Archivi per il mese di: dicembre, 2006
Ginetto

Il Nuovo Anno era alle porte.
La tempesta invece bussava alle finestre.
Tutta una notte di ululati, di rombi, di brontolii, di acqua che veniva giù a cascata, di raffiche tanto forti che sembrava si sarebbero portate via la casa.
Alla finestra insieme alla tempesta c’era Ginetto, chiamato così per distinguerlo dal padre, Gino, e dal nonno, Il Vecchio Gino.
Ginetto non era spaventato dalla tempesta del 31 di dicembre, almeno non era spaventatissimo. Piuttosto, acquattato dietro ai vetri della finestra, guardava speranzoso.
Voleva vedere il Nuovo Anno che arrivava. Voleva vedere qualcosa cambiare nel cielo, un segno qualsiasi, una raffica di vento diversa dalle altre, un tuono dal rumore stonato, qualsiasi cosa che dicesse che il Nuovo Anno era cominciato e che tutta la noia, la tristezza, le speranze non realizzate erano spazzate via, sostituite da qualcosa di splendido e scintillante.
Dalle speranza nuove.
Quella mattina, tutti gli avevano detto che di lì a poche ore ogni cosa sarebbe stata migliore, che ormai l’anno vecchio andava via, che con un po’ di fortuna si sarebbe portato via i geloni, la tosse della mamma, la tristezza del papà.
Gli avevano spiegato che, se per tutto il giorno avesse fatto il bravo, se avesse aiutato la mamma ad accendere la stufa capricciosa, se avesse accompagnato il papà al mercato a vendere le oche e i capponi, se avesse parlato un po’ più ad alta voce con la nonna che poverina era sorda invece di bisbigliarle alle spalle solo per il gusto di farle dire : “Che?”, allora il Nuovo Anno gli avrebbe portato finalmente tutto quello che desiderava.
Così Ginetto cercò di essere il più bravo possibile.
In verità in cuor suo temeva che il semplice arrivo di un Nuovo Anno, seppure dotato di lettere maiuscole, non sarebbe stato capace di fare tanti miracoli. Se avesse almeno potuto sceglierne uno, lui sperava che l’anno vecchio si portasse via la tosse della mamma, o almeno quella brutta racchia della maestra.
Arrivata l’ora della cena, quando tutti si misero a tavola, poiché mancavano ormai poche ore, tese l’orecchio alla notte, in attesa.
La tempesta arrivò un po’ prima dell’Anno Nuovo, questo a Ginetto sembrò di ottimo auspicio, pensava infatti che qualunque Nuovo Anno accompagnato da quella furia incredibile, potesse essere più efficace.
A mezzanotte si appostò alla finestra, a scrutare il cielo in burrasca. Era bella quella notte così ingarbugliata, piena di lampi e di gemiti. Fino a dove arrivava lo sguardo tutto era nero; il grigio delle nuvole viaggiava velocissimo portato da un vento che scuoteva il tetto della casa.
Ecco cosa ci vuole qui, pensava Ginetto,  il Nuovo Anno ci prenderà sulla sua grande mano fatta di vento e ci porterà via. Solleverà la casa, con tutti noi dentro e sarà così che lasceremo qui tutte le cose che non ci piacciono (anche la maestra brutta e racchia!). Ci depositerà in un luogo più dolce e benigno, dove non avremo freddo se la stufa non vorrà accendersi, dove la mamma non tossirà più, dove il papà sarà finalmente felice e non dovrà più portare al mercato oche e capponi. Dove addirittura non ci saranno più per niente le oche, con quei becchi che pizzicano le dita e quella voce incessante, qua qua qua, che non smettono mai di chiacchierare.
Poi, d’un tratto, un tuono più forte e poi una raffica.
La casa lievemente si sollevò da terra, prima solo di un palmo o due, tanto che nessuno si accorse di nulla, piano piano un po’ di più.
Ecco, era vero, volavano sulla mano del Nuovo Anno.
Nella notte nera e profumata d’acqua, nella notte viaggiante delle speranze.
 
 
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PaPa-Palu

 
PaPa-Palu vuol dire Babbo Natale.
È la lingua di Alice.
Alice ha due anni.
Da molti giorni ormai, tutte le persone che incontra le dicono: “lo sai che fra poco arriva Babbo Natale?” oppure “se non fai la brava Babbo Natale non ti viene a trovare”.
Lei ascolta, sorride e dice: “Sì, PaPa-Palu”.
Perfetto no?
Infatti.
La cosa che più stupisce Alice sono i PaPa-Palu che stanno appesi sotto ai balconi e che sembra che si arrampichino per entrare nelle case.
La fanno proprio ridere. Li vede, montati su quelle scalette, magari luminose, li indica, e poi comincia a ridere. Prima solo un sorrisetto, poi una risatina, fino a che comincia a sganasciarsi. Come se dicesse: ma guarda un po’ questo sciocco di Babbo Natale, le cose buffe che fa, entra dal balcone, ma non si era detto dal camino?
È intelligente Alice, non la si frega così. Si era detto camino, camino sia.
Ieri sono andata a portarle il regalo di Natale.
Il pacco era parecchio grande e non sapevo come fare a portarlo in casa senza farglielo vedere. Decido di nasconderlo fuori dalla porta, sul pianerottolo, occultandolo dietro ad una pianta e all’ombrello bagnato che avevo lasciato fuori per non gocciolare in casa. Mi sembra un posto perfetto. Non si vede niente di strano.
Suono alla porta, Alice viene ad aprire. Il mio piano era di distrarla, allontanarla dalla porta e al momento propizio, portare dentro il pacco e nasconderlo in un posto convenuto con la madre.
Ma Alice, con l’infallibile istinto dei bambini, non ne vuole sapere di schiodarsi dall’ingresso. A nulla sono valsi i miei richiami, i tentativi di portarla nella sua cameretta a giocare. Niente, Alice ieri aveva deciso di giocare lì, sul tappeto dell’ingresso. Allora cosa si fa? Si cambia programma, si esce, così io e lei ci avviamo, la mamma porta dentro il pacco e ci raggiunge.
Ci si mette il cappotto allora, e via. Apriamo la porta, e facciamo per andare, quando lei mi guarda sorniona e fa: PaPa-Palu! Indicando appunto la pianta! Deve aver visto qualcosa.
Mi salvo in corner trascinandola via.
Sì sì, Alice, corriamo fuori, andiamo a ridere dei PaPa-Palu che si arrampicano sui balconi!
Che fatica questi bambini!
Che sensazione…

… di leggera follia.
Sono alcuni giorni che mi sento un po’… un po’…. si, insomma, non so bene come mi sento.
Un po’ triste e un po’ allegra.
Un po’ euforica e un po’, abbattuta.
Una leggera smania di fare qualcosa che neanche so cosa sia.
Il desiderio di andare e poi improvviso quello di restare.
Un’insofferenza alle persone che ho intorno, unita al desiderio di stringermele addosso un po’ più forte.
Voglia di gridare.
Voglia di spaccare un vetro con un pugno solo per sentire il dolore sulle nocche e il rumore di qualcosa che si frantuma.
Desideri profondissimi uniti ad una assoluta mancanza di qualsiasi voglia.
Insomma una faccenda leggermente complicata.
Forse dovrei cambiare pusher.
Forse le vitamine che sto prendendo contengono una qualche sostanza stupefacente ancora sconosciuta che sta facendo un effetto crociato con il Saturno in opposizione che ingarbuglia i miei passi.
Forse ci sarebbe bisogno di qualcosa, di qualcuno, di un cambiamento, di una novità.

Semmai scrivo una nuova letterina a Babbo Natale, vediamo se questa volta può fare qualcosa lui!

La letterina che scrissi tempo fa a Babbo Natale è qui:
Per la cronaca, quella volta non mi ha ascoltato.

Toccami

Dovrei raccontare di una ragazzina.
Dovrei descrivere una stanza, in un giorno di tanto tempo fa.
Dovrei ricordare una moquette azzurra e due cuscini tolti da un divano e sistemati in modo da dormirci sopra.
Dovrei dire con le parole che conosco oggi i pensieri che ieri non ebbero parole.
E forse le parole di oggi non saprebbero dire quello che allora attraversò la mente e lo stomaco di quella ragazzina lì.
Così racconterò della stessa ragazzina che nel frattempo era diventata una donna e di un uomo che  entrò una sera da una porta alle sue spalle.
Lei ne riconobbe la voce.
Sentì esplodere qualcosa nelle orecchie.
Eppure dall’ultima volta che l’aveva sentita erano forse passati quindici anni, forse di più.
Eppure fu la voce che la fece voltare.
Era proprio lui, uguale eppure diverso, ma no, alla fine uguale, sì.
Ma poi, a pensarci un po’ meglio, uguale a che cosa, se a stento lo riconosceva; uguale ad una sensazione, la stessa identica, sepolta dentro.
Possibile che una sensazione resti  così, intatta, con tutta quella vita posata in mezzo.
Voce occhi e quelle mani lì.
Le stesse che le avevano fatto pensare, toccami, quella volta in cui non aveva avuto le parole.
Un’intera sera passata e un milione di parole dette per riempire il tempo e che volavano tutto intorno, ma solo toccami avrebbe voluto dirgli o sentirgli dire.
Ed un’intera notte con lui che dormiva nella stanza accanto alla sua, il muro in comune.
Maledetto muro, maledetto letto.
Lui il giorno dopo andò via, come era arrivato, senza avvisare.
L’avrebbe rivisto chi sa fra quanti anni ancora.
Restavano delle sensazioni un po’ troppo forti ed una parola che le tornava nell’orecchio, a volte quando era sola: toccami.
           
           
“Proviamo con il pesciolino”

 
Lavoro in un luogo ben strano.
Stamattina mi trovavo casualmente nelle vicinanze della porta d’ingresso ed ero momentaneamente sola. Qualcuno suona il campanello ed io apro la porta.
Sulla soglia la signora Titina, creatura particolarissima, piccola ed esile, con una vocina stridula. Una vecchina sempre gentile ed ossequiosa che lavora nella casa di fronte.
Spesso Titina mi racconta quello che succede nella casa dove lavora, delle figlie che si sono fatte grandi, con me ha una certa confidenza ormai.
La signora Titina porta fra le mani un piatto, coperto da un piatto fondo, come si fa quando non si vuole lasciare raffreddare una pietanza per una persona che mangerà tardi.
Mi guarda, la signora Titina, sorride con un’aria titubante e mi porge il piatto dicendo: “Proviamo con il pesciolino”. Io, presa alla sprovvista,  non sapendo bene cosa fare, lo prendo. Lei si gira e se ne va, lasciandomi sconcertata e con questo piatto fra le mani.
Sono sempre sola e non so proprio cosa fare, tanto che me lo rigiro tra le mani come una deficiente.
Arriva in mio soccorso il signor C. che lavora lì presso di noi da anni e anni, vede il mio sbigottimento e sorride sornione.
Io gli mostro il piatto, che mi resta ancora fra le mani, e gli dico: “ Signor C. ma cos’è questo piatto? e che vuol dire: proviamo col pesciolino?”
Lui a questo punto si mette a ridere.
Vengo così a scoprire che, al piano di sotto, in alcune stanze inutilizzate della biblioteca, risiede da alcuni anni un gattone, grigio e nero, che si chiama Nerone.
Nerone ormai si è fatto anziano e da un po’ di giorni non vuole più mangiare.
La signora Titina è preoccupatissima e ogni giorno, da alcuni giorni, prova risvegliare il suo appetito cucinando manicaretti.
Niente Nerone non ne vuole sapere.
Il signor C. è addetto a portare la pappa al gatto.
Nel luogo dove lavoro, ognuno è addetto a qualcosa e guai e poi guai se per errore si chiede a qualcuno che non vi è addetto di fare ciò a cui è addetto qualcun altro.
È un luogo piuttosto complicato.
Mi ci vorranno anni per imparare tutto quello che ognuno può e non può fare.
Incuriosita, scendo insieme a lui e conosco Nerone, gatto solitario, che per il suo carattere irascibile è stato allontanato dagli altri gatti con cui viveva, al piano di sopra, e dislocato al piano di sotto, in compagnia solo del signor C. che ogni tanto scende a trovarlo, dei bibliotecari che passano ogni tanto e dei libri. Migliaia di libri tra i quali Nerone sembra trovarsi molto a suo agio.
Forse è un gatto filosofo. Ha un’aria molto pensosa infatti. È molto grasso, con il pelo grigio striato di nero, i baffi e le sopracciglia lunghi e bianchi, sembra quasi un professore in pensione, lo immagino mentre sfoglia un libro qua e là, mentre tiene una lezione su Kant ai topi.
Mi guarda diffidente, mi annusa, poi si rivolge con più interesse al piatto con il cibo.
Mi dice però il signor C. che Nerone non ama mangiare sentendosi osservato, se c’è gente finge di ignorare le pietanze, anche le più appetitose.
Lasciamo il pesciolino e aspettiamo. Speriamo mangi qualcosa.
 

Vestito nuovo

Per il compleanno mi sono fatta un vestito nuovo.
Che dite, vi piace?
Io mi piaccio molto, mi guardo e mi ammiro allo specchio. Vanitosa!
Grazie a Pannasmontata, da cui ho prelevato il tamplate.