Ginetto

Il Nuovo Anno era alle porte.
La tempesta invece bussava alle finestre.
Tutta una notte di ululati, di rombi, di brontolii, di acqua che veniva giù a cascata, di raffiche tanto forti che sembrava si sarebbero portate via la casa.
Alla finestra insieme alla tempesta c’era Ginetto, chiamato così per distinguerlo dal padre, Gino, e dal nonno, Il Vecchio Gino.
Ginetto non era spaventato dalla tempesta del 31 di dicembre, almeno non era spaventatissimo. Piuttosto, acquattato dietro ai vetri della finestra, guardava speranzoso.
Voleva vedere il Nuovo Anno che arrivava. Voleva vedere qualcosa cambiare nel cielo, un segno qualsiasi, una raffica di vento diversa dalle altre, un tuono dal rumore stonato, qualsiasi cosa che dicesse che il Nuovo Anno era cominciato e che tutta la noia, la tristezza, le speranze non realizzate erano spazzate via, sostituite da qualcosa di splendido e scintillante.
Dalle speranza nuove.
Quella mattina, tutti gli avevano detto che di lì a poche ore ogni cosa sarebbe stata migliore, che ormai l’anno vecchio andava via, che con un po’ di fortuna si sarebbe portato via i geloni, la tosse della mamma, la tristezza del papà.
Gli avevano spiegato che, se per tutto il giorno avesse fatto il bravo, se avesse aiutato la mamma ad accendere la stufa capricciosa, se avesse accompagnato il papà al mercato a vendere le oche e i capponi, se avesse parlato un po’ più ad alta voce con la nonna che poverina era sorda invece di bisbigliarle alle spalle solo per il gusto di farle dire : “Che?”, allora il Nuovo Anno gli avrebbe portato finalmente tutto quello che desiderava.
Così Ginetto cercò di essere il più bravo possibile.
In verità in cuor suo temeva che il semplice arrivo di un Nuovo Anno, seppure dotato di lettere maiuscole, non sarebbe stato capace di fare tanti miracoli. Se avesse almeno potuto sceglierne uno, lui sperava che l’anno vecchio si portasse via la tosse della mamma, o almeno quella brutta racchia della maestra.
Arrivata l’ora della cena, quando tutti si misero a tavola, poiché mancavano ormai poche ore, tese l’orecchio alla notte, in attesa.
La tempesta arrivò un po’ prima dell’Anno Nuovo, questo a Ginetto sembrò di ottimo auspicio, pensava infatti che qualunque Nuovo Anno accompagnato da quella furia incredibile, potesse essere più efficace.
A mezzanotte si appostò alla finestra, a scrutare il cielo in burrasca. Era bella quella notte così ingarbugliata, piena di lampi e di gemiti. Fino a dove arrivava lo sguardo tutto era nero; il grigio delle nuvole viaggiava velocissimo portato da un vento che scuoteva il tetto della casa.
Ecco cosa ci vuole qui, pensava Ginetto,  il Nuovo Anno ci prenderà sulla sua grande mano fatta di vento e ci porterà via. Solleverà la casa, con tutti noi dentro e sarà così che lasceremo qui tutte le cose che non ci piacciono (anche la maestra brutta e racchia!). Ci depositerà in un luogo più dolce e benigno, dove non avremo freddo se la stufa non vorrà accendersi, dove la mamma non tossirà più, dove il papà sarà finalmente felice e non dovrà più portare al mercato oche e capponi. Dove addirittura non ci saranno più per niente le oche, con quei becchi che pizzicano le dita e quella voce incessante, qua qua qua, che non smettono mai di chiacchierare.
Poi, d’un tratto, un tuono più forte e poi una raffica.
La casa lievemente si sollevò da terra, prima solo di un palmo o due, tanto che nessuno si accorse di nulla, piano piano un po’ di più.
Ecco, era vero, volavano sulla mano del Nuovo Anno.
Nella notte nera e profumata d’acqua, nella notte viaggiante delle speranze.
 
 
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