Toccami

Dovrei raccontare di una ragazzina.
Dovrei descrivere una stanza, in un giorno di tanto tempo fa.
Dovrei ricordare una moquette azzurra e due cuscini tolti da un divano e sistemati in modo da dormirci sopra.
Dovrei dire con le parole che conosco oggi i pensieri che ieri non ebbero parole.
E forse le parole di oggi non saprebbero dire quello che allora attraversò la mente e lo stomaco di quella ragazzina lì.
Così racconterò della stessa ragazzina che nel frattempo era diventata una donna e di un uomo che  entrò una sera da una porta alle sue spalle.
Lei ne riconobbe la voce.
Sentì esplodere qualcosa nelle orecchie.
Eppure dall’ultima volta che l’aveva sentita erano forse passati quindici anni, forse di più.
Eppure fu la voce che la fece voltare.
Era proprio lui, uguale eppure diverso, ma no, alla fine uguale, sì.
Ma poi, a pensarci un po’ meglio, uguale a che cosa, se a stento lo riconosceva; uguale ad una sensazione, la stessa identica, sepolta dentro.
Possibile che una sensazione resti  così, intatta, con tutta quella vita posata in mezzo.
Voce occhi e quelle mani lì.
Le stesse che le avevano fatto pensare, toccami, quella volta in cui non aveva avuto le parole.
Un’intera sera passata e un milione di parole dette per riempire il tempo e che volavano tutto intorno, ma solo toccami avrebbe voluto dirgli o sentirgli dire.
Ed un’intera notte con lui che dormiva nella stanza accanto alla sua, il muro in comune.
Maledetto muro, maledetto letto.
Lui il giorno dopo andò via, come era arrivato, senza avvisare.
L’avrebbe rivisto chi sa fra quanti anni ancora.
Restavano delle sensazioni un po’ troppo forti ed una parola che le tornava nell’orecchio, a volte quando era sola: toccami.
           
           
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