra – cos’hai da guardare sempre fuori? Vuoi stare un po’ attento? Quanto fa 8X2? (le tabelline proseguivano inesorabili).
Eppure Lucio aveva sentito distintamente il rumorino inconfondibile di unghie che picchiettano sul vetro.
La lezione continuò inesorabile.
Il giorno dopo durante la coniugazione dei verbi, Lucio sentì lo stesso rumorino.
Si girò di scatto, e fece giusto in tempo a vedere, mentre cadeva rumorosamente dalla sedia suscitando l’ilarità della classe intera, una foglia di castagno che cadeva fluttuando davanti alla finestra e si poggiava sull’asfalto. Gli sembrò un saluto dell’albero.
Il giorno successivo, successe la stessa cosa alla stessa ora (stavolta Lucio fece attenzione a non cadere dalla sedia).
Durante l’intervallo il bambino castagna corse fuori, verso l’albero e gli parlò: “lo so che sei lì dentro papà, ho capito che mi stai salutando e dicendo di tenere duro, di avere pazienza, ma fai presto a venire fuori. Mamma è sempre triste e stanca ed io… beh mi vedi al di là del vetro.”
Passò così qualche mese.
Ogni giorno una foglia di castagno volteggiava e cadeva fuori dalla finestra. Lucio la salutava con la mano. I suoi compagni ormai pensavano che fosse completamente impazzito e smisero di prenderlo in giro perché avevano paura di lui.
Lucio così era sempre più solo.
Una notte che non riusciva a dormire, affacciato alla finestra della sua camera, senti chiamare il suo nome: Lucio, Lucio, vieni, fai presto!
Era la voce del papà castagno, ne era sicuro.
Ancora in pigiama uscì di casa saltando fuori dalla finestra (non era una castagna supereroe la finestra era al primo piano), e corse a perdifiato verso la scuola e l’albero. 
Arrivato sotto i rami, decise di salire, si arrampicò, in alto tra le foglie; l’albero lo aveva chiamato e anche se non fosse riuscito a liberarlo dall’incantesimo voleva sentirsi abbracciato per la prima volta in vita sua, dalle braccia del suo papà.
E saliva Lucio, saliva fra i rami, si arrampicava come uno scoiattolo.
Le foglie lo abbracciavano, la luna gli sorrideva. Era a casa sua finalmente.
Quando mise un piede in fallo e si accorse di stare cadendo, sorrise.
Non aveva sciolto il sortilegio, o forse sì, ma ora sarebbe diventato una castagna e non sarebbe stato solo mai più.
La mattina dopo, i compagni di classe e la maestra, trovarono sul suo banco un guscio di castagna vuoto.
Guardarono verso l’albero. Sembrò a tutti che stesse sorridendo.
 
 
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