Pioggia pioggia pussa via!

 
Che pioggia, mamma mia, che pioggia!
Mentre ero lì che camminavo affannata, bagnata e accaldata (succede solo in questa città di sudare sotto il diluvio il 22 novembre!) pensavo: certo che vita essere una goccia di pioggia.
Ci pensate?
Non è poi questo gran che.
Lei sta lì, appollaiata sulla sua nuvoletta girgia e gonfia, e viaggia su città case, campagne, aspetta di trovare una destinazione.
Magari guarda giù e pensa: qui mi piacerebbe cadere, c’è un bel prato verde, sarebbe un atterraggio morbido; poi guarda meglio: ci sono delle mucche allora meglio di no che poi brucando l’erba mi mangerebbero!
Vorrei cadere sull’ombrello rosa di quella bambina che va a scuola con le trecce appena pettinate dalla mamma.
Vorrei cadere sul bauletto del motorino di quel ragazzo che consegna le pizze a domicilio, per infiltrarmi tra i cartoni e sentire profumo di pizza margherita. 
Insomma sta sulla sua nuvoletta e aspetta.
Ad un segnale convenuto, un tuono più forte degli altri, capisce che è arrivato il suo momento, si dà un cenno con le sue compagne e, ad un certo punto, salta giù.
Nella caduta, tanti possono essere gli imprevisti, magari un una raffica di vento e tutta l’organizzazione va a farsi benedire. Se magari aveva deciso di cadere sul tetto di un palazzo o sulla foglia di un platano, swoch (rumore del colpo di vento) e splash (rumore dello spiaccichio della goccia) magari sul bordo del tettuccio di una macchina, o sul vetro di una finestra, sulla giacca di un passante arrabbiato e affannato come me, che magari si vede bagnato e invece di accogliere la gocciolina venuta dai cieli, di portasela a spasso per la città, lancia un’imprecazione, una maledizione.
Povera gocciolina, che brutta accoglienza.
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